Home Blog Pagina 98

Benefici dell’aglio sulla salute cardiovascolare

 

Diverse ricerche hanno dimostrato l’efficacia dell’aglio (Allium sativum) nel ridurre la pressione arteriosa in pazienti ipertesi. L’estratto di aglio invecchiato ha, inoltre, mostrato effetti positivi su parametri della salute cardiovascolare quali rigidità arteriosa, livelli elevati di colesterolo e viscosità del sangue. Le sue proprietà prebiotiche aumentano, inoltre, la ricchezza e la diversità della flora microbica intestinale.

Questa revisione sistematica con metanalisi ha esaminato in particolare gli studi pubblicati in letteratura internazionale circa gli effetti dell’aglio sulla pressione arteriosa fornendo, inoltre, un aggiornamento sui suoi effetti sul microbiota intestinale di soggetti ipertesi.

È stata condotta a tal fine una ricerca sui principali database elettronici online, tra cui PubMed e Google Scholar, per individuare gli studi randomizzati controllati pubblicati tra il 1955 e il dicembre 2018 circa gli effetti dell’aglio sull’ipertensione.

La metanalisi condotta su 12 studi (553 partecipanti) ha confermato che gli integratori di aglio abbassano la pressione arteriosa sistolica in media di 8,3 ± 1,9 mmHg e quella diastolica di 5,5 ± 1,9 mmHg, in modo simile ad alcuni farmaci antipertensivi standard. Questa riduzione dei valori pressori è stata associata a una riduzione del 16-40% del rischio di avere eventi cardiovascolari. Lo studio ha osservato che l’estratto di aglio invecchiato riduce in modo statisticamente significativo la pressione arteriosa, quella del polso e la rigidità arteriosa.

Dalla ricerca sono emersi anche altri effetti: infatti, l’estratto di aglio invecchiato ha migliorato il microbiota intestinale, come evidenziato da una maggiore ricchezza e diversità microbica, con un marcato aumento del numero di specie di Lactobacillus e Clostridia dopo 3 mesi di supplementazione.

Con un alto profilo di sicurezza questi preparati, dunque, potrebbero svolgere un ruolo di supporto per migliorare la salute cardiovascolare.

 

Fonte: Ried K. Garlic lowers blood pressure in hypertensive subjects, improves arterial stiffness and gut microbiota: A review and meta-analysis. Exp Ther Med. 2020;19(2):1472-1478. doi:10.3892/etm.2019.8374

 

 

Melograno alleato della salute del cuore

Le malattie cardiovascolari (CVD), una delle principali cause di mortalità nel mondo, sono associate a livelli aumentati di ROS (specie reattive all’ossigeno) pro-infiammatorie che possono danneggiare l’endotelio.
Il frutto del melograno (Punica granatum) è una fonte ricca in sostanze fitochimiche dotate di un’elevata attività antiossidante e antinfiammatoria, dunque benefica per la salute del cuore.
Questa revisione sistematica con metanalisi, realizzata da ricercatori cinesi, ha valutato l’effetto del succo di melagrana sui biomarcatori dell’infiammazione e della disfunzione vascolare.
Gli studi da vagliare sono stati identificati attraverso una ricerca sui database PubMed/Medline e SCOPUS, selezionando gli articoli pubblicati dall’inizio fino a maggio 2019. L’analisi degli studi è stata eseguita utilizzando le linee guida PRISMA (Preferred Items for Reporting of Systematic Reviews and Meta-Analysis).
Complessivamente sono stati inclusi nella review 16 studi randomizzati e controllati (RCT) che hanno coinvolto in totale 572 soggetti. Combinando la dimensione degli effetti dei 16 studi, si è osservato che la supplementazione con melagrana ha ridotto in modo statisticamente significativo il livello di proteina C reattiva ad alta sensibilità (hs-CRP), interleuchina 6 (IL-6) e fattore di necrosi tumorale alfa (TNF-α) rispetto al placebo. Non è stata trovata invece una riduzione significativa per il livello di CRP, E-selectina, ICAM e MDA nel confronto tra succo di melagrana e placebo.
In conclusione, scrivono gli autori, lo studio ha riscontrato un effetto significativo della supplementazione di melagrana sui livelli di hs-CRP, IL-6 e TNF-α negli adulti.

Fonte: Peng Wang, Qiang Zhang, Huijuan Hou, et al.The effects of pomegranate supplementation on biomarkers of inflammation and endothelial dysfunction: A meta-analysis and systematic review. Complement Ther Med. 2020 Mar;49:102358. doi: 10.1016/j.ctim.2020.102358.

Elicriso contro l’acne

Portrait of teenage boy with acne. Serious face

 

Il batterio Gram-positivo Cutibacterium acnes volge un ruolo importante nella patogenesi e nella progressione dell’acne.

L’estratto idroalcolico di elicriso (Helichrysum odoratissimum L.) – una pianta tipicamente mediterranea con spiccate proprietà e virtù benefiche per la pelle – è stato studiato per la sua capacità di influire sulla crescita batterica e sui fattori associati alla progressione dell’acne. La gascromatografia-spettrometria di massa (GC-MS) dell’estratto ha identificato l’α-umulene (3,94%), l’α-curcumene (3,74%) e il cariofillene (8,12%) come i costituenti principali.

L’estratto ha mostrato una potente attività antimicrobica contro C. acnes con una concentrazione inibitoria minima (MIC) di 7,81 µg/ml migliorando inoltre l’attività antimicrobica del perossido di benzoile. L’estratto ha mostrato un’elevata specificità contro l’aggregazione cellulare del batterio a concentrazioni sub-inibitorie, prevenendo la formazione di biofilm, e ha ridotto dell’11,08% i livelli di interleuchina-1α (IL-1α) nei cheratinociti umani indotti da C. acnes, evidenziando la sua potenziale attività comedolitica nel trattamento dell’acne.

L’attività antinfiammatoria dell’estratto è stata testata contro vari bersagli associati all’attivazione infiammatoria da parte del batterio.

Questo studio avvalora sul piano scientifico l’impiego tradizionale dell’unguento di elicriso nell’acne, non solo per la sua capacità di controllare la proliferazione del batterio C. acnes, ma anche per la sua attività inibitoria su vari bersagli associati alla virulenza batterica che induce la progressione dell’acne stessa.

 

Fonte: Marco Nuno De Canha. Exploring the Anti-Acne Potential of Impepho [Helichrysum odoratissimum (L.) Sweet] to Combat Cutibacterium acnes Virulence. Front. Pharmacol., 30 January 2020 | https://doi.org/10.3389/fphar.2019.01559

 

 

Ibisco e problemi metabolici

Al genere Hibiscus appartengono più di 300 specie botaniche di cui H. sabdariffa, o ibisco, un arbusto originario dell’Africa ampiamente distribuito nelle aree tropicali e subtropicali, è la più utilizzata in ambito alimentare e salutistico.

Negli ultimi decenni la domanda di ibisco è aumentata progressivamente a livello internazionale; i principali paesi produttori sono Sudan, Egitto, Messico, India, Tailandia e Cina, mentre i principali importatori sono Germania e Stati Uniti. La quinta edizione della Farmacopea Europea contiene una monografia ufficiale sugli standard di controllo qualità per i fiori di ibisco.

L’impiego prevalente dell’ibisco riguarda diverse problematiche del metabolismo. Tra queste la sindrome metabolica, una condizione associata a iperglicemia, obesità, ipertensione e ipercolesterolemia che può portare a malattie cardiovascolari. Uno studio condotto su questo problema ha mostrato come la supplementazione di 3 g/die di estratto di ibisco (standardizzato a 9,6 mg di antociani) ha causato la riduzione statisticamente significativa della glicemia, nonché dei livelli di colesterolo totale e LDL.

Risultati complessivamente positivi sono stati, inoltre, riscontrati in studi clinici sul trattamento con l’ibisco della dislipidemia. Le dosi tipicamente utilizzate per abbassare il livello di colesterolo sono 1.000 mg di calici essiccati 3 volte al giorno, oppure 100 mg di estratto standardizzato 2 volte al giorno.

Diversi studi scientifici hanno confermato che gli acidi organici, gli antociani, i flavonoidi e i polisaccaridi contenuti nell’ibisco non soltanto determinano l’abbassamento del livello di colesterolo totale e LDL, ma esplicano anche effetti di regolazione del metabolismo – tra cui la capacità di regolare metabolismo energetico, stress ossidativo, vie infiammatorie, fattori di trascrizione, ormoni, peptidi ed enzimi digestivi – che potrebbero risultare utili anche in strategie per il controllo del peso.

 

Fonte: HERBAL GRAM, American Botanical Council.

A volte ritornano

 

 “Non c’è nessun modo per rafforzare il nostro sistema immunitario in vista dell’autunno. L’unica cosa che serve sono i buoni stili di vita. Gli integratori alimentari che vengono proposti servono solo a chi li vende e non a chi li usa”. Così ha parlato qualche settimana fa il presidente dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, Silvio Garattini, facendo riferimento al potenziale impiego di questi preparati nella prevenzione dei disturbi stagionali.

Un leitmotiv che si sposa perfettamente con la verve polemica del professor Garattini, da sempre tra i critici più accaniti di tutto ciò che devia, anche se di poco, dal solco della medicina e della farmacologia ufficiali. Quelle dichiarazioni non hanno mancato di suscitare, come accade spesso, un dibattito sull’opportunità di un intervento, quello del professor Garattini, che non tiene in nessun conto i progressi compiuti dalla ricerca scientifica sulle piante officinali, non soltanto sul tema specifico del sostegno al sistema immunitario, ma anche su molti altri, oggetto di un numero sempre maggiore di studi.

Lo ha fatto notare anche Fabio Firenzuoli, medico esperto in fitoterapia e autore per la nostra rivista, il quale ha detto che l’inizio dell’autunno è proprio il momento giusto per sostenere il sistema immunitario e quindi prevenire le malattie stagionali. Ciò si può fare non soltanto adottando gli indispensabili stili di vita salutari – come ha sottolineato Garattini – ma anche facendo ricorso a ben selezionati integratori a base di piante medicinali. Ricordando che orientano in questa direzione non soltanto la tradizione e l’esperienza clinica sedimentata ormai da qualche decennio, ma anche la più recente ricerca scientifica.

Sono, infatti, disponibili nelle banche dati medico-scientifiche internazionali, per chi voglia approfondire la materia e non solo emettere sentenze, diversi studi clinici che suggeriscono un impatto positivo sulla funzione immune di diverse piante, presenti sia negli integratori sia in alcuni medicinali.

Non è questo il contesto di approfondire l’argomento, ma a tal fine è sufficiente ricordare l’echinacea – cui sono attribuite attività immunoprotettive e antinfiammatorie anche da revisioni sistematiche – il pelargonio o l’astragalo. Disponiamo dunque, almeno per un certo numero di piante, di una buona base di evidenze che, pur essendo da potenziare e perfezionare, possono indirizzare verso un impiego razionale e scientificamente documentato.

Così come esiste un filone interessante di studi riguardanti le attività antinfiammatorie e antivirali di erbe ed estratti della tradizione, europea e orientale, che in questo periodo acquisiscono una particolare rilevanza, data la permanenza dell’epidemia da Sars-CoV-2 che spinge a fare ricerca anche in questo settore.

Senza fare di tutta l’erba un fascio, ciò che conta, dunque, nella navigazione di questa fase è attenersi alle verifiche scientifiche e saper attribuire ad esse il giusto peso, evitando gli opposti estremismi della negazione di dati scientifici solidi e, al contrario, dell’esaltazione di studi sì interessanti, ma ancora preliminari.

Nelle scorse settimane si sono accesi i riflettori sulla quercetina – un flavonoide di cui erano già note le proprietà antiossidanti, antinfiammatorie e antiproliferative – in relazione all’infezione da SARS-Cov-2: infatti uno studio internazionale – pubblicato su International Journal of biological macromolecules e al quale ha partecipato anche l’Italia – ha mostrato che tale composto funziona come inibitore specifico del virus svolgendo un’azione destabilizzante sulla 3CLpro, una proteina chiave per la sua replicazione. Secondo i ricercatori, grazie alle piccole dimensioni e alla particolare struttura chimica, la quercetina potrebbe essere la base per il futuro sviluppo di una molecola di sintesi da impiegare nella lotta contro il virus.

Il dato è di indubbio interesse anche se, a scanso di equivoci nonché di semplificazioni, occorre ricordare che parliamo di una sperimentazione in vitro condotta in laboratorio su proteine purificate. Ipotizzare di trasferire tout court questi dati all’uomo è dunque prematuro e, in assenza degli indispensabili approfondimenti clinici, è richiesto un atteggiamento di estrema prudenza.

Un altro discorso invece, e torniamo a quanto scritto all’inizio, è quello sulle piante medicinali che possono sostenere il nostro sistema immunitario, contribuendo anche a prevenire le infezioni stagionali. Le piante forse non salveranno il mondo, come ha detto qualcuno, ma ci aiuteranno senza dubbio a prevenire e alleviare molti disturbi e a “nutrire” il nostro benessere!

 

 

 

 

Aloe vera, aggiornamento della ricerca

Una revisione sistematica con metanalisi, da poco pubblicata su Phytotherapy Research, ha valutato gli effetti dell’Aloe (Aloe vera) in diversi ambiti della salute, misurando anche la forza delle prove di efficacia disponibili in letteratura internazionale.

Gli autori hanno condotto una ricerca sulle banche dati medico-scientifiche PubMed, Scopus, Embase, Cochrane database, CINAHL e AMED (fino a ottobre 2019) per individuare le revisioni sistematiche e le metanalisi di trial clinici che hanno studiato gli effetti di questa pianta sugli outcome di salute.

Due revisori indipendenti hanno quindi estratto i dati e valutato la qualità metodologica e la credibilità delle prove di efficacia sulla base di criteri prefissati. Nella revisione sistematica sono stati inclusi dieci articoli che riportavano 71 outcome sull’Aloe vera. Di questi, 47 (67%) avevano significatività statistica (p ≤ 0,05), ma soltanto 3 erano supportati da solide prove di efficacia e riguardavano in particolare l’efficacia dell’Aloe nella prevenzione della flebite infusionale e da chemioterapia.

Gli autori della revisione hanno osservato che la maggior parte delle prove di efficacia è limitata dalla scarsa numerosità del campione, oppure dalla qualità metodologica degli studi individuati e che pertanto, nonostante sia stato rilevato un effetto complessivo benefico dell’Aloe, sono necessarie ricerche più rigorose per ottenere risultati definitivi.

 

Saranrat Sadoyu, Chidchanok Rungruang Thitima Wattanavijitkul  et al. Aloe vera and health outcomes: An umbrella review of systematic reviews and meta-analyses. Phytother Res. 2020 Sep 14. doi: 10.1002/ptr.6833.

 

 

Microbiota intestinale e piante medicinali

Molte piante medicinali sono state utilizzate tradizionalmente per i disturbi gastrointestinali. Secondo le monografie dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) nell’Unione Europea sono raccomandate 44 piante medicinali per il trattamento di questi disturbi in base all’uso tradizionale. Le principali indicazioni sono disturbi gastrointestinali funzionali e cronici.

La possibile interazione con il microbiota intestinale umano non è stata ancora esaminata, sebbene sia abbastanza probabile. I microbioti intestinali, come è noto, svolgono funzioni importanti per metabolismo, fisiologia e omeostasi dell’ospite e le alterazioni nella loro composizione vengono correlate a diversi disturbi.

Questa recente revisione della letteratura ha esaminato gli studi sulle interazioni di queste piante con il microbioma intestinale, evidenziando che soltanto una piccola parte delle 44 piante medicinali presenti nelle monografie dell’EMA per i disturbi gastroenterici è stata studiata circa le potenziali interazioni con il microbiota intestinale.

Le prove più solide sono disponibili per l’uso dell’inulina e della radice di cicoria come prebiotici e per i semi di lino, che sono fermentati dal microbiota intestinale ad acidi grassi a catena corta con effetti prebiotici e contengono inoltre altre classi di composti come lignani e acidi grassi polinsaturi, che hanno anche dimostrato di interagire con i microbioti intestinali. Anche le droghe ricche in tannini e antociani interagiscono intensamente con il microbiota intestinale.

La metabolizzazione microbica intestinale è stata dimostrata anche per alcuni costituenti della liquirizia, anche se i loro potenziali effetti sul microbiota intestinale devono ancora essere studiati in dettaglio.

Pochi studi hanno indagato le interazioni delle droghe contenenti olio essenziale e secoiridoidi con il microbiota intestinale umano; tuttavia altri costituenti presenti in alcune di queste droghe – quali la curcumina (curcuma), lo shogaol (zenzero) e l’acido rosmarinico – hanno dimostrato di essere metabolizzati dal microbiota intestinale umano e dati preliminari indicano anche potenziali effetti di modulazione del microbioma intestinale.

In conclusione, scrivono i ricercatori, poiché l’interazione con il microbiota intestinale non è ancora stata studiata a fondo per molti preparati a base di erbe tradizionali si aprono grandi opportunità di ricerca futura.

Fonte: Thumann TA, et al. The role of gut microbiota for the activity of medicinal plants traditionally used in the European Union for gastrointestinal disorders. J Ethnopharmacol Volume 245, 5 December 2019.

https://doi.org/10.1016/j.jep.2019.112153

Oli essenziali e sistema nervoso centrale

 

Agli oli essenziali (OE) sono riconosciute fin dall’antichità proprietà a sostegno della salute in virtù di una vasta gamma di attività biologiche. Documenti storici mostrano, infatti, che erano già in uso più di 2000 anni fa nell’antico Egitto, India, Persia, Mesopotamia e Cina per prevenire e trattare diversi disturbi, oltre che nelle cerimonie religiose.

Recenti studi preclinici e clinici hanno mostrato risposte farmacologiche variabili nel sistema nervoso che determinano effetti ansiolitici, antidepressivi, sedativi e anticonvulsivanti. La sperimentazione su modelli animali ha evidenziato il coinvolgimento di più sistemi di neurotrasmettitori nella modalità d’azione degli OE, con conseguenti effetti fisiologici misurabili a livello cerebrale. La ricerca sperimentale farmacologica degli ultimi 15 anni ha mostrato dunque una vasta gamma di percorsi neurali e la loro modalità di azione, consentendo una comprensione più completa degli effetti fisiologici e psicologici degli OE. Questi hanno dimostrato effetti neurofarmacologici in modelli animali con un’influenza significativa sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), coordinatore centrale dei sistemi di risposta neuroendocrina allo stress, sul sistema nervoso simpatico e sui sistemi neurotrasmettitori, inclusi i sistemi serotoninergici, DAergici e GABAergici.

Studi clinici hanno dimostrato inoltre l’influenza degli OE su parametri fisiologici come pressione sanguigna, frequenza cardiaca, frequenza respiratoria, composizione delle onde cerebrali e livelli sierici di cortisolo, con concomitanti effetti psicologici. La capacità degli OE di attivare percorsi neurali senza gli effetti collaterali dei farmaci di sintesi li rende potenziali alternative per il trattamento di turbe mentali tra cui depressione, ansia e demenza. Tuttavia per lo sviluppo di preparati in grado di agire nell’ambito di questi problemi così importanti sono necessarie ulteriori ricerche cliniche soprattutto in considerazione dei loro effetti sinergici e della complessa interazione recettore-composto OE.

Questo recente articolo, pubblicato sulla rivista Phytotherapy Research e disponibile in open access (https://doi.org/10.1002/ptr.6854), entra nei dettagli di questi studi con un interessante focus sugli OE di Boswellia, Ylang ylang, cannella, bergamotto, lavanda, lemongrass, rosa damascena, salvia, camomilla romana ecc.

 

Fonte: Lorena R. Lizarraga‐Valderrama, Phytotherapy Research, 29 August 2020.

 

 

Cucina medicina

Ovvero di cibo che cura e protegge, di ricerche all’avanguardia, di alimenti che non provocano dipendenza

Roberta Rossi Brunori

 

 

Immaginate una farmacista che da oltre 10 anni si nutre delle più recenti scoperte scientifiche in ambito alimentare. Aggiungete una grande passione per i modi di mangiare tradizionali, riscoperti intervistando gli ultracentenari della penisola.

Unite un grande amore per la cucina e la convivialità e otterrete la ricetta perfetta per Cucina Medicina, un libro zeppo di gustose preparazioni prive di effetti collaterali.

Non serve prescrizione medica per acquistarlo, ma solo una sana curiosità per scoprire cosa succede al nostro organismo dopo aver addentato un boccone piuttosto che un altro.

Assumete giornalmente se volete trasformare la forchetta in un’arma per difendervi dalle malattie, per scoprire come smettere di avere fame in continuazione e per avere un intestino in salute.

Usate senza moderazione.

 

ROBERTA ROSSI BRUNORI
Farmacista, foodblogger, esperta di cucina e benessere, scrive articoli su diverse testate nazionali.

Da anni studia il rapporto tra cibo, benessere e longevità. Fotografa professionista, illustra da sé le ricette che propone. Condivide sul blog www.speziale.net i propri esperimenti di “Cucina Medicina”, realizzando piatti semplici e utilizzando ingredienti tipici.

 

 

I edizione

Pagine: 176 (a colori)

Formato: 15 x 21 cm

ISBN cartaceo 978-88-481-4043-0
Prezzo 16,90 €

Edito da Tecniche Nuove

 

 

 

 

 

Curcuma efficace nel dolore da artrosi del ginocchio

 

 

 

 

 

 

 

 

Secondo uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine, condotto da ricercatori della University of Tasmania in Australia, un estratto di curcuma è più efficace del placebo nella riduzione del dolore da artrosi del ginocchio; non sono emersi effetti sugli aspetti strutturali dell’artrosi, come gonfiore e composizione della cartilagine.

Le attuali terapie farmacologiche per i pazienti con artrosi non sono ottimali, scrivono gli autori: i trattamenti comuni, come paracetamolo e farmaci antinfiammatori non steroidei (Fans), hanno effetti da lievi a moderati e sono associati a eventi avversi, per questo sono necessarie terapie più sicure ed efficaci.

Lo studio

Con questo studio randomizzato in doppio cieco controllato con placebo si è voluto determinare l’efficacia dell’estratto di Curcuma longa (CL) sui sintomi correlati alla gonartrosi, dolore e versamento ginocchio in soggetti con artrosi sintomatica del ginocchio e versamento da sinovite.

I ricercatori hanno randomizzato 70 partecipanti con artrosi sintomatica del ginocchio e prova ecografica di effusione a ricevere 2 capsule al giorno di curcuma (n. 36) oppure un placebo (n. 34); lo studio è durato 12 settimane.

I due outcome primari (cambiamenti nel dolore e nell’effusione del ginocchio) sono stati valutati rispettivamente con scala analogica visiva (VAS) e risonanza magnetica (MRI). Tra gli outcome secondari c’erano cambiamenti nella composizione della cartilagine, nell’uso di farmaci analgesici, nella qualità della vita, nelle misurazioni delle prestazioni fisiche e negli eventi avversi.

Alla fine ella sperimentazione è risultato che chi aveva assunto integratori a base di curcuma ha riportato meno dolore e ha consumato meno antidolorifici rispetto ai componenti del gruppo placebo, senza un aumento degli eventi avversi.

A causa del modesto effetto degli estratti di curcuma sul dolore al ginocchio nonché della scarsa numerosità del campione esaminato, i ricercatori ritengono che saranno necessari studi più ampi e di durata maggiore per confermare il significato clinico di questi risultati.

 

 

Fonte: Zhiqiang Wang, Graeme Jones, Tania Winzenberg et al. Effectiveness of Curcuma longa Extract for the Treatment of Symptoms and Effusion–Synovitis of Knee Osteoarthritis

A Randomized Trial. Ann Intern Med 2020. doi: 10.7326/M20-0990