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Dalla radice di liquirizia un aiuto per la tosse cronica

bundled liquorice sticks on wrapping paper

liquirizia

Radici e rizoma di liquirizia (Glycyrrhiza glabra L.) sono utilizzati nella medicina tradizionale orientale per il trattamento di numerose condizioni. La tosse cronica è una reazione non specifica a un’irritazione presente a livello dell’apparato respiratorio e di solito dura più di otto settimane.

Questo studio, condotto da ricercatori iraniani, ha voluto valutare l’effetto di una ricetta tradizionale persiana modificata nella gestione della tosse cronica.

È stato eseguito uno studio clinico randomizzato in doppio cieco, controllato con placebo nella clinica di malattie respiratorie della città di Shiraz, nel periodo compreso tra ottobre 2016 e dicembre 2017 al quale hanno partecipato settanta persone che presentavano una tosse cronica. Gli outcome primari erano i punteggi giornalieri della tosse (registrati su un diario da ogni paziente e scala analogica visiva) e la misura della qualità di vita secondo il Leicester Cough Questionnaire.

A inizio studio non c’erano differenze significative in quanto a caratteristiche demografiche e cliniche (punteggio della tosse) tra i due gruppi. C’è stata una completa aderenza al protocollo da parte di entrambi i gruppi, ma il tasso di abbandono è risultato di 4 persone nel gruppo placebo e di 6 in quello sperimentale (preparazione a base di liquerizia).

I risultati alla fine della sperimentazione (settimana 2) e al follow-up (settimana 4) hanno mostrato che la preparazione a base di liquirizia è più efficace del placebo, come riscontrato attraverso il punteggio relativo alla gravità della tosse nel gruppo sperimentale rispetto al gruppo placebo. Non sono stati segnalati effetti collaterali importanti durante lo studio e al follow-up.

La conclusione degli autori di questo studio è che una formulazione tradizionale a base di radice di liquirizia può rappresentare una scelta promettente nel trattamento della tosse cronica di origine sconosciuta.

 

Fonte: Hajar Ghaemi, Seyed Masoom Masoompour, Suleiman Afsharypuor et al. The Effectiveness of a Traditional Persian Medicine Preparation in the Treatment of Chronic Cough: A Randomized, Double-Blinded, Placebo-Controlled Clinical Trial. Complement Ther Med. Mar 2020.

 

 

 

Oltre l’epidemia

Mi sono interrogata più volte su cosa dire, come mantenere il contatto con voi, con i nostri lettori, in queste giornate difficili, convulse, anomale, nelle quali ciascuno di noi ha dovuto riorganizzare la propria vita – passando a un grado quasi zero di movimenti, lavoro e relazioni – al ritmo dettato dall’epidemia da Coronavirus.
Giornate nelle quali le notizie si accavallano una dopo l’altra, mentre il nostro Paese e il mondo intero devono fronteggiare una pandemia che sta facendo venire tanti
nodi al pettine.
Un sistema sanitario nazionale indispensabile ora più che mai nonostante anni di definanziamento e tagli, comportamenti sociali improntati a egoismo e
individualismo, frutto di una cultura che imperversa da decenni, una comunicazione social che oscilla tra il complottismo, l’alimentare la paura oltre il necessario
o al contrario minimizzare gli eventi, equiparando l’epidemia da COVID-19 all’influenza di sempre.
In mezzo c’è la realtà di questo morbo che, debellato quasi del tutto in Cina, ha ora il suo epicentro in Europa e in Italia nello specifico.
Una realtà fatta di percentuali, di contagi e di decessi, con il loro carico sociale ed emotivo, e di ‘distanziamento sociale’, una misura inevitabile, ma alla quale la
maggioranza del Paese non si è dimostrata pronta.
E poi un clima di smarrimento sociale, confusione, ansia, paura. Sentimenti umani espressi più volte in letteratura in relazione alle epidemie, dalla peste del 1630 in Lombardia descritta nel cap. XXXI dei Promessi sposi di Alessandro Manzoni, alle pagine intense de La peste di Albert Camus in cui l’epidemia, sempre di peste ma nella città algerina di Orano, diventa una metafora sulle emozioni e la precarietà della condizione umana.
In questa che senza esagerare si può definire una ‘guerra globale’ qualche buona notizia c’è: nella città cinese di Wuhan è stato smantellato l’ultimo ospedale da campo, a dimostrazione del fatto che applicando responsabilmente le norme di distanziamento sociale, se ne può venire a capo e un trend di rallentamento
dei contagi si sta registrando nella prima area della Lombardia, oggi la regione in maggiore difficoltà, investita dall’epidemia.
E ci sono le prime, timide, conferme circa l’efficacia dell’impiego off label del Tocilizumab, un anticorpo monoclonale contro l’artrite reumatoide, su cui è stato
deciso di avviare una sperimentazione clinica in più centri.
E sempre in Cina si è fatto ricorso a ogni strumento possibile, senza escludere le risorse della fitoterapia tradizionale. Degli 80 studi clinici predisposti sul Coronavirus una quindicina, infatti, riguardano piante e formule fitoterapiche tradizionali, alcune già utilizzate in precedenti epidemie come la SARS. Sembra, inoltre, che una formula a base di piante tradizionali con attività antivirali e antinfiammatorie abbia dato riscontri positivi, in associazione ai medicinali, anche nell’attuale epidemia.
L’epidemia colpisce indiscriminatamente persone integre e fragili e presenterà un conto salato a un’economia già in difficoltà e che ha bisogno oggi del massimo sostegno delle istituzioni, nazionali e comunitarie.
Ne risentirà inevitabilmente anche il settore erboristico che già nel corso del 2019, dopo anni di stabilità, aveva mostrato qualche segnale di difficoltà e la perdita di
decine di punti vendita a livello nazionale, come potete leggere nell’inchiesta di pagina 18.
Naturalmente tutto questo a un certo punto finirà, anche se quando saremo usciti da questa situazione nessuno di noi sarà più come prima e dovremo, forse, ripensare l’intero universo di senso, rovesciare una visione del mondo alla quale eravamo abituati. Ci vorranno coraggio, unità, determinazione.
Il mio augurio oggi, 17 marzo 2020, va dunque a tutti voi, in primis agli erboristi che vivono nelle zone più colpite e a quelli che, dopo il chiarimento delle autorità competenti e nel rispetto delle norme via via predisposte, hanno mantenuto aperti i loro punti vendita per fornire ai clienti – persone spesso duramente provate
anche a livello emozionale – il supporto dei preparati a base di piante e garantire pur nell’emergenza una sorta di ‘continuità’ di presenza e intervento.
Un contributo certamente parziale, a fronte dell’immensità della situazione, ma comunque significativo e importante per sostenere le persone in
questi giorni complessi.

Vendesi erboristeria

Il sambuco, usi storici

 

 

 

 

 

 

 

Il sambuco (Sambucus nigra L.) è una specie botanica originaria dell’Eurasia e del Nord America che cresce nelle aree temperate dell’Europa e del Nord America e ha diverse varietà e sottospecie regionali.
Nella medicina popolare agli arbusti sono stati attribuiti proprietà curative, inclusa quella di promuovere una maggiore longevità e vitalità.

Durante il Medioevo la pianta era associata a pratiche magiche, ad esempio le foglie venivano poste intorno all’ingresso delle abitazioni per scacciare gli spiriti maligni, mentre il legno veniva usato per creare bacchette “magiche”. Raramente colpiti da fulmini, gli arbusti di sambuco erano considerati protettivi e per questa ragione venivano piantati in prossimità di case e fienili.

L’utilizzo medicinale del sambuco risale in Europa nel V secolo a.C. e tale impiego è stato mantenuto nei secoli nel Vecchio Continente per poi essere trasmesso anche nell’America coloniale, dove l’infuso a base di fiori di sambuco veniva usato come collirio per trattare le infezioni oculari e internamente per ridurre le febbri. Le foglie fresche venivano poste vicino alla testa di una persona costretta a letto per allontanare mosche e insetti; infusi di frutti, fiori e foglie di sambuco venivano impiegati localmente sulle ferite dei soldati. L’aceto a base di sambuco serviva per disperdere il “catarro duro e spesso”.

Il sambuco è stato incluso in numerose Farmacopee, tra cui austriaca, olandese, tedesca, ungherese, italiana, portoghese e svizzera ma non nella Monografia ufficiale nella Commissione tedesca E.

Benché storicamente siano state utilizzate diverse parti di questa pianta (foglie, fiori, frutti ecc.), la moderna ricerca scientifica si sta concentrando principalmente sulle proprietà salutistiche dei frutti.

Fonte: American Botanical Council, Herbal Gram.

La fotografia è stata scattata dal dr. Luigi Giannelli

Riso rosso fermentato: metanalisi sulla sicurezza

 

 

 

 

 

 

 

Negli ultimi tempi, a seguito di report di alcuni casi di tossicità, sono emerse preoccupazioni circa la sicurezza dei preparati a base di riso rosso fermentato.

Poiché le precedenti metanalisi sugli effetti di questi preparati erano focalizzate principalmente sulla loro efficacia nel migliorare il profilo lipidico e altri parametri cardiovascolari, è stata pubblicata di recente una metanalisi incentrata sul profilo di sicurezza in base a​​ studi clinici controllati e randomizzati (RCT).

Outcome primari erano gli eventi avversi sotto forma di disturbi muscoloscheletrici, outcome secondari gli eventi avversi non di tipo muscoloscheletrico e gli eventi avversi gravi.

Le analisi dei sottogruppi sono state eseguite considerando la tipologia di intervento, la dose giornaliera di monacolina K somministrata (≤3, 3,1-5 o> 5 mg/giorno), il follow-up (> 12 o ≤12 settimane), la terapia con statine o l’intolleranza alle statine e il tipo di trattamento di controllo (placebo o statine).

Sono stati raccolti dati di 53 studi randomizzati con 112 bracci di trattamento, per un totale di 8.535 soggetti, dei quali 4.437 nel braccio sperimentale (riso rosso) e 4.303 in quello di controllo.

La somministrazione di Monacolina K non è risultata associata a un aumento del rischio di problemi muscoloscheletrici. È inoltre stato riscontrato un rischio ridotto di eventi di tipo non muscolo-scheletrico rispetto ai controlli. Le analisi dei sottogruppi hanno confermato l’alto profilo di tollerabilità dei preparati a base di riso rosso fermentato.

Sulla base di questi dati, è la conclusione della metanalisi, l’utilizzo di riso rosso fermentato come agente ipolipemizzante negli integratori alimentari sembra essere complessivamente tollerabile e sicuro in un’ampia gamma di soggetti con moderata ipercolesterolemia.

 

Fonte: Fogacci F, Banach M, Mikhailidis DP, et al. Safety of red yeast rice supplementation: A systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. Pharmacol Res. 2019;143:1–16.

 

 

Ginseng e prestazioni cognitive

ginseng

 

 

 

 

 

 

Il ginseng asiatico (Panax ginseng C.A. Meyer) è una pianta perenne a crescita lenta, originaria dell’Asia orientale, principalmente Cina e penisola coreana, dove viene utilizzata da almeno 2000 anni. Viene coltivato estesamente in Cina, Giappone, Corea e Russia. Panax ginseng è una delle decine di specie del genere Panax, delle quali tutte tranne due si trovano in Asia.

Questo studio clinico randomizzato in doppio cieco, controllato con placebo, ne ha valutato gli effetti sulla cognizione cognitiva.

La ricerca è stata condotta in Corea e vi hanno partecipato in totale 90 volontari che presentavano un lieve deficit cognitivo. Tutti i soggetti sono stati assegnati in modo casuale tramite randomizzazione al gruppo sperimentale Ginseng o al gruppo placebo. A tutti i soggetti sono stati somministrati 3 g di Panax ginseng in polvere oppure un placebo (amido) per 6 mesi. Le versioni coreane del questionario Mini-Mental Status Examination (K-MMSE) e dell’Instrumental Activities of Daily Living (K-IADL) e Seoul Neuropsychological Screening Battery (SNSB) sono state utilizzate per valutare i cambiamenti nella funzione cognitiva alla fine del periodo di studio di 6 mesi.

I soggetti del gruppo sperimentale sono migliorati notevolmente in diversi item del Rey Complex Figure Test (RCFT) rispetto al gruppo “placebo” durante i 6 mesi di somministrazione di Panax ginseng. Non ci sono stati eventi avversi importanti.

Questi risultati, scrivono gli Autori, suggeriscono che il ginseng asiatico contribuisce a migliorare alcune prestazioni cognitive.

 

Fonte: Key-Chung Park, Hui Jin, Renhua Zheng, Sehyun Kim, et al. Cognition Enhancing Effect of Panax Ginseng in Korean Volunteers With Mild Cognitive Impairment: A Randomized, Double-Blind, Placebo-Controlled Clinical Trial . Transl Clin Pharmacol , 27 (3), 92-97, Sep 2019.

 

 

Parlando di funghi medicinali…

maitake

Il maitake (Grifola frondosa), un fungo commestibile comune nel nord-est del Giappone e della Cina, è un ingrediente importante nella cucina asiatica. Apprezzato per alcuni suoi benefici salutistici, è usato nella medicina tradizionale orientale in diverse condizioni.

Gli estratti di Maitake sono commercializzati come integratori alimentari sotto forma di estratti liquidi, compresse e capsule principalmente per migliorare la funzione immunitaria e come sostegno in caso di patologie importanti come l’HIV e le neoplasie.

Sono diversi gli studi di laboratorio che supportano tali attività, mentre resta ancora carente la ricerca clinica. Alcuni studi preclinici hanno dimostrato che il maitake esplica un’azione antinfiammatoria, antitumorale e antimetastatica, identificando come componente attivo il polisaccaride beta 1,6-glucano.

Studi clinici di piccole dimensioni hanno indicato che gli estratti di maitake hanno effetti ipoglicemizzanti e modulano i parametri immunitari in donne sopravvissute a carcinoma mammario; sono in corso ulteriori ricerche per valutarne a fondo le potenzialità antitumorali.

Il maitake è controindicato se si stanno assumendo farmaci ipoglicemizzanti, in quanto può aumentarne gli effetti in persone con diabete di tipo 2, e il warfarin.

Fonte: Herbs, Memorial Sloan Kettering Cancer Center.

 

 

 

L’amamelide, o ‘nocciolo della strega’

Young girl with towel on her head and cream.

amamelide

L’amamelide (Hamamelis virginiana L.) è un albero a portamento arbustivo che può raggiungere l’altezza di 6 m; originaria della Virginia, cresce nelle foreste delle aree temperate.

Il genere Hamamelis comprende 3 specie nordamericane (H. virginiana, H. vernalis, H. ovalis) e due asiatiche (H. mollis, H. japonica) ed è stato così denominato da Linneo per evidenziare la sua abitudine di fiorire e fruttificare allo stesso tempo.

La pianta, cui è stato attribuito anche il nome popolare di ‘nocciolo della strega’ perché sembra fosse utilizzata per la fabbricazione delle scope, ha foglie caduche di colore verde brunastro, giallastro in autunno; le foglie sono ovali od obovate, alterne, glabre, lunghe fino a 15 cm e larghe fino a 10 cm, con picciolo corto e robusto. Il frutto è una capsula legnosa contenente due semi mentre l’infiorescenza di solito consiste in 3 fiori profumati, ciascuno con 4 petali gialli sottili che si schiudono in autunno avanzato all’incirca nello stesso periodo in cui maturano i frutti.

I nativi del Nord America credevano che l’amamelide fosse una pianta magica perché sfidava l’ordine della natura, fiorendo proprio quando altre piante si preparano per l’inverno.

Le sue proprietà erano note da tempo ai nativi americani e vennero rapidamente adottate dai coloni europei. Tradizionalmente dalle foglie, dai rametti e dalla corteccia di amamelide si preparano estratti, lozioni e sali medicinali. Il distillato veniva utilizzato per ridurre le infiammazioni, arrestare le emorragie e controllare le secrezioni dalle mucose, mentre il decotto si poneva sulle ferite per favorirne la cicatrizzazione. Nell’Ottocento, l’estratto delle foglie veniva utilizzato dai coloni europei negli Stati Uniti contro le scottature solari e le irritazioni oculari.

Data la presenza nelle foglie e nella corteccia di tannini, l’amamelide è impiegata oggi per la preparazione di estratti fluidi e di pomate con proprietà decongestionanti, astringenti ed emostatiche, utilizzati per alleviare emorroidi e varici e in caso di infiammazione oculare. In caso di dosaggi eccessivi e nei soggetti ipersensibili, l’amamelide può causare danni alla mucosa gastrica e stipsi.

In cosmetica la pianta trova maggiormente impiego in lozioni emollienti per la pelle secca.

 

Fonte: Herb Society of America.

 

 

Tè verde e ipertensione, una metanalisi

Diversi studi condotti su animali e ricerche osservazionali sull’uomo hanno mostrato gli effetti benefici dell’assunzione di tè verde sulla pressione arteriosa, in particolare in caso di ipertensione, mentre gli studi randomizzati e controllati (RCT) hanno finora dato risultati contrastanti.

Questa revisione sistematica della letteratura con metanalisi di RCT ha valutato gli effetti della supplementazione di tè verde sui valori pressori.

È stata condotta una ricerca sistematica di tutti gli studi pertinenti sulle banche dati medico-scientifiche PubMed, Embase e Cochrane Library, dall’inizio delle pubblicazioni fino all’agosto 2019.

I risultati sono stati raggruppati e valutati con metodologie consolidate e la qualità degli studi è stata valutata utilizzando il punteggio sulla scala Jadad.

Sono stati inclusi nella metanalisi ventiquattro studi con un totale di 1697 partecipanti. I risultati aggregati hanno mostrato che il tè verde ha ridotto in modo statisticamente significativo la pressione sistolica (P = 0,02) e quella diastolica (P = .004).

Nel complesso, scrivono gli autori della metanalisi, il tè verde ha ridotto significativamente sia la pressione sistolica che quella diastolica nel corso di studi per lo più a breve termine.

Sono quindi necessari studi più ampi e a lungo termine per approfondire questi promettenti effetti della supplementazione di tè verde sul controllo della pressione arteriosa e sugli eventi clinici ad essa correlati.

 

Fonte: Renfan Xu et al. Effect of Green Tea Supplementation on Blood Pressure: A Systematic Review and Meta-Analysis of Randomized Controlled Trials. Medicine (Baltimore). Feb 2020.

 

Pressione arteriosa e sostanze naturali

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pressione arteriosa

La pressione arteriosa con valori medio-alti è associata a un aumentato rischio di malattie cardiovascolari, anche se il rapporto costi-benefici sull’uso del trattamento antipertensivo in questa fascia di persone non è ancora chiaro.

Alcuni componenti dietetici e prodotti naturali sembrano essere in grado di ridurre in modo significativo la pressione arteriosa, senza determinare effetti collaterali di rilievo.

Su questo tema la Società Europea di Ipertensione (ESH) ha pubblicato di recente sul Journal of Hypertension un documento di consenso mettendo a fuoco l’azione antipertensiva di alcuni componenti dietetici e prodotti naturali.

Il documento espone le evidenze scientifiche raccolte in metanalisi di trial clinici controllati, con l’obiettivo di individuare i preparati che hanno un’azione significativa in questo contesto per valutarne l’eventuale utilizzo in soggetti con livelli medio-alti di pressione arteriosa.

Tra gli alimenti il succo di barbabietola sembra avere le prove di efficacia più convincenti di un effetto antipertensivo, scrivono gli esperti, ma potrebbero essere presi in considerazione per ottimizzare i valori pressori anche le bevande ricche di antiossidanti come tè, caffè, gli integratori di magnesio, potassio e vitamina C, i polifenoli del cacao, gli isoflavoni della soia (eventualmente da suggerire alle donne in perimenopausa), il resveratrolo (in soggetti insulino-resistenti) e la melatonina nei casi di ipertensione notturna.

In ogni caso, conclude il panel di esperti, l’approccio con questi preparati non deve sostituire il trattamento farmacologico, quando questo è ritenuto necessario.

 

Fonte: Borghi, C; Tsioufis, K; Agabiti-Rosei, E; Burnier, M; Cicero, A. et al. Nutraceuticals and blood pressure control, a European Society of Hypertension position document. Journal of Hypertension:  January 20, 2020.