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Estratto di melograno e placca dentale

Il melograno (Punica granatum L.) è stato utilizzato tradizionalmente in diversi ambiti della salute, dalle patologie cardiache, alle turbe metaboliche, per sostenere la fertilità maschile ecc.

La ricerca moderna ha mostrato che il melograno esplica attività antitumorale, antinfiammatoria, antiulcera, antidepressiva, cardioprotettiva, antiossidante.

La corteccia è ricca di tannini, proantociani, antociani e terpenoidi con dimostrate proprietà antinfiammatorie ed è stata utilizzata per fermare le emorragie nasali, alleviare mal di gola, ulcere e raucedine. I fiori, contenenti tannini, terpeni, terpenoidi, flavonoidi e oli organici, sono stati usati per trattare disturbi cardiovascolari, diabete e alcune infezioni di origine batterica.

Alcaloidi, flavonoidi e tannini sono prevalenti nelle foglie, cui sono state attribuite proprietà antibatteriche, antinfiammatorie, anticolinesterasiche e citotossiche; le foglie sono state utilizzate per ottimizzare il livello ematico di colesterolo e la gestione del peso corporeo.

I frutti contengono antociani, tannini, acidi grassi, flavonoidi e steroli ed esplicano attività antimicrobiche, antitumorali e antiossidanti.

In medicina tradizionale la buccia del frutto (contenente alcaloidi, antociani, antocianidine, tannini, flavonoidi, fenoli, proantocianidine, steroli, terpeni e xanthonoidi) è usata per l’azione antiproliferativa, antinfiammatoria, antiossidante e antitumorale, mentre il consumo di succo è stato associato alla riduzione dell’affaticamento e a una migliore qualità della vita.

Diversi studi hanno confermato gli effetti antimicrobici del melograno. Si è visto, tra l’altro, che la punicalagina e l’ellagitannino compromettono la sintesi dei poliglicani e impediscono l’adesione di microrganismi alla superficie dentale.

Lo studio

Questo recente studio clinico crossover in doppio cieco (Effect of hydroalcoholic extract of whole pomegranate fruit on cariogenic bacteria and its clinical effect on dental plaque formation in 8-10-year-old children) ha valutato l’effetto di un estratto idroalcolico del frutto del melograno sullo Streptococcus mutans (S. mutans) e sul Lactobacillus acidophilus (L. acidophilus) e il suo effetto clinico sulla formazione di placca dentale in una popolazione di bambini di 8-10 anni.

Lo studio è stato condotto in due fasi di sperimentazione, una in vitro e una clinica. Nella fase in vitro, l’effetto antibatterico dell’estratto idroalcolico di frutto intero di melograno su S. mutans e L. acidophilus è stato valutato con risultati positivi mediante il metodo per diffusione del disco (test di Kirby – Bauer).

Nella successiva fase clinica 14 bambini sono stati assegnati in modo casuale a due gruppi: il gruppo di intervento ha ricevuto un collutorio con estratto di melograno (38%) e il gruppo di controllo ha ricevuto clorexidina (disinfettante impiegato in ambito odontoiatrico) allo 0,12%, dopo valutazione della placca dentale di base mediante l’indice di igiene orale semplificato (OHI-S). Ai bambini è stato chiesto di non utilizzare nessun’altra misura di controllo della placca durante lo studio.

Il punteggio OHI-S è stato misurato nuovamente dopo 5 e 14 giorni con i seguenti risultati: l’estratto idroalcolico di melograno ha mostrato un effetto antibatterico positivo su S. mutans e L. acidophilus, con effetto inibitorio inferiore a quello della clorexidina.

La formazione di placca non è stata inibita dai due collutori, ma il collutorio al melograno e clorexidina hanno diminuito il punteggio OHI-S rispettivamente del 34% e del 36% senza differenze significative tra loro (P > 0,05).

In conclusione l’estratto idroalcolico del frutto intero di melograno ha mostrato effetti inibitori significativi su S. mutans e L. acidophilus con un’efficacia paragonabile alla clorexidina nella riduzione della placca dentale.

Gli autori dello studio sottolineano come la conduzione dello studio in due fasi in vitro e in vivo sia il punto di forza principale, raccomandando studi futuri per valutare le frazioni isolate del frutto del melograno e gli effetti antibatterici su una gamma più ampia di agenti patogeni orali, in particolare microrganismi Gram-negativi.

Fonte: Mahd MA, Aref P, Emadi F, Javadi F, Kharazi Fard MJ, Tavassoli-Hojjati S. Effect of hydroalcoholic extract of whole pomegranate fruit on cariogenic bacteria and its clinical effect on dental plaque formation in 8-10-year-old children. Dent Res J (Isfahan). 2023 Nov 27;20:114.

Salvia e sintomi menopausali

La salvia (Salvia officinalis L.; famiglia Lamiaceae) è un suffrutice dal fusto eretto ramificato, quadrangolare, con portamento cespuglioso alto fino a 60 cm. Originaria dell’area mediterranea, la pianta è coltivata in tutta Europa, lungo le coste mediterranee e negli Stati Uniti.

È nota fin dai tempi più antichi agli Egizi e agli antichi Romani, che la chiamavano Herba sacra e le attribuivano poteri divini. Dioscoride nel De Materia Medica riporta l’utilizzo del decotto di salvia per fermare il sanguinamento delle ferite e per disinfettare le piaghe e dell’infuso per alleviare raucedine e tosse. Plinio il Vecchio, in Naturalis Historia, cita la salvia per migliorare la memoria e sotto forma di gargarismi per alleviare afte e mal di gola.

La pianta viene utilizzata tradizionalmente per le sue proprietà aromatiche e in fitoterapia per alleviare i problemi digestivi e le infiammazioni delle mucose oro-faringee. Le sono state attribuite attività digestive, colagoghe, bechiche, espettoranti, tonico-stimolanti e antisettiche.

Un’interessante applicazione della salvia riguarda, inoltre, il suo possibile utilizzo in alcuni sintomi della menopausa, in particolare per ridurre la sudorazione eccessiva e le vampate di calore oltre che per migliorare il tono dell’umore.

Una recente ricerca italiana (The Different Phytochemical Profiles of Salvia officinalis Dietary Supplements Labelled for Menopause Symptoms), pubblicata su Molecules, ha effettuato uno screening fitochimico di quattro prodotti commerciali contenenti salvia. Il contenuto fenolico totale è stato stimato mediante spettrofotometria con il reattivo di Folin-Ciocalteau, il contenuto di flavonoidi è stato misurato con il test della 2,4-dinitrofenilidrazina; gli isoflavoni e gli α/β-tujoni sono stati analizzati attraverso cromatografia liquida ad alta prestazione (HPLC) e gascromatografia.

Le analisi hanno rivelato l’assenza di tujoni e di isoflavoni (genistina, genisteina e daidzeina) in tutti e quattro gli estratti. Il contenuto in composti polifenolici è risultato variabile nei diversi campioni: uno dei 4 estratti di salvia (T) si è mostrato più ricco di polifenoli e flavonoidi rispetto agli altri prodotti, rispettivamente di 1,8-3,2 e 1,4-4,0 volte (valore p < 0,05).

L’analisi fitochimica ha mostrato, dunque, come la composizione degli estratti in commercio sia diversa e quindi potenzialmente correlata anche a diversi effetti terapeutici. Ad esempio, in relazione ai prodotti analizzati in questo lavoro, l’estratto T privo di tujoni, ricco in polifenoli e flavonoidi, potrebbe essere un efficace approccio fitoterapico, adatto anche al trattamento a lungo termine dei sintomi della menopausa.

Il prossimo e fondamentale passo – commentano i ricercatori – sarà quello di effettuare studi preclinici e clinici volti a determinare l’efficacia e la sicurezza del fitocomplesso della salvia. Si auspica, inoltre, un’ulteriore caratterizzazione dei polifenoli, per definire meglio quali siano i costituenti attivi responsabili delle attività fitoestrogeniche e cardioprotettive.

Questi risultati, oltre a evidenziare l’importanza del controllo di qualità dei prodotti a base di salvia, apre la strada alla definizione di un approccio fitoterapico efficace per la terapia a lungo termine dei sintomi della menopausa.

Fonte: Maggini, V.; Bertazza, G.; Gallo, E.; Mascherini, V.; Calvi, L.; Marra, C.; Michelucci, F.; Liberati, C.; Trassi, A.; Baraldi, R.; et al. The Different Phytochemical Profiles of Salvia officinalis Dietary Supplements Labelled for Menopause Symptoms. Molecules 202429, 94.

Accordo europeo sugli oli essenziali

Non se n’è parlato molto sui media italiani, ma l’accordo raggiunto lo scorso 5 dicembre per la revisione del Regolamento CE n. 1272/2008 (CLP) – che disciplina nell’Unione Europea la classificazione, l’etichettatura e l’imballaggio delle sostanze chimiche prevedendo che tutti i prodotti siano venduti, etichettati e classificati secondo una classe di pericolo per garantire la sicurezza dei consumatori – è un buon compromesso.

Suggella sì una soluzione transitoria, ma permette di scongiurare un rischio che, a un certo punto, era parso molto concreto, quello cioè di mettere “fuorilegge” gli oli essenziali usati per creare gli aromi di prodotti cosmetici e profumi.

Secondo la proposta elaborata in precedenza, infatti, la revisione del Regolamento avrebbe implicato il passaggio degli oli essenziali dalla categoria delle “sostanze naturali complesse” a quella di “miscele di sostanze chimiche”.

Non un semplice cambio di categoria o nomenclatura – attenzione – ma una modifica di fondo che avrebbe poi richiesto, per l’immissione in commercio del singolo olio essenziale, la valutazione del rischio di ciascuna sostanza in essa contenuta. La classificazione di prodotti rischiosi per la salute, in sostanza, sarebbe stata attribuita al fatto che un elemento chimico è pericoloso in quanto tale e non a seguito di rilevazione scientifica su un campione di consumatori.

Con la deroga specifica concordata dal Parlamento e dal Consiglio europei per gli estratti vegetali, quindi per gli oli essenziali – frutto di circa due anni di dialogo tra le istituzioni comunitarie, i singoli Stati membri e il mondo dell’industria e della produzione/coltivazione – si conferma l’attuale criterio di classificazione, accordando un periodo di 5 anni per il riesame delle prove scientifiche da parte della Commissione.

Si riafferma, inoltre, la necessità di attuare ogni eventuale modifica sulla base di un razionale scientifico e non di parametri classificatori avulsi dalla specificità delle sostanze vegetali.

In questo modo viene salvaguardata la filiera europea degli oli essenziali – in cui anche l’Italia ha un ruolo di primo piano – che già nel 2019 vantava un fatturato complessivo di circa 2 miliardi di euro e che si stima possa raggiungere i 4 miliardi nel 2026.

Una realtà produttiva che coinvolge tanto grandi aziende quanto piccoli produttori. Basta pensare alle filiere agricole del bergamotto in Calabria, della lavanda in Provenza o del limone in Spagna, una fonte significativa per l’economia e la competitività dei singoli territori.

L’obiettivo futuro – hanno commentato le associazioni dei produttori, nazionali ed europee – è quello di promuovere una regolamentazione che garantisca l’uso in sicurezza, per l’uomo come per l’ambiente, di oli essenziali e derivati basata su dati scientifici accurati e su valutazioni del rischio approfondite, senza compromettere nel contempo l’industria e l’occupazione.

 

 

Noci e salute cardiovascolare

La ricerca scientifica ha in più occasioni mostrato l’azione benefica delle noci sulla salute cardiovascolare e l’effetto positivo del loro consumo su una serie di parametri, quali ad esempio i valori di colesterolo. I dati scientifici riguardanti il consumo di noci sulla funzione endoteliale sono invece contrastanti.

Per questa ragione una recente revisione sistematica con metanalisi (Effect of walnut consumption on markers of endothelial function in adults: A systematic review and meta-analysis of randomized controlled trial) pubblicata sulla rivista Phytotherapy Research, ha fatto il punto della situazione, attraverso un’analisi critica e quantitativa degli studi disponibili a questo riguardo.

La ricerca sistematica delle fonti è stata effettuata nei principali database medico-scientifici online tra cui PubMed-Medline, Scopus e ISI Web of Science fino all’ottobre 2023.

Sono stati inclusi nella review gli articoli che riportavano l’effetto dell’assunzione di noci sulla dilatazione flusso-mediata (FMD), sulla molecola di adesione intercellulare-1 (ICAM- 1), sulla molecola di adesione cellulare vascolare-1 (VCAM-1).

Sono stati ammessi e quindi analizzati sei studi con un totale di 250 partecipanti; di seguito la sintesi dei risultati. Il consumo di noci ha aumentato in modo statisticamente significativo la dilatazione flusso-mediata (p = 0,02), anche se la metanalisi non ha mostrato un effetto significativo del consumo di noci sugli altri valori presi in considerazione dalla ricerca.

In conclusione, questa metanalisi suggerisce che il consumo di noci contribuisce a ridurre il rischio di malattie cardiovascolari migliorando i valori della FMD. Tuttavia, sono necessari ulteriori studi per determinare in maniera conclusiva l’effetto dell’assunzione di noci sulla funzione endoteliale.

Fonte: Hsu CY, Alzahrani AA, Maabreh HG, Prasad KDV, Bokov DO, Kareem AH, Alawadi A, Ihsan A, Shakir MN, Alasheqi MQ. Effect of walnut consumption on markers of endothelial function in adults: A systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. Phytother Res. 2024 Jan 10.

I flavonoidi migliorano i parametri del “fegato grasso”

La steatosi epatica non correlata all’abuso di alcol, chiamata anche “fegato grasso”, è una condizione abbastanza diffusa a livello globale che si caratterizza per l’accumulo di grasso all’interno delle cellule del fegato.

Alcuni studi scientifici hanno associato un maggiore apporto di flavonoidi – ovvero di composti polifenolici metaboliti secondari delle piante ampiamente presenti nel mondo vegetale – a una riduzione del rischio di questa condizione. Su questo tema è stata da poco pubblicata una revisione sistematica con metanalisi che, sulla base degli studi scientifici disponibili, ha valutato gli effetti dell’integrazione di flavonoidi sulla steatosi epatica non alcolica.

La metanalisi è stata effettuata sugli studi clinici randomizzati e controllati (RCT) che hanno condotto una revisione critica sull’effetto dei flavonoidi sulla funzionalità epatica, sul profilo lipidico, sull’infiammazione e sulla resistenza all’insulina in soggetti adulti che presentavano questo disturbo metabolico.

Nell’analisi finale sono stati inclusi dodici studi randomizzati che hanno dimostrato i benefici dell’assunzione di flavonoidi sui valori delle transaminasi ALT (p = 0,034) e AST (p = 0,001), di GGT- gamma-glutamil transferasi (p = 0,000), sul livello di trigliceridi (p = 0,001), colesterolo LDL (p = 0,039), colesterolo totale (p = 0,017), nonché sul punteggio della steatosi (p = 0,30), sul fattore di necrosi tumorale-α (p = 0,000) e NF-κB (p = 0,001).

I dati di questa metanalisi indicano pertanto che l’apporto di flavonoidi è in grado di alleviare la steatosi epatica non alcolica, esercitando effetti favorevoli su funzionalità epatica, profilo lipidico e infiammazione. La supplementazione di queste sostanze può rappresentare perciò una risorsa per la gestione della steatosi epatica non alcolica e delle sue complicanze.

Fonte: Li L, Ji K, Du F, et al. Does Flavonoid Supplementation Alleviate Non-Alcoholic Fatty Liver Disease? A Systematic Review and Meta-Analysis of Randomized Controlled Trials. Mol Nutr Food Res. 2023 Dec;67(23):e2300480.

Agnocasto e iperprolattinemia

L’agnocasto (Vitex agnus castus, famiglia delle Verbenaceae), comunemente noto come “falso pepe”, è una pianta arbustiva decidua perenne diffusa nell’area mediterranea lungo i fiumi e nelle zone costiere che, a completo accrescimento, raggiunge l’altezza di 5–6 metri.

I frutti sono bacche di colore nero contenenti quattro semi estremamente duri, con odore aromatico e sapore amaro e leggermente pungente. La droga è costituita dal frutto intero, maturo ed essiccato.

I costituenti principali del frutto sono flavonoidi (casticina, vitexina, isovitexina ecc.), glicosidi iridoidi (aucuboside e agnoside), composti terpenici, olio essenziale, alcaloidi, olio ad acidi grassi insaturi.

Uso tradizionale e attività

Le foglie e i frutti di agnocasto godono da sempre fama di anafrodisiaci e sedativi. Gli antichi Greci lo consideravano “utile per quelli che fanno voto di castità”; Dioscoride riporta che le sacerdotesse di Ceres dormivano su sacchi riempiti con le foglie della pianta per scacciare i “pensieri impuri”. Nel XX secolo il medico francese H. Leclerc segnalava l’utilizzo delle sommità fiorite di agnocasto per le virtù sedative attribuite ai glucosidi, utili “nelle turbe neurovegetative e nelle psiconevrosi che hanno come primum movens un’affezione pelvica o turbe delle funzioni digestive”.

La medicina popolare, in generale, riconosce alla pianta attività anafrodisiaca, antispasmodica, emmenagoga, sedativa e galattagoga. I frutti erano utilizzati anche per stimolare la digestione, mentre per uso esterno venivano impiegati per le proprietà vulnerarie.

Le attività principali dell’agnocasto sono quelle ormonale (progestinica e anti-estrogenica), antispasmodica e tonica.

L’agnocasto trova, quindi, indicazione nella sindrome premestruale da iperfollicolinismo, nelle emorragie provocate da insufficienza del corpo luteo, nelle menorragie e metrorragie, nella ritenzione idrica della fase premestruale. La pianta può essere utilizzata anche per alcuni problemi dermatologici sensibili al trattamento ormonale, come ad esempio l’acne.

In epoca recente è stato utilizzato principalmente per il trattamento di sindrome premestruale, irregolarità mestruali, disturbi della fertilità e sintomi della menopausa.

I risultati della ricerca

La maggior parte degli articoli pubblicati sull’agnocasto si sono concentrati sulla gestione della sindrome premestruale o dell’infertilità ma poiché nelle donne che presentano questi disturbi si può osservare un certo livello di iperprolattinemia, ovvero l’incremento dei livelli dell’ormone prolattina nel sangue, alcuni studi hanno valutato gli effetti dell’agnocasto anche su questo problema. È stato ipotizzato che i diterpeni contenuti nell’estratto di agnocasto possano interagire con i recettori della dopamina D2 e inibire il rilascio di prolattina attraverso l’attivazione di dopamina D2R nell’ipofisi anteriore.

In virtù di questa sua azione su D2R, l’agnocasto potrebbe avere un ruolo anche nel trattamento dell’iperprolattinemia lieve, compresa l’iperprolattinemia indotta da farmaci o sindrome dell’ovaio policistico.

Dopo un’analisi critica degli studi scientifici che hanno trattato questo tema, gli autori dell’articolo suggeriscono il possibile ruolo dell’agnocasto nella gestione di casi selezionati di iperprolattinemia, senza il supporto di studi randomizzati e controllati.

In conclusione, sebbene alcune evidenze indichino l’agnocasto come una possibile opzione fitoterapica per la gestione di casi selezionati di iperprolattinemia lieve, per confermare tale attività sono necessari studi più ampi e di alta qualità.

La letteratura medica non segnala effetti secondari tossici, a meno che non sia presente un’ipersensibilità individuale. Non utilizzare durante la gravidanza e l’allattamento e in ambito pediatrico. Alcuni autori hanno segnalato che l’assunzione di integratori a base di agnocasto potrebbe interferire con la pillola anticoncezionale, con gli estrogeni e con gli antipsicotici.

Fonte: Puglia LT, Lowry J, Tamagno G. Vitex agnus castus effects on hyperprolactinaemia. Front Endocrinol (Lausanne). 2023 Nov 21;14:1269781.

Fumaria, tradizione e attualità

La Fumaria (Fumaria officinalis L.), specie appartenente alla famiglia delle Papaveracee, è una piccola pianta erbacea annua o biennale della quale si utilizzano come droga le sommità fiorite. Comune in tutta Europa, in Italia si trova facilmente dalle Alpi alle isole. Ama i terreni incolti, le vigne e i muretti e si adatta ai periodi di siccità.

Presenta foglie glabre, glabre, picciolate, solcate da evidenti nervature, e caratteristici fiori disposti in racemi rosa e rosso scuro all’apice. Il frutto consiste in un achenio contenente un solo seme.

Altre specie simili per composizione e utilizzo sono Fumaria capreolata, diversa da F. officinalis solo per il colore biancastro dei fiori, F. parviflora, F. indica, e altre di minore importanza.

Uso tradizionale e ricerca sperimentale

Così la descrive Scotti in Flora Medica: «la fumaria ha un odore erbaceo, che sa alquanto di fuliggine e un sapore amarissimo che aumenta con l’essiccazione, non essendo più mitigato dalle parti acquee e mucillaginose dell’erba fresca. La fumaria era molto in credito nelle antiche farmacologie, singolarmente lodata da Galeno, Dioscoride, Avicenna ecc.».

Tra i suoi numerosi costituenti chimici si segnalano alcaloidi isochinolinici e protopinici (il più importante e rappresentativo è la protopina), polifenoli, acidi organici (fumarico in particolare, citrico, cumarico, ferulico, malico, 3-idrossibenzoico, caffeico), mucillagini, principi amari, vitamine e minerali. Luigi Palma in Piante medicinali d’Italia ne riporta l’azione antiflogistica, antieczematosa, antiscorbutica, aperitiva, colagoga, diuretica, ipostenizzante, e tonica.

La tradizione popolare attribuisce alla fumaria proprietà depurative per il fegato e la pelle e inserisce tra le indicazioni della pianta l’insufficienza epatica di grado lieve, dispepsie biliari, digestioni difficili, stipsi, eczema cronico, acne, ma anche congiuntiviti, emicrania ecc.

A livello sperimentale sono state confermate le attività coleretica, antiossidante, epatoprotettiva e antispastica sulla muscolatura liscia del digerente.

La pianta è stata utilizzata nella prevenzione e terapia delle calcolosi biliari e dei disturbi digestivi da malfunzionamento dell’apparato epatobiliare, con pesantezza dopo i pasti, meteorismo e stipsi. Ben tollerata alle dosi terapeutiche non manifesta effetti secondari. Dosaggi elevati potrebbero causare diarrea ed effetti sedativi sul sistema nervoso centrale; si sconsiglia di assumere in gravidanza e allattamento e nel periodo peri-operatorio.

Studio sulla dermatite atopica

La dermatite atopica è una malattia cutanea che colpisce tra il 5 e il 20% delle persone nel corso della loro vita e si manifesta con diversi sintomi tra cui prurito importante e lesioni eczematose.

Un recente studio clinico randomizzato e controllato in doppio cieco (Effect of herbal cream containing Fumaria officinalis and silymarin for treatment of eczema: A randomized double-blind controlled clinical trial) ha valutato le proprietà di una pomata a base di fumaria e silimarina in applicazione topica nel trattamento dell’eczema. Obiettivo della ricerca è stato quello di esaminare l’effetto dell’estratto di queste due erbe sulla gravità e i sintomi della dermatite atopica.

Quaranta persone con eczema da lieve a moderato hanno ricevuto in modo casuale mometasone furoato (un glucocorticoide usato localmente per ridurre l’infiammazione della cute o delle vie aeree) 0,1% oppure una crema a base di fumaria e silimarina.

Il trattamento è durato 2 settimane: i partecipanti sono stati valutati prima del trattamento e dopo 2 settimane utilizzando il sistema SCORAD, una scala di misurazione per la misurazione della severità della dermatite atopica e del suo impatto sulla qualità di vita delle persone.

La riduzione del punteggio SCORAD è stata significativa in entrambi i gruppi (p=0,04 nel gruppo che ha ricevuto la pomata a base di erbe e p=0,03 nel gruppo mometasone), senza alcuna differenza significativa tra i due gruppi.

Il punteggio SCORAD medio era 27,66±5,9 prima della terapia e 4,77±1,6 dopo la terapia nel gruppo mometasone e 26,05±7,1 prima della terapia e 6,944±2,6 dopo il trattamento con la pomata di origine vegetale.

Lo studio ha mostrato l’azione dell’estratto di fumaria e silimarina (una miscela di silibina, silicristina e silidianina, tre principi attivi che si trovano in diverse piante, tra cui il cardo mariano) sulla gravità e sui sintomi della dermatite atopica, indicando che questa associazione fitoterapica potrebbe rappresentare una promettente risorsa per migliorare i sintomi dell’eczema.

Fonte: Iraji F, Sharif Makhmalzadeh B, Abedini M, Aghaei A, Siahpoush A. Effect of herbal cream containing Fumaria officinalis and silymarin for treatment of eczema: A randomized double-blind controlled clinical trial. Avicenna J Phytomed. 2022 Mar-Apr;12(2):155-162.

Curcumina e danno epatico

Il danno epatico costituisce un problema di salute diffuso in tutto il mondo e riguarda un numero considerevole di persone, con significativi costi socio-economici.

Le opzioni convenzionali di trattamento primario hanno costi elevati e ciò induce molti ricercatori e clinici a esplorare l’effetto di altre terapie, come ad esempio la fitoterapia.

La curcumina, il principale costituente della curcuma, ha dimostrato di possedere significative proprietà salutistiche in varie condizioni di salute e viene valutata, tra l’altro, anche il suo ruolo potenziale per il trattamento delle lesioni a carico del fegato.

Un recente studio cinese (Curcumin and analogues in mitigating liver injury and disease consequences: From molecular mechanisms to clinical perspectives), pubblicato su Phytomedicine, ha ricostruito le mappe delle attuali prove di efficacia disponibili per la curcumina (e i suoi analoghi) nel danno epatico, analizzando vari aspetti che riguardano la ricerca clinica in materia, ma anche la sicurezza e la tossicologia, offrendo una sintesi aggiornata dei complessi meccanismi biologici modulati dalla curcumina.

La ricerca delle evidenze è stata effettuata sulle banche dati MEDLINE, Web of Science ed Embase fino a luglio 2023, con l’obiettivo di individuare gli studi che hanno valutato il potenziale della curcumina nel mitigare il danno epatico e le sue conseguenze.

La curcumina e i suoi analoghi hanno dimostrato una bassa tossicità sia in vitro che in vivo ma la sua scarsa biodisponibilità ne ha limitato l’uso nei casi di danno epatico. Una soluzione a tale problema è data attualmente dalle nano-formulazioni di curcumina e dai sistemi innovativi di somministrazione.

I ricercatori hanno evidenziato che la curcumina svolge un ruolo nell’alleviare il danno epatico modulando il sistema antiossidante nonché i percorsi cellulari e molecolari come NF-κB, p38/MAPK e JAK2/STAT3 ecc. nelle cellule danneggiate.

Inoltre, agisce sul metabolismo nutrizionale regolando la sostanza nelle cellule e nei tessuti epatici e anche il microambiente associato al danno epatico (matrice extracellulare, cellule e fattori immunitari).

Dodici studi clinici hanno dimostrato la potenziale applicazione della curcumina nelle situazioni di danno epatico: a conclusione di questo studio, la curcumina viene pertanto indicata come una risorsa promettente per ridurre il danno epatico, grazie alla sua efficacia nell’epatoprotezione e al basso profilo di tossicità.

Sono ovviamente necessarie nuove ricerche per approfondire i complessi meccanismi attraverso i quali la curcumina agisce sui tessuti epatici e nell’ambiente fisiologico generale e studi clinici di qualità per determinare le forme di dosaggio ottimali.

Fonte: Jiang Z, Liu L, Su H, Cao Y, Ma Z, Gao Y, Huang D. Curcumin and analogues in mitigating liver injury and disease consequences: From molecular mechanisms to clinical perspectives. Phytomedicine. 2023 Nov 22;123:155234

Semi di Chia e ipertensione

Salvia hispanica è una pianta della famiglia delle Lamiaceae, originaria dell’America centrale, dove veniva coltivata dagli Aztechi in epoca precolombiana. I suoi semi sono ricchi di calcio, manganese, fosforo, fibre vegetali, antiossidanti e proteine e hanno una elevata concentrazione di Omega3, Omega6, Omega9 e altri acidi grassi saturi.

Vari studi hanno mostrato che i semi di Chia sono associati a un miglioramento della resistenza all’insulina, dei profili lipidici alterati, della tolleranza al glucosio e dell’obesità. Tuttavia, alcuni trial clinici non hanno mostrato effetti su indici antropometrici, glicemia a digiuno, insulina e sui profili lipidici.

Una recente revisione sistematica con metanalisi – condotta presso la Shahid Beheshti University di Teheran e pubblicata sul Journal of Functional Food – ha valutato gli effetti dell’integrazione di semi di Chia su alcuni parametri antropometrici e metabolici.

La metanalisi ha incluso quattordici studi clinici (729 partecipanti) e ha dimostrato che la supplementazione di semi di Chia ha avuto un effetto significativo sulla pressione arteriosa sistolica e diastolica, sui livelli di colesterolo totale e LDL e sui trigliceridi; non sono emersi effetti significativi su altri parametri. In particolare in un’analisi di sottogruppo, i semi di Chia sono risultati più efficaci sulla pressione arteriosa sistolica se assunti per oltre 10 settimane e alla dose di 25 mg/die.

Sulla base di questi risultati i semi di Chia potrebbero avere effetti benefici sulla dislipidemia e sull’ipertensione, contribuendo a ridurre il rischio di malattie cardiovascolari. “Utilizzata per un periodo prolungato, è possibile che gli effetti cumulativi dei composti bioattivi della Chia, come gli acidi grassi omega-3 e le fibre, diventino più evidenti”, hanno ipotizzato gli autori nella pubblicazione.

Di contro, l’integratore non ha mostrato un impatto significativo sulle misure antropometriche (peso, massa grassa ecc.) né sui marcatori d’infiammazione.

L’eterogeneità degli studi inclusi in termini di durata, dose e partecipanti è una delle principali limitazioni di questa ricerca.

Fonte: Nikpayam O. et al., Effect of chia product supplement on anthropometric measures, blood pressure, glycemic-related parameters, lipid profile and inflammatory indicators: A systematic and meta-analysis. Journal of Functional Food (2023)

Nigella e sistema immunitario

La nigella o cumino nero (Nigella sativa) è una pianta utilizzata da tempi remoti nel trattamento di diverse condizioni e malattie, tra cui asma, febbre, tosse, congestione toracica, cefalea cronica e mal di schiena. La sua ampia portata salutistica in relazione alla tradizione d’uso ha favorito negli ultimi anni lo sviluppo di numerose indagini fitochimiche e biologiche e anche di trial clinici.

La sua attività deve ricondursi alla presenza di alcaloidi, cumarine, saponine, flavonoidi, oli essenziali e fenoli. Gli studi farmacologici hanno confermato la sua attività antitussiva, antiossidante, epato-, neuro- e gastroprotettiva, immunomodulante, analgesica, antinfiammatoria.

Questo recente studio clinico (Effect of Nigella sativa on general health and immune system in young healthy volunteers; a randomized, placebo-controlled, double-blinded clinical trial) in doppio cieco, randomizzato e controllato con placebo ha valutato l’effetto di N. sativa sui parametri correlati all’immunità in un gruppo di giovani volontari sani.

Hanno partecipato alla ricerca 52 soggetti (48 maschi e 4 femmine) di età compresa tra 18 e 25 anni, suddivisi casualmente in quattro gruppi. Il primo (gruppo di controllo) ha ricevuto capsule a base di carbone vegetale mentre gli altri tre hanno ricevuto rispettivamente di capsule con 0,5, 1 g e 2 g di polvere di nigella.

Campioni ematici sono stati prelevati da tutti i partecipanti prima dell’inizio dello studio e alla fine delle quattro settimane di intervento.

Il primo campione è stato utilizzato per effettuare lo screening sanitario di routine e valutare la funzionalità epatica e renale, l’emocromo completo e la formula leucocitaria. Il secondo campione è stato utilizzato per misurare i valori di interleuchina-1, -4, -6 e -10 e del fattore di necrosi tumorale (TNF).

Un terzo e un quarto campione – ottenuti dall’ultima coorte di soggetti prima e dopo il trattamento – sono stati utilizzati per misurare le immunoglobuline e per valutare alcune espressioni geniche (INF-γ, NF-κ-B, TNF-α, IL-1β, IL-13, IL-8 e IL-6).

Questi i risultati ottenuti: 1 grammo di N. sativa ha prodotto un aumento significativo della conta totale dei linfociti, di CD3+ e CD4+ che, tuttavia, è stato perso portando la dose a 2 g. Il resto dei parametri non ha mostrato cambiamenti statisticamente significativi alle varie dosi.

Questi risultati mostrano un promettente effetto immunopotenziante di N. sativa evidenziato con l’aumento delle cellule T helper; la dose ottimale per i soggetti in giovani età sembra essere quella di 1 g.

Fonte: Salem A, Bamosa A, Alam M, Alshuraim S, Alyalak H, Alagga A, Tarabzouni F, Alisa O, Sabit H, Mohsin A, Shaikh M, Farea A, Alshammari T, Obeid O. Effect of Nigella sativa on general health and immune system in young healthy volunteers; a randomized, placebo-controlled, double-blinded clinical trial. F1000Res. 2023 Oct 18;10:1199.