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La prunella nei disturbi della tiroide

Il gozzo tiroideo si manifesta con un aumento delle dimensioni della tiroide ed è generalmente caratterizzato da un’evoluzione nodulare che può alterarne la funzione e causare difficoltà nella deglutizione e nella respirazione. È una delle patologie più comuni della tiroide. La fitoterapia tradizionale cinese viene utilizzata nel trattamento di diverse condizioni, incluse quelle a carico della tiroide e in particolare la tiroidite, termine che comprende tutte le diverse condizioni che causano un’infiammazione della ghiandola tiroidea. La tiroidite di Hashimoto, la tiroidite post-parto e la tiroidite sporadica indolore sono le forme più comuni di tiroidite, che può svilupparsi anche in seguito al trattamento con farmaci come l’amiodarone, il litio, l’interferone alfa e l’interleuchina-2. Il gozzo nodulare può essere inoltre correlato alla carenza endemica di iodio e potrebbe avere origine dalla naturale eterogeneità delle cellule follicolari tiroidee.

La prunella, o brunella, (Prunella vulgaris L.) è una pianta a valenza salutistica si è dimostrata efficace nel trattamento delle malattie della tiroide in studi cellulari in vitro: i suoi triterpeni pentaciclici sembrano infatti inibire l’attività di linee cellulari di tumore della tiroide, come hanno evidenziato studi recenti. Tali effetti antitumorali potrebbero derivare dagli effetti inibitori su proliferazione e migrazione delle linee cellulari di questa neoplasia, che sarebbero regolati dalla chinasi attivante l’autofagia e da altre proteine correlate. Inoltre, la prunella contribuisce a ridurre le citochine pro-infiammatorie per attenuare la risposta alla tiroidite autoimmune. La tiroidite di Hashimoto potrebbe essere trattata anche con la prunella grazie all’elevata affinità per questa patologia dei suoi composti bioattivi, che sono in grado di regolare le molteplici vie di segnalazione della risposta immunitaria adattativa.

Negli studi sull’uomo la prunella ha dimostrato di potenziare l’attività dei farmaci standard somministrati per le malattie della tiroide, come la tiroidite e il gozzo nodulare, e in una recente metanalisi gli studi clinici randomizzati riguardanti la terapia combinata prunella e levotiroxina hanno dimostrato un’efficacia clinica superiore rispetto alla monoterapia con levotiroxina su tiroidite e noduli tiroidei. Questa recentissima revisione sistemica con metanalisi (condotta su studi clinici randomizzati) quindi aveva l’obiettivo di valutare, sulla base di questi dati, l’efficacia clinica della prunella come trattamento aggiuntivo per la tiroidite. L’efficacia della prunella è stata valutata confrontandola con il trattamento standard in riferimento a 9 studi, che hanno riguardato nell’insieme 499 persone con tiroidite o gozzo nodulare sottoposte al trattamento aggiuntivo con la pianta in dosi e formulazioni diverse.

La metanalisi ha mostrato che l’aggiunta di prunella al trattamento ha avuto risultati significativamente superiori a quelli della sola monoterapia e che tali effetti terapeutici significativi sono stati sono mantenuti anche dopo l’analisi del rischio relativo e del modello a effetti casuali. Nonostante non tutti gli studi inclusi nella metanalisi siano di qualità, concludono gli autori della ricerca, la prunella può essere considerato un trattamento aggiuntivo promettente per raggiungere lo stato di remissione nei casi di tiroidite o gozzo nodulare.

Fonte: Xitao Gao, Fan Li. The effects of prunella augmentation therapy for the treatment of thyroiditis or nodular goiter: A systematic review and meta-analysis. Journal of Herbal Medicine Volume 40, August 2023, 100674.
https://doi.org/10.1016/j.hermed.2023.100674

 

Bacopa monnieri: confermata attività sulla sfera cognitiva

La Bacopa (Bacopa monnieri, famiglia delle Plantaginaceae), nota come Brahmi nella medicina ayurvedica indiana, è stata usata tradizionalmente per un’ampia serie di condizioni correlate alla sfera mentale e cognitiva, in particolare per migliorare la memoria e l’apprendimento. Significativo il suo utilizzo nella terza età, correlato anche alle proprietà antiossidanti che contribuiscono a proteggere il cervello dal danno ossidativo e dal declino cognitivo. La ricerca scientifica ha analizzato gli estratti della pianta per le loro proprietà nootropiche, antiossidanti, antimicrobiche e analgesiche. Gli autori di questa recente revisione narrativa evidenziano i benefici per la salute e i meccanismi d’azione della Bacopa, mettendo a fuoco le attività nell’ambito oncologico e delle malattie neurodegenerative. I metaboliti principali della pianta includono saponine, alcoli, steroidi, alcaloidi, glicosidi, zuccheri, aminoacidi, flavonoidi e triterpeni.

Dalla ricerca preclinica agli studi sull’uomo

In studi preclinici i bacosidi della Bacopa hanno inibito le linee cellulari del cancro del colon. Diverse ricerche hanno inoltre riportato che l’estratto di Bacopa, grazie ai bacosidi, inibisce la vitalità e proliferazione delle cellule di glioma e previene il danno ossidativo indotto dal perossido di idrogeno in linee cellulari di neuroblastoma umano. Uno studio sull’animale ha mostrato che il bacoside A svolge un’attività apoptotica sulle cellule del tumore cerebrale. Sempre nell’animale, un estratto di Bacopa ha impedito un significativo aumento dei valori dell’emoglobina glicata e ha rallentato la progressione delle complicanze del diabete, riducendo la formazione dei prodotti finali della glicazione avanzata (AGE) e inibendo lo stress ossidativo. In un modello animale di Parkinson trattato con estratto di Bacopa è stato inoltre osservato un effetto anti-Parkinson, attraverso la soppressione dell’accumulo di placche formate dalla proteina beta amiloide nel cervello. I risultati degli studi in vitro e in vivo suggeriscono pertanto che gli estratti di Bacopa riducono il deterioramento della memoria e migliorano i disturbi neurodegenerativi. Per quanto riguarda la ricerca sull’uomo, i risultati di 10 studi randomizzati e controllati (RCT), per un totale di 595 partecipanti di età pari o superiore a 18 anni e con durata dell’intervento da sei a 16 settimane, confermano i benefici dell’integrazione di Bacopa nella sfera cognitiva.

La sua assunzione infatti ha portato miglioramenti significativi nella velocità di elaborazione delle informazioni visive e nell’apprendimento; riduzione dell’ansia di stato; aumento dell’accuratezza e del consolidamento della memoria; miglioramento delle prestazioni e della ritenzione della memoria, della memoria di lavoro e dell’elaborazione cognitiva; riduzione dello stress e miglioramento dell’umore; aumento della funzione cognitiva; riduzione significativa della velocità di dimenticare le informazioni appena acquisite; efficacia nel trattamento della demenza e nella gestione dell’anedonia, ovvero l’incapacità, totale o parziale, di provare soddisfazione, appagamento e interesse per le consuete attività piacevoli. Sul versante sicurezza la Bacopa è considerata “attendibilmente sicura per l’uso a fini farmacologici”, anche se sono necessarie ulteriori e più approfondite ricerche per valutare questo aspetto. Gli estratti di Bacopa potrebbero essere un utile supporto nel trattamento di alcuni disturbi neurologici; a ciò si aggiunge una promettente attività antitumorale in particolare per il glioblastoma, conclude l’articolo. Lo studio ha ricevuto il sostegno del National Medicinal Plants Board e del Ministero dell’AYUSH (Ayurveda, Yoga e Naturopatia, Unani, Siddha e Omeopatia) del governo indiano.

Fonte: Fatima U, Roy S, Ahmad S, et al. Pharmacological attributes of Bacopa monnieri extract: current updates and clinical manifestation. Front Nutr. August 18, 2022;9:972379. doi: 10.3389/fnut.2022.972379.

 

 

La Via delle Erbe: scopri le novità de l’Erborista

La Via delle Erbe torna a settembre, come abbiamo avuto modo di informarvi nelle scorse settimane. Anche quest’anno quindi l’Erborista, che organizza l’evento assieme al SANA, proporrà una serie di incontri e conferenze dedicate all’approfondimento delle proprietà benefiche e degli usi di particolari tipi di erbe, quelle bianche. In occasione di questo appuntamento, per tutti i nostri lettori abbiamo preparato una serie di interessanti promozioni di abbonamento alla rivista e sui corsi di Accademia Tecniche Nuove, pacchetti che offrono una visione a 360° sul mondo dell’erboristeria e sulle sue novità per aggiornare il professionista e tenerlo al passo con i tempi.

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Il melograno e l’affaticamento prolungato

Il melograno (Punica granatum) è una pianta originaria della regione compresa tra l’Iran e la catena himalayana, presente dall’antichità nell’area del Mediterraneo. Il frutto, coltivato da millenni, è noto per le sue virtù salutari e lo stesso Ippocrate lo consigliava come antinfiammatorio, antidiarroico e antibatterico. Diversi studi, anche clinici, hanno mostrato gli effetti positivi del consumo di melograno – sotto forma di frutto, succo o estratto – in soggetti con disturbi infiammatori cronici, mentre la componente polifenolica dell’estratto ha dimostrato di avere proprietà antiossidanti e immuno-modulatorie. Secondo uno studio preliminare dell’Università di Napoli Federico II, pubblicato sulla rivista Processes, un integratore contenente estratto di melograno associato a vitamine del gruppo B e C ha effetti positivi sull’affaticamento a breve termine.

Un nuovo studio randomizzato in doppio cieco con controllo placebo, pubblicato su Nutrients, ha mostrato che un integratore alimentare contenente estratto di melograno e vitamine idrosolubili (complesso B e C) può ridurre la sensazione di stanchezza in soggetti sani con lieve affaticamento prolungato. L’affaticamento prolungato è associato a cause non patologiche e tuttora non è disponibile un approccio terapeutico consolidato. L’analisi dell’estratto di melograno con cromatografo liquido accoppiato con spettrometro di massa ha mostrato la presenza di 59 composti; gallotannini ed ellagitannini erano le sostanze fitochimiche più abbondanti. Per lo studio clinico 58 soggetti sono stati randomizzati in due gruppi (n = 29, ciascuno): il gruppo sperimentale ha ricevuto l’integratore alimentare e l’altro ha assunto una sostanza placebo. Gli effetti dell’integratore alimentare sull’affaticamento sono stati valutati con questionari validati, registrati agli intervalli di tempo t0 (basale), t1 (dopo 28 giorni), t2 (dopo 56 giorni) e t3 (dopo il follow-up), in combinazione con l’analisi dei marcatori biochimici a t0 e t2.

I punteggi del questionario FSS (Fatigue Severity Scale) sono diminuiti in modo statisticamente significativo negli intervalli di tempo t2 e t3 in coloro che hanno assunto l’integratore alimentare; l’effetto dello stesso preparato sul questionario SF-12 (Short Form Survey) non è risultato significativo.  Inoltre, l’integratore alimentare non ha influito in modo significativo sui parametri biochimici associati alla fatica e alle condizioni di stress. Lo studio dimostra che un integratore alimentare a base di melograno e vitamine riduce la stanchezza prolungata di grado lieve in soggetti sani dopo due mesi di supplementazione.

Fonte: Ullah H, Sommella E, Minno AD, Piccinocchi R, Buccato DG, Lellis LFD, Riccioni C, Baldi A, El-Seedi HR, Khalifa SAM, et al. Combination of Chemically Characterized Pomegranate Extract and Hydrophilic Vitamins against Prolonged Fatigue: A Monocentric, Randomized, Double-Blind, Placebo-Controlled Clinical Trial. Nutrients. 2023; 15(13):2883.

Spirulina e prevenzione cardiovascolare

Le malattie cardiovascolari sono una delle più importanti cause di morbidità e di morte in tutto il mondo. La dislipidemia – che costituisce uno dei principali fattori di rischio per queste patologie – può essere tuttavia controllata modificando lo stile di vita, anche attraverso l’adozione di un regime dietetico salutare. La spirulina è un’alga di colore azzurro che cresce nelle acque di laghi salati di Africa e Messico e in alcuni laghi d’acqua dolce. Utilizzata come alimento già dagli Aztechi, oggi viene commercializzata sotto forma di compresse, polveri o in aggiunta ad alimenti processati, ed è utilizzata principalmente come fonte di vitamina B12 e di proteine di origine non animale. Alla spirulina sono stati attribuiti diversi benefici per la salute, dal trattamento delle infezioni, al contrasto ad alcune forme allergiche, all’attività epatoprotettiva e di promozione della perdita di peso.

Alcuni studi scientifici suggeriscono che quest’alga potrebbe aumentare la produzione delle cellule del sistema immunitario coinvolte nel contrasto alle infezioni e che potrebbe aiutare a contrastare alcune malattie croniche, anche se ad oggi l’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) non ha ancora approvato nessun claim che giustifichi queste o altre proposte d’uso dei prodotti contenenti spirulina. Questa recente revisione sistematica con metanalisi ha valutato ed esposto in sintesi gli effetti della spirulina sul profilo lipidico sulla base dei risultati degli studi randomizzati controllati pubblicati in letteratura internazionale. La ricerca delle fonti– ovvero degli studi clinici circa l’effetto dell’integrazione di spirulina sulle concentrazioni dei lipidi plasmatici – è stata effettuata nelle banche dati medico-scientifiche MEDLINE, Scopus, Clarivate Analytics Web of Science e nei database della Cochrane Library fino a gennaio 2023.

I risultati aggregati di 20 studi (23 bracci con 1.076 partecipanti) hanno indicato che l’intervento con spirulina ha ridotto in modo statisticamente significativo il livello di colesterolo LDL (P<0,05), del colesterolo totale (P<0,05) e dei trigliceridi (P<0,05), aumentando in modo significativo (P<0,05) i livelli di colesterolo HDL-C. Dai risultati della metanalisi si evince dunque che la supplementazione di spirulina migliora i livelli sierici di trigliceridi, colesterolo totale e colesterolo LDL e HDL.

Fonte: Rahnama I, Arabi SM, Chambari M, et al. The effect of Spirulina supplementation on lipid profile: GRADE-assessed systematic review and dose-response meta-analysis of data from randomized controlled trials. Pharmacol Res. 2023 Jul;193:106802. 

Confermata l’attività ansiolitica della lavanda

I fiori di lavanda (Lavandula angustifolia Mill) sono stati utilizzati tradizionalmente per migliaia di anni. L’infuso dei fiori è stato uno dei primi metodi di utilizzo della pianta e veniva impiegato per alleviare e trattare molti disturbi, anche in applicazione esterna come lavaggio aromatico. Nell’Ottocento i fiori erano considerati utili nei disturbi “dei nervi e della testa” e nel Novecento i medici li utilizzavano come stimolanti in caso di svenimenti e per trattare “problemi d’isteria e condizioni nervose”. La lavanda è rilassante, sedativa, ansiolitica e leggermente antidepressiva in inalazione e in ingestione, grazie alla presenza di linalolo e la sinergia con l’acetato di linalile, che agiscono a livello dei recettori GABA, del sistema dopaminergico e di quello serotoninergico. Risulta pertanto di aiuto in caso di ansia, insonnia e nervosismo, depressione lieve e tensione premestruale; è stata inoltre osservata anche un’attività ipotensivante nonché di riduzione della frequenza cardiaca e respiratoria.

Questo recente studio ha fatto il punto sulle revisioni sistematiche pubblicate in letteratura scientifica internazionale sugli effetti ansiolitici della lavanda. È stata preliminarmente effettuata una ricerca sulle banche dati medico-scientifiche ISI Web of Science, Scopus, PubMed, Embase, Cochrane Library, CINAHL, Google Scholar e PROSPERO (fino ad agosto 2022) per individuare le revisioni sistematiche che hanno studiato gli effetti ansiolitici della lavanda nell’uomo. L’outcome primario consisteva nel rapporto conclusivo di ogni studio che indicava se la lavanda fosse o meno ansiolitica. La qualità dei dati è stata valutata con il metodo AMSTAR (Assessment of multiple systematic reviews), lo strumento maggiormente utilizzato in letteratura per quantificare il rigore metodologico delle revisioni sistematiche. Trenta review rispondevano ai criteri di inclusione e su quindici di esse è stata condotta la metanalisi, ovvero l’analisi quantitative.

Tutti gli studi sono stati pubblicati dopo il 2010 e hanno riportato effetti promettenti riferiti a diversi metodi di somministrazione della lavanda, in particolare a inalazione, massaggio e assunzione orale. Le dosi orali di 80 mg e 160 mg sono risultate entrambe efficaci, ma quella più alta si è mostrata più efficiente. Gli studi sono stati condotti su diverse tipologie di soggetti, in fase preoperatoria, con problemi cardiovascolari, in emodialisi, con malattie oncologiche, problemi odontoiatrici e donne nella fase del pre-parto. In base alla valutazione AMSTAR, quattro studi sono risultati di qualità elevata, uno di qualità media e gli altri di qualità bassa. La lavanda ha mostrato un potenziale promettente nella gestione dell’ansia in vari contesti ed è risultata efficace se inalata, usata come olio da massaggio o assunta per via orale. L’assunzione orale è stata l’opzione preferita a lungo termine mentre l’inalazione è stata raccomandata per il breve termine. L’aromaterapia con OE di lavanda viene pertanto considerata un metodo sicuro e ben tollerato e dalle documentate proprietà ansiolitiche. In alcuni casi sono stati riferiti lievi problemi gastrointestinali, ma non sono stati segnalati altri effetti avversi di rilievo.

Fonte: Ahmad Shamabadi, Alireza Hasanzadeh, Ali Ahmadzade, et al. The anxiolytic effects of Lavandula angustifolia (lavender): An overview of systematic reviews. Journal of Herbal Medicine. Volume 40, August 2023, 100672.

 

 

 

 

 

 

Le novità dal 1° Congresso Intersocietà

Di Stefania La Badessa

Mettere in relazione tutti gli stakeholder che ruotano intorno al mondo delle piante medicinali è stato il principale obiettivo del  1° Congresso Intersocietà che si è da poco concluso a Padova, in collaborazione con la Fondazione per la ricerca Biomedica Avanzata (VIMM): le società più note nell’ambito dello studio e della ricerca fitoterapica e farmacologica  – la Società Italiana di Farmacognosia, la Società Italiana di Fitochimica, la Società Italiana di Farmacologia, la Società Italiana di Fitoterapia e il Gruppo Piante Officinali della Società Botanica italiana – lavorando insieme hanno condiviso competenze, strumenti e figure professionali di altissimo spessore, creando una rete di collegamenti che ha offerto ai circa 250 partecipanti una panoramica ampia e completa capace di spaziare dall’ambito più stretto della ricerca accademica, all’intera filiera dei prodotti vegetali per la salute.

Le potenzialità degli attivi vegetali in ambito oncologico

Tra gli argomenti più interessanti emersi dal centinaio di abstract presentati nei tre giorni di lavori vanno senza dubbio evidenziati quelli relativi alle potenzialità di alcuni attivi vegetali in ambito oncologico, che nonostante i risultati molto promettenti, “rimangono, almeno per ora, relegati nella pratica clinica al ruolo di sostegno alla chemioterapia, per ridurre la sintomatologia e favorire il recupero del paziente oncologico” come conferma il Prof. Raffaele Capasso (Dipartimento di Agraria dell’Università di Napoli Federico II e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Farmacognosia) che, in qualità di organizzatore del Congresso, ha svolto un ruolo fondamentale non solo nella selezione degli abstract partecipanti, ma anche nella strutturazione del programma.

Attività antinfiammatoria

Più interessanti, nell’ottica di una concreta applicazione in diversi ambiti terapeutici, da quello gastroenterologico a quello cutaneo, gli attivi vegetali ad azione antinfiammatoria: sono state prese in considerazione molecole più note, come il resveratrolo, ma anche i fitocomplessi di piante come la Liquirizia, che ha dimostrato la capacità di inibire il rilascio di citochine pro-infiammatorie (TNF-α, IL-6) antinfiammatorie (IL-10) e di NO, così come il Bergamotto, che potrebbe rivelarsi in un futuro no troppo lontano, una risorsa nei modelli di infiammazione epatica e cerebrale.

Le proprietà degli oli essenziali

Protagonisti di alcune decine di abstract anche gli oli essenziali, che – al di là delle indiscutibili proprietà antimicrobiche e antivirali, preziose nel trattamento dei casi di resistenza sempre più frequenti – hanno dimostrato sorprendenti proprietà antinfiammatorie, anti-neurodegenerative, antiossidanti, antitumorali, epatoprotettive e cardioprotettive, tali da lasciare intravedere potenzialità terapeutiche molto interessanti. Emerge prepotente, dai lavori esposti, l’esigenza di guardare in modo globale e quindi “olistico” – dal greco ὅλος che significa totale, intero, tutto – alle piante medicinali, non solo studiandone meticolosamente gli attivi, ma anche considerandole nella loro interezza e soprattutto nell’interazione con l’ambiente che le circonda: la pianta non vive infatti in un ambiente sterile, ma in simbiosi – esattamente come avviene tra l’uomo e il suo microbioma  – con diversi i microrganismi, una vera e propria comunità endofitica batterica definita “fitobioma”, capace di contribuire alla produzione di metaboliti di interesse farmaceutico e condizionare in modo determinante la composizione degli oli essenziali.

Il regulatory

Non sono mancati infine i contributi e gli spunti di figure istituzionali quali il Dott. Assisi (AIFA) e la Dott.ssa Di Giorgi (Ministero della Salute) che, ancora una volta, hanno evidenziato la necessità di individuare una regolamentazione più precisa nell’ambito degli integratori fitoterapici e nutraceutici, che guardi in primis alla sicurezza, ma anche all’efficacia.

Flavanoli del cacao e deficit di memoria

I flavanoli sono costituenti alimentari presenti in alcuni tipi di frutta e verdura e che sono stati collegati all’invecchiamento cognitivo. Si tratta dunque di composti bioattivi comunemente presenti nel tè, nelle mele, nei frutti di bosco, nell’uva, nel cacao ecc. Studi precedenti hanno suggerito che il loro consumo potrebbe essere specificamente associato alla componente della memoria dipendente dall’ippocampo: pertanto una scarsa assunzione di flavanoli potrebbe essere associata alla perdita di memoria correlata all’età e di conseguenza la loro supplementazione potrebbe migliorare le performance cognitive.

Una ricerca condotta dalla Columbia University di New York e dal Brigham and Women’s Hospital e pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) ha analizzato tale ipotesi. Lo studio ha coinvolto 3.562 adulti (età media intorno ai 70 anni) che sono stati divisi in due gruppi: il gruppo sperimentale ha assunto, per tre anni, un integratore a base di flavanoli per via orale. L’integratore conteneva 500 milligrammi di flavanoli, di cui 80 mg di epicatechine.  L’altro gruppo ha ricevuto un placebo. All’inizio dello studio tutti i partecipanti hanno completato un questionario che valutava la qualità della dieta, incluso il consumo di cibi ad elevato tenore di flavanoli. Successivamente tutti hanno eseguito una serie di attività e test volti a valutarne la memoria a breve termine; i test sono stati ripetuti dopo 1, 2 e 3 anni.

In oltre un terzo dei partecipanti sono stati misurati i livelli dei biomarker dei flavanoli attraverso l’esame delle urine, prima e dopo lo studio.  Ciò ha consentito al team di ricerca di determinare in modo più preciso se il livello dei flavanoli corrispondesse alla performance mostrata nei test cognitivi e anche che i partecipanti si attenessero al regime assegnato. Si è visto che i livelli variavano moderatamente tra i diversi partecipanti, ma nessuno di essi presentava un deficit importante di suddette sostanze. L’analisi dei dati ha mostrato che i punteggi dei testi riguardanti la memoria erano leggermente migliori nel gruppo che assumeva flavanoli, anche se la gran parte di essi consumava già queste sostanze attraverso la dieta quotidiana. Tuttavia, alla fine del primo anno di assunzione degli integratori di flavanoli, nei partecipanti che riferivano di consumare una dieta povera di queste sostanze, e che avevano i più bassi livelli di flavanoli, i punteggi della memoria sono migliorati del 10,5%, rispetto al placebo e del 16%, rispetto al periodo prima della baseline.

L’esame cognitivo ha mostrato inoltre che il miglioramento dopo un anno veniva mantenuto per almeno altri due anni. Questi risultati suggeriscono che il deficit di flavanoli potrebbe determinare o influire sulla perdita di memoria correlata all’età, considerato l’effetto inverso rilevato quando si assumono questi composti. Lo studio, che rappresenta il culmine di 15 anni di ricerca condotta prima sull’animale e poi con studi clinici sull’uomo, fornisce delle evidenze, basate su biomarcatori, che il consumo alimentare di flavanoli può essere collegato al declino della memoria legato all’età.

Fonte: Brickman AM, Yeung LK, Alschuler DM, et al. Dietary flavanols restore hippocampal-dependent memory in older adults with lower diet quality and lower habitual flavanol consumption. Proc Natl Acad Sci U S A. 2023 Jun 6;120(23):e2216932120. 

Estratto di luppolo e osteoporosi menopausale

È acclarato che la carenza di estrogeni in età menopausale aumenta il rischio di osteoporosi e fratture. L’osteoporosi è caratterizzata dalla riduzione della massa ossea e dal deterioramento dell’architettura ossea che determina un aumento della fragilità ossea e del rischio di fratture. Le donne in post-menopausa sono particolarmente a rischio: circa il 30-40% di esse è affetto da osteoporosi negli Stati Uniti e in Europa. Il calo degli estrogeni endogeni durante e dopo la menopausa accelera dunque il processo di rimodellamento osseo, con uno squilibrio tra formazione e riassorbimento dell’osso. In questo contesto i fitoestrogeni – composti polifenolici di origine vegetale – rappresentano un interessante intervento complementare per prevenire la perdita ossea. Le principali fonti alimentari di fitoestrogeni sono la soia e il trifoglio rosso (isoflavoni), i semi di lino (lignani) e il luppolo (prenilflavonoidi). Queste sostanze sono già ampiamente utilizzate per alleviare i sintomi della menopausa, quali le vampate di calore e la sudorazione notturna. Gli isoflavoni della soia e del trifoglio rosso hanno ricevuto una notevole attenzione per il loro ruolo nella gestione della perdita ossea nella post-menopausa, con un effetto complessivo moderatamente benefico contro la perdita ossea se assunti per almeno 12 mesi. Più limitata è invece la ricerca scientifica circa l’effetto del luppolo (Humulus lupulus) sul metabolismo osseo, sebbene la pianta contenga uno dei più potenti fitoestrogeni, l’8-prenilnaringenina (8-PN).

Questo trial clinico randomizzato a disegno parallelo in doppio cieco con controllo placebo ha verificato se un estratto di luppolo standardizzato in 8-prenilnaringenina (8-PN) potesse migliorare lo stato osseo di donne con osteopenia, valutando anche il ruolo del microbioma intestinale in questo effetto. Allo studio hanno partecipato 100 donne osteopeniche in post-menopausa (>1 anno dopo la menopausa), di età compresa tra 50 e 85 anni, suddivise in due gruppi. Il gruppo di trattamento (n = 50) ha ricevuto per 48 settimane compresse di calcio e vitamina D3 (CaD) e un estratto di luppolo (HE) standardizzato in 8-PN mentre il gruppo placebo (n = 50) ha assunto una sostanza placebo inerte. La densità minerale ossea (BMD) e il metabolismo osseo sono stati valutati rispettivamente mediante misurazioni DXA e biomarcatori ossei plasmatici. Sono stati analizzati anche la qualità di vita dei partecipanti (SF-36), la composizione del microbioma intestinale e i livelli di acidi grassi a catena corta (SCFA). Oltre agli integratori di calcio e vit. D, 48 settimane di integrazione di estratto di luppolo hanno aumentato la densità minerale ossea totale (p < 0,0001), con una percentuale maggiore di donne che hanno registrato un aumento ≥1% rispetto al placebo. Con l’assunzione dell’estratto di luppolo è stato osservato anche un aumento del punteggio degli item circa la funzione fisica sul questionario SF-36 (p = 0,05).Il microbioma intestinale e i livelli di acidi grassi a catena corta non sono risultati diversi tra i due gruppi, anche se nel gruppo luppolo è stata osservata una maggiore abbondanza dei generi Turicibacter e Shigella, già precedentemente associati alla densità minerale ossea corporea totale.

Questi risultati indicano quindi che un estratto di luppolo standardizzato con 8-PN potrebbe avere un impatto positivo sulla salute delle ossa delle donne in post-menopausa con osteopenia. In conclusione, scrivono gli autori dello studio, in donne in post-menopausa affette da osteopenia, il consumo giornaliero di un estratto standardizzato di luppolo con 100 µg di 8-PN per 48 settimane si è rivelato vantaggioso rispetto al placebo, determinando un aumento dell’1% della BMD corporea totale, che va oltre l’aumento associato alla supplementazione di calcio e vitamina D. Inoltre, anche se non è stato osservato nessun cambiamento importante nella composizione del microbiota intestinale, nel gruppo di intervento (luppolo) è stata notata una modulazione di alcuni generi precedentemente identificati come associati alla perdita ossea, che merita ulteriori studi. Nel gruppo di trattamento è stato osservato infine anche un miglioramento del punteggio SF-36 relativo al funzionamento fisico, che suggerisce una maggiore capacità percepita di svolgere le attività quotidiane. Questo è il primo studio randomizzato controllato che ha valutato l’effetto di un estratto di luppolo sulla salute delle ossa in donne in post-menopausa con osteopenia. Questo impatto benefico del luppolo sulla densità ossea corporea tortale è coerente con i risultati ottenuti con studi precedenti condotti sugli animali.

Fonte: Lecomte M, Tomassi D, Rizzoli R, Tenon M, Berton T, Harney S, Fança-Berthon P. Effect of a Hop Extract Standardized in 8-Prenylnaringenin on Bone Health and Gut Microbiome in Postmenopausal Women with Osteopenia: A One-Year Randomized, Double-Blind, Placebo-Controlled Trial. Nutrients. 2023; 15(12):2688. 

Bergamotto e profilo lipidico

Oltre a essere utilizzato come frutto e bevanda, il bergamotto (Citrus x bergamia Risso & Poit.) è presente in integratori e preparati erboristici, formulazioni cosmetiche e prodotti da profumeria. Il suo olio essenziale (OE) esplica un’azione di tipo rilassante e sedativo ed è dotato di attività antispasmodica, antibatterica e antimicotica. Risulta pertanto indicato per la gestione di ansia, tensione nervosa e lievi disturbi indotti dallo stress. Il bergamotto ha mostrato anche attività ipocolesterolemizzante, essendo un grado di ridurre i livelli ematici dei lipidi riducendo il rischio d’insorgenza di eventi cardiovascolari. Tali proprietà sono state attribuite ai flavonoidi contenuti nel succo.

Un recente studio combinato preclinico e clinico ha esaminato questa prerogativa valutando la funzione ipo-lipidemizzante di un integratore preparato dal frutto intero di Citrus bergamia. In prima battuta è stato dimostrato, con un modello sperimentale, che il preparato a base di bergamotto non provoca alterazioni significative della vitalità cellulare nell’intervallo di concentrazione testato di 1-2000 μg/mL (4 e 24 ore). Stimolando la fosforilazione della proteina chinasi attivata dall’AMP alla treonina 172, il prodotto ha ridotto in modo statisticamente significativo il contenuto intracellulare di colesterolo e trigliceridi e compromesso i livelli di espressione dei geni correlati alla sintesi dei lipidi. Questi dati in vitro sono stati quindi avvalorati con uno studio clinico randomizzato in doppio cieco con controllo placebo, condotto su 50 soggetti sani con moderata ipercolesterolemia, che hanno assunto l’integratore (400 mg) oppure una sostanza placebo per 12 settimane.

I dati clinici e gli esami del sangue sono stati valutati al basale e alla fine dello studio con questi risultati: rispetto al placebo, l’integratore a base di bergamotto ha avuto un impatto positivo sul profilo lipidico e sugli enzimi epatici, soprattutto in termini di riduzione significativa dei valori di trigliceridi, colesterolo totale (TC), colesterolo LDL e non-HDL, apolipoproteina B (ApoB), glicemia a digiuno e transaminasi GOT, GPT e gamma-GT.

Fonte: Pierdomenico M, Cicero AFG, Veronesi M, Fogacci F, Riccioni C, Benassi B. Effect of Citrus bergamia extract on lipid profile: A combined in vitro and human study. Phytother Res. 2023 Jun 13. Epub ahead of print.