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Piante tradizionali del Marocco e problematiche cardiovascolari

Le malattie cardiovascolari (CVD) sono la prima causa di morte a livello globale. Nel Rif marocchino, territorio situato nel nord del Paese, è presente un’ampia e diversificata gamma di piante medicinali, infatti, la popolazione utilizza le erbe tradizionali per la salute da generazioni. La regione è montuosa, ha un clima mediterraneo e la popolazione locale fa affidamento per lo più sull’agricoltura di sussistenza, sull’allevamento non intensivo e sulle riserve forestali.

Lo studio etnobotanico “Herbal medicine used in the treatment of cardiovascular diseases in the Rif, North of Morocco” pubblicato su Front Pharmacology ha fatto il punto sulle piante utilizzate in quest’area per le problematiche del sistema cardiovascolare. La raccolta dei dati, durata circa 2 anni, ha incluso interviste semi-strutturate, domande aperte, discussioni di gruppo, elenchi liberi, appunti e registrazioni vocali digitali. Per ogni intervista, durata da 20 minuti a un’ora, sono stati registrati l’età, il sesso, il livello di istruzione, il salario mensile, lo stato di famiglia e la località dell’intervistato.

Sono state registrate le statistiche etnomediche per ogni pianta menzionata e raccolta: nome comune locale, metodo di somministrazione e di preparazione, dosaggio, parte utilizzata, condizione della pianta utilizzata e malattie trattate. Le piante sono state inoltre classificate includendo anche nome comune, nome scientifico, famiglia botanica, parte della pianta, metodo di produzione, abbondanza relativa e distribuzione geografica. Le piante sono state identificate, raccolte, essiccate, compresse, posizionate in erbari per essere identificate dalle persone intervistate. L’analisi dei dati ha incluso il valore della famiglia botanica, la frequenza generale e relativa delle citazioni, il valore delle parti della pianta, la fedeltà e il consenso degli informatori.

Sono stati intervistati in totale 311 femmine e 289 maschi (n = 600) di età compresa tra 17 e 81 anni, con la maggioranza tra 40 e 60 anni (45,7%). Sono state segnalate 33 specie botaniche appartenenti a 20 famiglie diverse, la famiglia botanica con il maggior numero di specie segnalate è quella delle Poaceae (7). La pianta più segnalata in assoluto in questo contesto è stata la robbia selvatica (Rubia peregrina, famiglia Rubiaceae), seguita dall’aglio (Allium sativum, famiglia Amarayllidaceae), dalla carota selvatica (Daucus carota, famiglia Apiaceae) e dall’alloro (Laurus nobilis, famiglia Lauraceae).

Le parti della pianta utilizzate più spesso per il trattamento di problemi cardiovascolari sono state le foglie, seguite da radici, bulbi, frutti, semi e pianta intera. La modalità di preparazione più frequente è risultata il decotto (31%), seguito da infuso (29%), pianta cotta (17,9%), cruda (10,7%) e cataplasma (6,2%). La pianta fresca è stata preferita a quella essiccata. La conoscenza sulle piante officinali è stata ottenuta da esperienze riferite da altri (69,3%), dai consigli di un erborista (19%), del farmacista (10,3%) e dalla lettura di libri (1,6%). Le persone intervistate hanno riferito di utilizzare le piante officinali soprattutto per trattare i disturbi legati all’aritmia cardiaca e meno spesso per l’ipertensione.

Il Rif marocchino è un territorio ricco di biodiversità e ha un grande potenziale di conoscenze tradizionali e salutistiche sostenibili, concludono gli autori della ricerca, segnalando tuttavia che i dati sulle piante medicinali nel trattamento della patologia cardiovascolare devono essere ulteriormente ampliati con ricerche di etnofarmacologia e anche con studi clinici per comprendere a fondo gli effetti delle piante del Rif sulla malattia cardiovascolare.

Fonte: Chaachouay N, Azeroual A, Bencharki B, Zidane L. Herbal medicine used in the treatment of cardiovascular diseases in the Rif, North of Morocco. Front Pharmacology August 11, 2022;13:921918.

Semi di lino e apparato riproduttivo femminile

I semi di lino (Linum usitatissimum) sono stati utilizzati tradizionalmente in molte condizioni, in particolare per alleviare tosse, raffreddore, stipsi e infezioni del tratto urinario e come emolliente a livello topico. Tra i loro principali componenti si segnalano mucillagini, acidi grassi (linoleico, alfa-linoleico e oleico), fibre, proteine, minerali, steroli, lignani, triterpeni e sostanze glicosidiche.

Attività generali 

I semi di lino contengono diverse molecole biologicamente attive che, agendo attraverso molteplici vie di segnalazione, possono determinare effetti fisiologici, protettivi e terapeutici.

La ricerca scientifica ne ha dimostrato ad esempio gli effetti chemioprotettivi nelle donne durante la post-menopausa, l’azione protettiva sui reni e il miglioramento di alcuni sintomi della menopausa. Secondo una recente metanalisi, l’integrazione di semi di lino ha determinato una riduzione dei valori della pressione arteriosa.

In altri studi l’assunzione di semi di lino, associata a cambiamenti dello stile di vita, ha contribuito a migliorare la sindrome metabolica e la steatosi epatica non alcolica. La ricerca ha mostrato inoltre che i lignani presenti nei semi di lino aiutano a ridurre i livelli ematici di glucosio. I semi di lino possono essere un aiuto anche per problemi correlati alle infiammazioni del colon, dato che la loro azione emolliente e lenitiva contribuisce a sfiammare le mucose irritate.

L’integrazione con i semi di lino sembra apportare benefici anche alle donne con sindrome dell’ovaio policistico riducendo i livelli di androgeni. Questo recente articolo pubblicato sulla rivista Planta Medica descrive la composizione chimica dei semi di lino e gli effetti generali sulla salute, mettendo a fuoco in particolare la sua azione sull’apparato riproduttivo femminile e sui possibili costituenti e mediatori extra e intracellulari che mediano tali effetti.

Dagli studi pubblicati si rileva che l’azione dei semi di lino e dei suoi componenti sul sistema riproduttivo femminile sembra essere correlata alla presenza di lignani, acido alfa-linolenico e loro derivati. Queste attività, riporta la revisione, possono essere mediate da cambiamenti nel metabolismo generale, negli ormoni che agiscono sul metabolismo e sull’apparato riproduttivo, nelle proteine di legame, nei recettori e in diverse vie di segnalazione intracellulare, tra cui le protein-chinasi.

I semi di lino e le loro molecole bioattive sono potenzialmente utili per migliorare l’efficienza riproduttiva (secondo studi nell’animale) e per il trattamento della sindrome dell’ovaio policistico.

Fonte: Sirotkin AV. Influence of Flaxseed (Linum usitatissimum) on Female Reproduction. Planta Med. 2023 May;89(6):608-615. doi: 10.1055/a-2013-2966. Epub 2023 Feb 20. PMID: 36808094.

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Curcuma e gestione dei sintomi dell’artrite

L’artrite consiste nell’infiammazione cronica di una o più articolazioni. Questa condizione è associata a dolore spesso invalidante e correlata a malattie degenerative e all’autoimmunità. Le sue forme più comuni sono l’osteoartrite e l’artrite reumatoide che pur avendo un’eziologia diversa condividono, tuttavia, alcuni sintomi quali il dolore e la mobilità limitata derivanti dall’infiammazione articolare.

L’artrite reumatoide è una malattia autoimmune sistemica di natura infiammatoria che, non trattata, può causare deformità delle articolazioni e perdita di funzionalità. Analgesici, steroidi, farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) e farmaci biologici sono le terapie standard somministrate per ridurre il dolore e l’infiammazione, ma sono spesso correlati a effetti collaterali.

La curcuma (Curcuma longa, famiglia Zingiberaceae) ha una lunga storia di uso tradizionale anche per questi problemi. Studi scientifici hanno inoltre dimostrato che la curcumina, il suo principale costituente, esplica attività antinfiammatoria.

La recente revisione sistematica con metanalisi “Efficacy and safety of curcumin and Curcuma longa extract in the treatment of arthritis: A systematic review and meta-analysis of randomized controlled trial” ha valutato l’efficacia della curcuma e della curcumina specificatamente per la gestione dei sintomi dell’artrite.

La ricerca degli studi scientifici pubblicati è stata effettuata sulle banche dati medico-scientifiche Web of Science, Cochrane Library, PubMed, ClinicalTrials.gov, China Biology Medicine (CBM), VIP Database, China National Knowledge Infrastructure, MEDLINE Complete, Wanfang Database ed Embase. Sono stati inclusi gli studi clinici controllati e randomizzati condotti su soggetti con diagnosi di artrite che utilizzavano curcuma/curcumina e che valutavano indicatori di efficacia, infiammatori ed eventi avversi.

Trenta studi sono stati inclusi nella revisione/metanalisi che ha l’artrite reumatoide, l’osteoartrite, la spondilite anchilosante e l’artrite idiopatica giovanile. Gli studi riguardavano trattamenti eseguiti con curcumina, curcuminoidi e curcuma in preparazioni, dosi e formulazioni diverse. Le dimensioni del campione degli studi variavano da 20 a 200 individui.

Gli studi clinici sull’artrite reumatoide hanno riscontrato benefici significativi della curcumina per i parametri riguardanti il punteggio di attività della malattia (P < 0,0001), la velocità di eritrosedimentazione (P < 0,0001), il livello della proteina C-reattiva (P = 0,0005) e il fattore reumatoide (P < 0,00001).

L’efficacia del trattamento per l’osteoartrite comprendeva indicatori di dolore, funzione fisica e rigidità: rispetto al controllo la curcumina ha ridotto in modo statisticamente significativo il dolore (P < 0,00001) migliorando, sempre in modo significativo, la funzione fisica (P = 0,001) e la rigidità articolare (P = 0,0007). È stata osservata, inoltre, una differenza significativa rispetto ai controlli per la VES (P < 0,0001), l’attività minima della malattia (P = 0,02) e il livello di superossido dismutasi (P < 0,001). Non sono stati riscontrati eventi avversi.

Per l’artrite idiopatica giovanile uno studio, eseguito su ragazzi tra 8 e 16 anni, ha mostrato miglioramenti significativi di diversi parametri con l’assunzione di 600 mg di curcumina tre volte al giorno. Un altro studio, confrontando la curcumina (1200 mg) con laserterapia, ha riscontrato una diminuzione del punteggio di attività della malattia (JADAS-71) e l’aumento delle attività funzionali della vita quotidiana rispetto al placebo. Curcuma e curcumina si sono dimostrate sicure in tutti gli studi analizzati.

La conclusione è che curcuma e curcumina contribuiscono a migliorare i sintomi e i livelli di infiammazione nei soggetti con artrite. Tra le limitazioni di questa review si segnalano la bassa numerosità campionaria e il rischio di bias di alcuni studi.

Fonte: Zeng L, Yang T, Yang K, et al. Efficacy and safety of curcumin and Curcuma longa extract in the treatment of arthritis: A systematic review and meta-analysis of randomized controlled trial. Front Immunol. July 22, 2022;13:891822. 

Zafferano e disturbo da deficit dell’attenzione

Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) è diffuso in particolare tra bambini e adolescenti. I sintomi includono iperattività, disattenzione e impulsività e sono trattati con farmaci psicostimolanti e di altro tipo. Sebbene gli effetti collaterali siano generalmente lievi, molti pazienti sono riluttanti ad assumere farmaci di sintesi per il trattamento del disturbo e pertanto si stanno valutando anche altre opzioni, inclusa la fitoterapia.

Lo zafferano (Crocus sativus, famiglia Iridaceae) ha note proprietà antinfiammatorie e antiossidanti ed è stato utilizzato tradizionalmente per trattare l’artrite reumatoide, le malattie infiammatorie intestinali e patologie degenerative.
Recenti ricerche suggeriscono che lo zafferano può migliorare i profili lipidici, modulare l’ipertensione ed esplicare un’azione protettiva verso il sistema nervoso centrale. È stato dimostrato che stimola la secrezione di dopamina, serotonina e noradrenalina. Tre studi clinici ne hanno valutato l’efficacia nel trattamento dell’ADHD in associazione con il metilfenidato, un farmaco appartenente alla classe degli psicostimolanti, mostrando risultati positivi.

Questo più recente studio di intervento, non randomizzato monocentrico e prospettico pre-post, ha misurato l’efficacia di un preparato a base di estratto di zafferano sui sintomi dell’ADHD e sulle funzioni esecutive confrontandolo con metilfenidato. Lo studio è stato condotto nei servizi di igiene mentale per bambini e adolescenti dell’ospedale universitario Puerta de Hierro in Spagna. Vi hanno partecipato 70 soggetti di età pari o superiore a 7 anni con diagnosi di ADHD secondo il Diagnostical and Statistical Manual 5 che non avevano ricevuto un trattamento farmacologico per l’ADHD o che non avevano ricevuto un trattamento nei 6 mesi precedenti.

I pazienti sono stati divisi in due gruppi: il gruppo 1 (n = 27) ha ricevuto interventi di psicoeducazione e metilfenidato a rilascio prolungato (fino a 1 mg/kg al giorno) da assumere al mattino prima o dopo colazione. Il gruppo 2 (n = 36) ha ricevuto interventi di psicoeducazione e un preparato a base di zafferano (30 mg al giorno), da assumere prima o dopo cena. La sperimentazione è durata tre mesi. Questionari validati hanno valutato alcune funzioni soggettive, le funzioni esecutive sono state valutate con il Behavioral Rating Inventory of Executive Function-seconda edizione (BRIEF-2). La qualità del sonno è stata misurata con la Sleep Disturbance Scale for Children (SDSC) e l’impulsività e l’attenzione sostenuta sono stati valutati con il Conner’s Performance Test, versione 3. Tre pazienti del gruppo 1 e quattro del gruppo 2 non hanno completato lo studio, 7 del gruppo 1 e 10 del gruppo 2 hanno riportato effetti collaterali non significativi. I due gruppi erano simili al basale per dati demografici, variabili cliniche e punteggio nei test.

Entrambi i gruppi hanno mostrato miglioramenti statisticamente significativi dei sintomi principali dell’ADHD e delle funzioni esecutive. Il gruppo zafferano è migliorato maggiormente nelle misure che si riferiscono all’attenzione sostenuta, mentre il gruppo metilfenidato è migliorato maggiormente nel parametro associato all’impulsività. Il gruppo zafferano ha registrato miglioramenti nel tempo di addormentamento rispetto al basale e rispetto al gruppo metilfenidato, ma senza significatività statistica. I partecipanti al gruppo metilfenidato hanno mostrato miglioramenti leggermente superiori nella maggior parte dei test soggettivi rispetto al gruppo zafferano, ma i risultati non sono stati significativi.

Gli autori concludono che lo zafferano è efficace e sicuro nel trattamento dell’ADHD rispetto al metilfenidato nei bambini e negli adolescenti e che tende a essere più efficace nel trattamento dell’iperattività, mentre il metilfenidato tende a essere più efficace sui sintomi di disattenzione. Entrambi i trattamenti hanno migliorato il numero di ore di sonno, ma solo lo zafferano ha migliorato il tempo necessario per addormentarsi.
L’assenza di randomizzazione e di cecità sono limitazioni importanti di questo studio.

Fonte: Blasco-Fontecilla H, Moyano-Ramírez E, Méndez-González O, et al. Effectivity of saffron extract (Saffr’Activ) on treatment for children and adolescents with attention deficit/hyperactivity disorder (ADHD): A clinical effectivity study. Nutrients. September 2022;14(19):4046.

Impatto del microbioma intestinale sulla salute del cuore

Secondo la nuova ricerca “Gut bacterial metabolism contributes to host global purine homeostasis” alcuni microbi presenti nel microbioma intestinale potrebbero contribuire al controllo dell’accumulo di placche nelle arterie attraverso il consumo di un gruppo di sostanze pro-infiammatorie prima che possano entrare in circolo nell’organismo.

Condotta dall’Università del Wisconsin-Madison e pubblicata di recente sulla rivista Cell Host & Microbe, la ricerca ha identificato i batteri in grado di scomporre l’acido urico nell’intestino e i geni specifici che consentono questo processo. Questo studio rafforza il concetto di correlazione tra microbi intestinali e processo di aterosclerosi e fornisce indicazioni su come il metabolismo dei batteri possa influire sulla biologia dell’ospite.

L’acido urico è il prodotto finale del metabolismo delle proteine, è prodotto dalla scissione delle purine (molecole costituenti DNA e RNA) e viene scartato per via renale. Un aumento di acido urico nel sangue deriva da uno squilibrio tra produzione e scarto.
La maggior parte dell’acido urico viene eliminata dai reni sani, ma circa il 30% si riversa nell’intestino. «Quando il sangue è saturo di acido urico, inizia a formare cristalli che si accumulano nelle articolazioni causando la gotta», ha spiegato Federico Rey, docente dell’UW-Madison e primo autore dello studio, «ma prima che si formino questi cristalli promuove l’infiammazione nell’organismo che è correlata all’aterosclerosi, ovvero alla formazione di placche ateromatose».

I ricercatori statunitensi, in collaborazione con quelli svedesi, hanno analizzato in un gruppo di quasi 1.000 persone fattori quali: la placca delle arterie, i livelli di acido urico e le comunità di microbi del tratto digestivo. La quantità di acido urico presente nei loro corpi era allineata con la quantità di grassi, colesterolo e altri elementi che contribuivano alla calcificazione delle arterie. I livelli di acido urico sono dunque risultati correlati anche ai modelli di diversi batteri presenti nell’intestino, hanno spiegato i ricercatori, che si sono posti l’obiettivo di identificare i tipi di batteri associati a una riduzione dell’acido urico e di verificare se questi fossero associati a una riduzione dell’aterosclerosi.

I microbi intestinali sono stati trasferiti da topi maturi a topi nati con un tratto digestivo privo di microbi. I topi che hanno ricevuto i microbi da donatori con livelli ematici più elevati di acido urico hanno sviluppato le stesse condizioni, mentre quelli che hanno ricevuto microbi da donatori con meno acido urico e con vasi sanguigni più “puliti” hanno registrato una riduzione analoga di entrambe le misure.
I ricercatori hanno quindi iniziato a identificare i microbi associati a risultati positivi, monitorando quali geni fossero particolarmente attivi quando i batteri venivano coltivati con acido urico: ciò ha portato a identificare un gruppo di geni, presenti in tipi diversi di batteri, necessari per degradare purine e acido urico nell’intestino.

Questi risultati forniscono quindi un marcatore genetico del processo di degradazione dell’acido urico nell’intestino e una nuova spiegazione su come il microbioma intestinale moduli la presenza di questo composto, aprendo la strada a nuovi potenziali trattamenti nell’ambito della salute cardiovascolare.

Fonte: Kasahara K, Kerby RL, Zhang Q, Pradhan M, Mehrabian M, Lusis AJ, Bergström G, Bäckhed F, Rey FE. Gut bacterial metabolism contributes to host global purine homeostasis. Cell Host Microbe. 

La Via delle Erbe: scopri l’Osservatorio Erboristico

Partecipare a La Via delle Erbe 2023 costituisce anche un momento di approfondimento sullo scenario di mercato, relativo sia al consumo dei prodotti fitoterapici sia alla fruizione delle erboristerie come canale di vendita e servizio. Dopo il successo dello scorso anno, l’Erborista da questa edizione propone l’Osservatorio Erboristico, condotto assieme a Nomisma, la società di consulenza di alto livello che vanta nel settore una grande esperienza di analisi. L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che il patrimonio informativo del mercato erboristico italiano è carente, se non del tutto assente. Parallelamente, però, gli italiani hanno mostrato e mostrano un’attenzione crescente nei confronti della sostenibilità e naturalità dei prodotti, rendendo il mercato e la conoscenza dello stesso sempre più interessante per i soggetti coinvolti nella filiera. L’osservatorio si prefigge, quindi, di colmare questo deficit in modo continuativo e capillare.

Alcuni primi risultati

La ricerca, condotta su un campione di 1.000 rispondenti rappresentativi della popolazione italiana adulta, è stata condotta nel mese di maggio 2023 e ha fornito risultati molto interessanti, che verranno descritti nei punti fondamentali il primo giorno dell’evento, giovedì 7 settembre alle 16.00, presso l’area conferenze dello stand Tecniche Nuove dove di svolge il ciclo di conferenze de La Via delle Erbe. Per i più curiosi tra i nostri lettori, possiamo fornire alcune anticipazioni. La frequenza di acquisto dei prodotti fitoterapici e naturali nell’ultimo anno è rimasta elevata, sia per i prodotti per la persona (76%) sia per la casa (74%). Il canale fisico ( il negozio erboristeria) continua ad avere un forte appeal, essendo scelto nel 54% dei casi. Anche il canale online presidia un’importante fetta di popolazione (37% degli acquisti), stabile rispetto allo scorso anno. È da notare che spesso i consumatori si trovano molto bene ad acquistare proprio sui canali e-commerce delle loro erboristerie di fiducia, qualora presenti. Infine, l’erborista è visto come un professionista esperto e di fiducia (44%), piuttosto che un semplice negoziante; una persona cui rivolgersi anche e soprattutto per consigli mirati e suggerimenti continuativi.

Partecipa anche tu gratuitamente a “La Via delle Erbe”

Per scoprire altri importanti dati e informazioni di mercato relativi all’Osservatorio Nomisma, non perdere l’occasione di partecipare al ciclo di conferenze La Via delle Erbe. Il Gruppo Tecniche Nuove e SANA mettono a disposizione una serie di biglietti omaggio per gli abbonati de l’Erborista, che possono essere scaricati direttamente dal sito di SANA.

 

Melograno, dalla tradizione alla ricerca attuale

Il melograno (Punica granatum L. famiglia Punicaceae) è un arbusto fruttifero tradizionalmente utilizzato come un alimento e come rimedio. Contiene flavonoli, antociani e tannini, con gli ellagitannini come polifenoli più abbondanti.

Originario dell’Iran e dell’Afghanistan, oggi il melograno è diffuso anche in Africa, America, Medio Oriente, Australia ed Europa e se ne consuma tanto il frutto che il succo. Nei sistemi di medicina tradizionale dell’Asia, del Mediterraneo e dell’Africa la pianta è inclusa nelle farmacopee ufficiali come rimedio per il trattamento di diverse condizioni di salute. Veniva comunemente usato per abbassare la febbre e contrastare diarrea, emorragie, dissenteria e infezioni parassitarie e microbiche.

In molte culture tradizionali il melograno riveste un significato simbolico e il frutto ha una lunga storia nella mitologia e nei riti religiosi. Nella mitologia greca e romana era associato all’abbondanza, alla fertilità e alla buona sorte. I Babilonesi consideravano i semi di melograno un “agente di resurrezione”, mentre nella cultura persiana si riteneva che aiutassero a essere invincibili sui campi di battaglia.
Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) considerava il melograno un rimedio universale e altri importanti medici del mondo antico e del Medioevo, tra cui Ippocrate in Grecia, Galeno a Roma e il persiano Avicenna, descrissero il suo utilizzo a scopo terapeutico.
Gli antichi Cinesi consideravano il melograno un simbolo di abbondanza, fertilità, longevità e immortalità, mentre nel Buddismo è considerato uno dei tre “frutti benedetti”, insieme agli agrumi e alla pesca. È, inoltre, il frutto preferito nella festività ebraica Rosh Hashanah come simbolo di rettitudine, supportato dalla tradizionale credenza che ciascuno dei suoi 613 semi corrisponda a uno dei comandamenti della Torah.

Nella medicina ayurvedica il frutto del melograno è considerato “un’intera farmacia a sé stante”, specificamente indicato per trattare parassitosi, ulcere e diarrea, mentre nel sistema di medicina tradizionale Unani (India meridionale), che fa riferimento ai principi dell’antica medicina greca, il melograno era indicato come trattamento per il diabete.

Negli ultimi decenni il suo consumo e l’interesse scientifico sono aumentati grazie ai suoi diversi effetti benefici in ambito salutistico. Nel recente articolo di reviewAn Overview of the Health Benefits, Extraction Methods and Improving the Properties of Pomegranate” si analizzano e sintetizzano alcuni studi preclinici e clinici sul melograno, che ne evidenziano promettenti effetti benefici in diversi campi sia nella prevenzione che nel trattamento.
Vari componenti della pianta e del frutto hanno mostrato, infatti, significative attività antiossidanti, antinfiammatorie, antidiabetiche, cardiovascolari, ipolipidiche, neuroprotettive, antibatteriche e antivirali. Gli ellagitannini maggiormente presenti sono le punicalagine, responsabili della maggior parte dell’attività antiossidante in vitro.

In particolare, gli studi più recenti si stanno concentrando su queste sostanze e sui suoi metaboliti, indagandone le attività anche in patologie complesse come l’aterosclerosi e altri disturbi di natura infiammatoria. Sebbene siano necessari ulteriori approfondimenti su alcuni aspetti cruciali, tra cui la limitata biodisponibilità orale e il ruolo di eventuali metaboliti attivi, lo sviluppo di adeguate tecniche di incapsulamento e di estrazione che consentono di valorizzare i prodotti di scarto indicano il grande potenziale del melograno e dei suoi costituenti bioattivi nella formulazione di integratori alimentari come coadiuvanti nelle terapie per le malattie cardiovascolari e di altro tipo.

Fonte: Benedetti G, Zabini F, Tagliavento L, Meneguzzo F, Calderone V, Testai L. An Overview of the Health Benefits, Extraction Methods and Improving the Properties of Pomegranate. Antioxidants. 2023; 12(7):1351.

Attività del ginseng nell’ictus ischemico

L’ictus ischemico consiste nella morte di una parte del tessuto cerebrale dovuta a un insufficiente apporto di sangue e ossigeno al cervello in seguito al blocco di un’arteria. Si manifesta solitamente quando un’arteria che va al cervello è bloccata, spesso da un coagulo di sangue. I sintomi si manifestano improvvisamente e possono includere debolezza muscolare, paralisi, sensazione anomala o assente da un lato del corpo, difficoltà di linguaggio, stato confusionale, problemi di vista, vertigini, perdita di equilibrio e di coordinazione. Studi preclinici e clinici hanno ipotizzato che le saponine del ginseng (Panax notoginseng Burk. (F.H.Chen)  abbiano un effetto neuroprotettivo, ma questa attività non è stata documentata da solide prove di efficacia nell’ictus ischemico. A tale proposito un gruppo di ricercatori cinesi ha effettuato studio clinico multicentrico in doppio cieco, controllato con placebo per valutare l’efficacia e la sicurezza di capsule a base di estratto di ginseng in soggetti che avevano subìto un ictus ischemico.

Lo studio è stato condotto in 67 centri sanitari cinesi di terzo livello e vi hanno partecipato soggetti con un’età compresa tra i 18 e i 75 anni, una diagnosi di ictus ischemico e un punteggio compreso tra 4 e 15 sulla National Institutes of Health Stroke Scale. I pazienti ritenuto idonei in base a questi parametri di inclusione sono stati assegnati in modo casuale, entro 14 giorni dall’inizio dei sintomi, a due gruppi: il gruppo di trattamento ha ricevuto capsule molli a base di estratto di ginseng (120 mg per via orale due volte al giorno), l’altro gruppo ha ricevuto una sostanza placebo con le stesse modalità (120 mg per via orale due volte al giorno). La sperimentazione è durata 3 mesi. L’outcome primario del trial è stato definito come lo stato di indipendenza funzionale a 3 mesi, in relazione al punteggio sulla Scala Rankin modificata compreso tra 0 e 2.

Dei 3.072 pazienti idonei con ictus ischemico randomizzati, 2.966 (96,5%) sono stati inclusi nella coorte intention-to-treat modificata (età mediana 62 anni; 66,8% maschi). Il numero di pazienti che hanno raggiunto l’indipendenza funzionale a 3 mesi è stato di 1.328 (89,3%) nel gruppo di trattamento e 1.218 (82,4%) nel gruppo di controllo (P < .001). Sul versante sicurezza, eventi avversi importanti si sono verificati in 15 dei 1.488 pazienti (1,0%) del gruppo ginseng e in 16 dei 1.482 (1,1%) del gruppo di controllo. Le capsule a base di estratto di ginseng – scrivono i ricercatori – hanno aumentato in modo statisticamente significativo la probabilità per i soggetti con ictus ischemico di conseguire un’indipendenza funzionale a 3 mesi, indicando che il ginseng potrebbe un trattamento sicuro ed efficace per migliorare la prognosi in questa popolazione.

Fonte: Wu L, Song H, Zhang C, Wang A, et al. Efficacy and Safety of Panax notoginseng Saponins in the Treatment of Adults With Ischemic Stroke in China: A Randomized Clinical Trial. JAMA Netw Open. 2023 Jun 1;6(6):e2317574. 

Attività del cumino nero sulla pressione arteriosa

Il cumino nero (Nigella sativa, famiglia Ranuncolacee) è una pianta erbacea annuale ampiamente distribuita nei Paesi del bacino del Mediterraneo, Nord Africa, Medio Oriente e Asia. Rimedio tradizionale per molti disturbi – dalla tosse, all’asma, dagli eczemi ai disturbi digestivi –  è considerato nel mondo arabo una sorta di panacea ed è stato usato anche in caso di ipertensione, disturbi urinari e dolori muscolo-scheletrici. In modelli animali la nigella ha ridotto il livello sierico di glucosio, trigliceridi e colesterolo, ma i dati più importanti emergono dalla ricerca clinica, condotta attraverso numerosi studi clinici che ne confermano l’efficacia nella riduzione della glicemia a digiuno e post prandiale, il miglioramento di indici di sofferenza endoteliale e la riduzione di altri parametri responsabili di fattori di rischio metabolico.

Alcuni studi clinici hanno suggerito che la supplementazione di cumino nero potrebbe avere un ruolo anche nella riduzione dei valori della pressione arteriosa, ma i risultati a tale proposito sono controversi. Questa recente revisione sistematica con metanalisi ha valutato nello specifico proprio gli effetti di N. sativa sulla pressione arteriosa in una popolazione adulta. Dopo la ricerca degli studi clinici randomizzati e controllati pubblicati fino al 2022 sulle banche dati medico-scientifiche PubMed, Cochrane Library, Web of Science, Scopus, Embase e Google Scholar e la selezione degli studi corrispondenti ai criteri di inclusione, è stata effettuata l’analisi dei dati. Dai risultati è emerso che N. sativa è stata efficace in modo statisticamente significativo nel ridurre sia la pressione arteriosa sistolica (p < 0,001) che diastolica (p < 0,001), confermando quindi come contribuisca a migliorarne i parametri e possa essere utilizzato come un approccio efficace nella gestione dell’ipertensione di grado lieve-moderato. Si ricorda che la nigella è considerata una pianta sicura ed efficace. Le uniche potenziali interazioni, a oggi senza evidenze cliniche, sono con i farmaci substrato del citocromo P450.

Fonte: Kavyani Z, Musazadeh V, Safaei E, Mohammadi Asmaroud M, Khashakichafi F, Ahrabi SS, Dehghan P. Antihypertensive effects of Nigella sativa supplementation: An updated systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. Phytother Res. 2023 Jun 21.