Home Blog Pagina 58

Le attività del mirtillo rosso o americano

Large Cranberries with Green Leaves Isolated on White Background

Il mirtillo rosso o americano (Vaccinium macrocarpon), noto anche come cranberry, è un arbusto sempreverde coltivato in Nord America e in Europa. Il suo succo, ricco di vitamina C, è ampiamente consumato come alimento mentre l’estratto viene commercializzato come integratore alimentare e utilizzato in particolare per la sostenere la fisiologia dell’apparato urinario e prevenire le infezioni a suo carico. Il cranberry è stato utilizzato anche per contrastare infezioni orali e gastrointestinali, per le malattie cardiovascolari e come chemiopreventivo. In alcuni studi preclinici gli estratti e i costituenti del succo di mirtillo rosso hanno mostrato proprietà antibatteriche, antimicrobiche, antimicotiche, antinfiammatorie, antiossidanti e antiadesive. Sono diversi gli studi che hanno valutato la capacità dei prodotti a base di mirtillo rosso di prevenire le infezioni delle vie urinarie in diverse popolazioni, rilevando che contribuiscono a prevenirle negli adulti, nei bambini e nei soggetti affetti da cancro della prostata sottoposti a radioterapia e a urostomia. Per contro la profilassi con mirtilli rossi non ha mostrato effetti benefici nelle infezioni delle vie urinarie in donne sottoposte a chirurgia del pavimento pelvico, anche se la prevalenza di queste infezioni è stata complessivamente inferiore a quella attesa.

Un ampio studio clinico in doppio cieco sugli effetti del cranberry in una popolazione di anziani ad elevato rischio di infezioni del tratto urinario ne ha mostrato i benefici; tuttavia un’analisi successiva ha osservato un aumento dei costi senza una riduzione statisticamente significativa del tasso di incidenza di questa patologia in una casa di cura geriatrica. Un altro studio ha osservato una riduzione significativa delle recidive di infezioni delle vie urinarie in donne di età superiore ai 50 anni e in un campione di donne in premenopausa ha ridotto la probabilità di sviluppare batteri resistenti agli antibiotici. L’attività antiadesiva della polvere di mirtillo rosso è risultata dose-dipendente. Il succo di mirtillo rosso ha inibito inoltre l’adesione di H. pylori alla mucosa gastrica e il suo consumo regolare, in associazione alla terapia standard, ha mostrato capacità di contrasto all’infezione da H. pylori, uno dei principali fattori di rischio per l’instaurarsi dell’ulcera peptica e del cancro gastrico. È stato inoltre rilevato che, grazie alle sue proprietà anticolonizzanti e antiadesive, il mirtillo rosso può rallentare lo sviluppo della placca dentale contribuendo quindi alla protezione dalle malattie ad essa correlate. In uno studio il mirtillo rosso ha regolato le risposte infiammatorie dei fibroblasti della parodontite umana attraverso l’inibizione del fattore nucleare-kappa B e della metalloprotesi-3 (MMP3). Studi preclinici hanno suggerito gli effetti antiproliferativi di estratti e proantocianidine di mirtillo rosso contro linee cellulari dei tumori di prostata, fegato, polmone, neuroblastoma, mammella, ovaio e colon. I prodotti a base di mirtillo rosso possono aumentare l’escrezione urinaria di ossalati e favorire la formazione di calcoli renali. Il loro uso è pertanto sconsigliato nei soggetti che sono a maggior rischio di questa condizione. Sul piano delle interazioni farmacologiche sembra che il succo di mirtillo rosso possa potenziare l’anticoagulazione indotta dal warfarin, ma i dati al riguardo sono contrastanti.

Fonte:

Herbs – Memorial Sloan Kettering Cancer Centre

Lavoro cerco

Erborista qualificata con 17 anni di esperienza propria attività (chiusa a giugno 2020) cerca lavoro part time nella città di Roma presso erboristeria, parafarmacia, bioprofumeria, negozi del benessere. Contattare Giuliana al numero 339/7499822.

Le piante medicinali e guarigione delle ferite

I preparati a base di erbe sono stati impiegati tradizionalmente per accelerare i processi di guarigione delle ferite fin dall’antichità. Molte piante e derivati sono stati utilizzati nel trattamento delle ferite, sfruttando il loro potenziale di favorire la rigenerazione dei tessuti attraverso diversi meccanismi che spesso agiscono in sinergia per migliorare il processo di guarigione. Una recente pubblicazione sulla rivista Molecules a cura di ricercatori italiani delle Università di Milano e L’Aquila ha documentato l’efficacia di alcune di queste piante, insieme ai loro meccanismi d’azione, sulla base delle diverse ricerche condotte negli ultimi anni. La ricerca ha osservato che diversi preparati di origine vegetali esplicano una marcata attività nella riparazione delle ferite che viene attribuita a flavonoidi, alcaloidi, saponine e composti fenolici. Si è visto che questi composti fitochimici possono agire in diverse fasi del processo di cicatrizzazione attraverso vari meccanismi, inclusi effetti antinfiammatori, antimicrobici, antiossidanti, di stimolazione della sintesi di collagene, la proliferazione cellulare e angiogenici. L’applicazione di composti naturali mediante sistemi nanotecnologici può inoltre migliorare in modo significativo l’efficacia nel trattamento delle ferite. La revisione dei ricercatori italiani ha vagliato l’attività di una decina di piante medicinali – achillea, aloe vera, la pianta brasiliana Casearia sylvestris, lo zafferano, la curcuma, la liquirizia, la malva, la piantaggine, la salvia, il rosmarino – esponendo nei dettagli i risultati degli studi pubblicati negli ultimi cinque anni relativi all’uso potenziale nella guarigione delle ferite. Un capitolo specifico è stato dedicato a ogni pianta e tra queste anche la calendula.

Calendula officinalis

La calendula (Calendula officinalis, famiglia delle Asteraceae) tradizionalmente è stata usata in applicazione esterna per trattare piccole ferite, ustioni, cicatrici e altri problemi della cute. Preparati della pianta sono disponibili sotto forma di infuso, tintura, estratto liquido, crema o unguento. Nell’ultimo decennio un buon numero di studi chimici e farmacologici hanno mostrato che C. officinalis contiene molti metaboliti secondari dotati di proprietà farmacologiche che contribuiscono al suo impiego in ambito salutistico. I componenti più attivi sono risultati triterpenoidi, sia in forma libera che esterificata, flavonoidi, cumarine, chinoni, olio essenziale, carotenoidi, acidi grassi polinsaturi come l’acido calendico e aminoacidi. La maggior parte delle ricerche sul ruolo della calendula nella guarigione delle ferite in fase acuta è stata condotta in vitro e in vivo mentre gli studi clinici hanno riguardato per lo più il trattamento delle ferite croniche. Gli estratti alcolici di fiori di calendula, ad esempio, hanno dimostrato in vitro di possedere proprietà antinfiammatorie e antiedematose; inoltre hanno aumentato proliferazione e migrazione di fibroblasti umani e cheratinociti, riducendo l’attività della collagenasi. Questi estratti hanno aumentato l’espressione del fattore di crescita del tessuto connettivo durante le prime fasi della guarigione della ferita; in uno studio in vivo hanno ridotto la presenza di fibrina e l’iperemia aumentando la deposizione di collagene.

Questi risultati indicano che l’estratto alcolico di calendula ha proprietà antibatteriche, stimola l’angiogenesi influendo positivamente sulle fasi infiammatoria e proliferativa del processo di guarigione delle ferite cutanee. Si ritiene che i terpenoidi siano i principali responsabili di questi effetti. Recentemente l’estratto alcolico di calendula è stato caricato con nanofibre di chitosano per ottenere una medicazione cicatrizzante e ha mostrato buone proprietà antibatteriche, determinando una riduzione di oltre il 90% dei batteri Gram-positivi e la riduzione dei batteri Gram-negativi. Studi in vitro hanno dimostrato che questa medicazione ha aumentato la proliferazione, la crescita e l’adesione delle cellule e ha inibito l’attività della collagenasi cellulare con un conseguente aumento della produzione di collagene. Studi in vivo hanno poi rilevato che la medicazione a base di calendula esplica un’eccellente capacità di guarigione delle ferite (87,5% di rimarginazione dopo 14 giorni) aumentando la sintesi di collagene, la riepitelizzazione e il rimodellamento tissutale. In tutti gli studi esaminati da questa revisione, l’estratto di calendula è stato associato a un miglioramento statisticamente significativo della guarigione delle ferite sulla base degli outcome misurati.

Fonti:

Vitale S, Colanero S, Placidi M, Di Emidio G, Tatone C, Amicarelli F, D’Alessandro AM. Phytochemistry and Biological Activity of Medicinal Plants in Wound Healing: An Overview of Current Research. Molecules. 2022 Jun 1;27(11):3566.

Attività antibatterica delle piante medicinali

Colony of Staphylococcus aureus bacteria causing skin infection

Questa recente revisione narrativa ha esaminato ed esposto in sintesi le attuali conoscenze sui preparati a base di piante medicinali, e sui loro costituenti attivi, che esplicano attività antimicrobica, sia quando vengono utilizzati da soli sia in combinazione con gli antibiotici nel contrasto ai batteri multifarmaco-resistenti. Le piante medicinali e i costituenti attivi più promettenti utilizzati da soli contro i batteri multifarmaco-resistenti risultano essere il betel (Piper betle)  (Staphylococcus aureus resistente alla meticillina, Enterococcus resistente alla vancomicina, beta-lattamasi ad ampio, Acinetobacter baumannii, Pseudomonas aeruginosa); la liquirizia (Glycyrrhiza glabra) (S. aureus resistente alla meticillina e alla vancomicina, G. aureus resistente alla vancomicina, Enterococco resistente alla vancomicina, P. aeruginosa) e la berberina (S. aureus resistente alla meticillina, A. baumannii, P. aeruginosa).

L’articolo descrive anche l’effetto antibatterico dell’associazione dei preparati di origine vegetale con gli antibiotici. Questi agenti antibatterici naturali possono essere infatti una promettente fonte di inibitori in grado di modulare l’attività degli antibiotici contro i batteri multifarmaco-resistenti. Altri possibili meccanismi d’azione dei preparati fitoterapici contro i batteri multifarmaco-resistenti includono la modifica della parete cellulare e/o della membrana batterica e l’inibizione della sintesi proteica e dell’espressione genica. Questa review suggerisce dunque che la combinazione di fitoterapia e terapia antibiotica possa essere efficacemente utilizzata per ampliare lo spettro dell’azione antimicrobica dei farmaci e che possa rappresentare una nuova opportunità nel trattamento di alcune malattie infettive oltre che una potenziale area di ricerca futura.

Fonte:

Herman A, Herman AP. Herbal Products and Their Active Constituents Used Alone and in Combination with Antibiotics against Multidrug-Resistant Bacteria. Planta Med. DOI: 10.1055/a-1890-5559.
 

Aloe vera e guarigione di ferite e ustioni

L’aloe vera è considerato un agente che favorisce la guarigione delle ferite con un buon rapporto costo/efficacia e un profilo di rischio minimo. Nonostante tradizionalmente l’aloe sia stata utilizzata per trattare diversi tipi di ferite, gli studi pubblicati su questo argomento non hanno ancora definito la sua efficacia in maniera conclusiva e alcuni di essi hanno riportato risultati incoerenti. In questo articolo gli autori espongono i risultati di una revisione sistematica  – effettuata in conformità con le linee guida PRISMA sulle banche dati PubMed, EMBASE e Cochrane CENTRAL – che ha valutato l’efficacia dell’applicazione topica di prodotti a base di aloe vera nel trattamento delle ferite, nonché una metanalisi della sua utilità nella guarigione delle ustioni, dove i dati scientifici risultano più solidi.

La ricerca nei database citati ha identificato 91 studi randomizzati e controllati che hanno valutato l’uso dell’aloe vera nella guarigione di diverse tipologie di ferite; 28 articoli sono stati inclusi nella sintesi qualitativa e 4 studi sulle ustioni di secondo grado sono stati inclusi nella metanalisi. Per ogni studio sono stati raccolti i seguenti dati: numero di partecipanti/ferite, tipologia di trattamento, terapia aggiuntiva (se presente) e outcome primari. Gli studi su cui è stata eseguita la metanalisi sul trattamento delle ustioni hanno riguardato 133 persone e la valutazione di 163 ferite. L’analisi quantitativa ha indicato una differenza media statisticamente significativa nel tempo di guarigione di 4,44 giorni a favore del trattamento con aloe vera (P = .004). L’applicazione topica dell’aloe vera sulle ferite da ustione di secondo grado ha dimostrato quindi tempi di guarigione significativamente più rapidi rispetto ad altri trattamenti.

 

Fonte:

Sharma S, Alfonso AR, Gordon AJ, Kwong J, Lin LJ, Chiu ES. Second-Degree Burns and Aloe Vera: A Meta-analysis and Systematic Review. Adv Skin Wound Care. 2022 Nov 1;35(11):1-9.

Nuove disposizioni sulla curcuma

Con un impiego tradizionale millenario e un numero di pubblicazioni scientifiche in crescita negli ultimi decenni, la curcuma è tra i princìpi vegetali di maggiore interesse per i suoi effetti sulla salute.

Utilizzati in moltissime preparazioni in tutto il mondo, gli estratti di curcuma sono prescritti in Italia anche da operatori sanitari sulla scorta delle evidenze scientifiche che ne hanno indicato l’azione antinfiammatoria, antiossidante, antipertensiva, neuro e anche epatoprotettiva.

A titolo solo esemplificativo un articolo sulla rivista Molecules riportava, già nel 2020, oltre 18.000 pubblicazioni su curcuma e curcumina, di cui 1.378 revisioni e circa 700 studi clinici.

Eppure un recente provvedimento del Ministero della Salute – Direzione generale per l’igiene e la sicurezza degli alimenti e la nutrizione, il decreto direttoriale del 28 luglio 2022, ha disposto che non potranno più essere indicati gli effetti fisiologici specifici finora attribuiti alla sostanza, eliminandoli dall’Elenco allegato al Decreto del 10 luglio 2018.

Il documento giunge a seguito delle valutazioni su alcuni casi di epatotossicità successivi al consumo di integratori alimentari contenenti estratti e derivati della curcuma. Le analisi eseguite dal gruppo interdisciplinare di esperti appositamente istituito hanno, tuttavia, rilevato che le cause di questi eventi devono essere verosimilmente ricondotte a reazioni di natura idiosincrasica.

Si tratterebbe, perciò, di casi di ipersensibilità allergica dell’organismo a determinate sostanze, che in soggetti normali risultano innocue. D’altra parte le linee guida sull’epatite da farmaci, pubblicate nel 2019 dall’Associazione Europea per lo Studio del Fegato (European Association for the Study of the Liver-EASL) sulla sua rivista ufficiale Journal of Hepatology, nel paragrafo dedicato all’uso dei fitoterapici e al rischio di sviluppare epatotossicità non includono la curcumina.

Le autorità del Ministero, oltre a eliminare tutti i claims, inclusi quelli riguardanti la funzione articolare, hanno ritenuto necessario ampliare anche l’avvertenza specifica che era già stata inserita nel 2019 per gli integratori a base di curcuma, sconsigliandone il consumo in caso di problemi epatici, alterazioni della funzione biliare o di calcolosi delle vie biliari e invitando, in caso di assunzione contemporanea di farmaci, a sentire il parere del medico. Le aziende hanno tempo fino al 31 dicembre 2022 per garantire la conformità delle loro etichette.

È noto, poi, che l’impiego di piante ed estratti vegetali presenti nel citato elenco ministeriale delle piante autorizzate per la preparazione di integratori alimentari è subordinato alla non applicabilità del Regolamento europeo 2015/2283 sui nuovi alimenti, o novel food, ossia “qualunque alimento non utilizzato in misura significativa per il consumo umano nell’Unione Europea prima del 15 maggio 1997”.

Ed è proprio la questione dei novel food uno dei nodi da sciogliere. Il Ministero della Salute ha chiesto, infatti, alle associazioni del settore di raccogliere i dati di consumo significativo precedente al 1997 degli estratti di Curcuma longa spp. a elevato titolo di curcumina, poiché dai lavori raccolti dal gruppo interdisciplinare non sembrerebbe esserci una storia di consumo alimentare di questi preparati.

Gli operatori del settore alimentare dovranno, quindi, acquisire la documentazione necessaria in un arco di tempo molto breve e metterla a disposizione dell’autorità competente ai controlli.

Questi dati saranno, poi, valutati dal Ministero per verificare se i preparati in commercio debbano essere considerati come novel food e, di conseguenza, non possano essere impiegati nell’ambito alimentare senza un’autorizzazione preventiva.

Uno spiraglio potrebbe aprirsi, invece, per i prodotti a base di Aloe contenenti aloe-emodina, emodina ecc., dato che l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) dovrebbe esprimere a breve un parere sui nuovi dati presentati dalle associazioni del settore. Vi terremo informati!

Semi di lino e glicemia post-prandiale

Il lino è una pianta erbacea annuale alta tra 30 e 60 cm con fusto eretto, molto fragile, ramificato nella parte finale, con foglie tenere, lanceolate di color verde scuro e grandi fiori, raccolti in racemi terminali, di colore azzurro-cielo . I frutti sono capsule contenenti semi di piccole dimensioni, di forma ovale e di colore dal bruno scuro al giallo paglierino, a seconda delle varietà. I principali componenti nei semi sono mucillagini (arabinosio, galattosio, ramnosio, xilosio, acido mannuronico e acido galatturonico), acidi grassi (linoleico, alfa-linoleico e oleico), fibre, proteine, minerali, steroli, lignani, triterpeni e sostanze glicosidiche.

Proprietà salutistiche

Le proprietà salutistiche del lino erano note a Dioscoride e Plinio che ne citavano le virtù lenitive e antinfiammatorie sia per l’uso esterno che interno. Tipici della tradizione sono i cataplasmi antitussivi preparati riscaldando i semi di lino (o la farina ottenuta da questi) e applicati, avvolti in un panno, sul petto per qualche minuto. Gli impacchi con la farina di semi di lino venivano impiegati anche per alleviare infiammazioni cutanee, foruncolosi, eczemi e acne. Ai semi di lino, da cui si ricava uno degli oli più ricchi in acido linolenico e antiossidanti (omega 3, omega 6, vitamina F, vitamina E), sono attribuite proprietà blandamente lassative di beneficio nella stipsi cronica. Queste proprietà sono riconducibili alle mucillagini che richiamano acqua all’interno del lume intestinale e formano un gel voluminoso che stimola i movimenti peristaltici. I semi di lino possono essere di aiuto anche per altri problemi correlati alle infiammazioni del colon, dato che la loro azione emolliente e lenitiva contribuisce a sfiammare le mucose irritate. L’azione ipocolesterolemizzante è correlata alla presenza degli acidi grassi polinsaturi omega 3 e di fibre.

Studio sulla glicemia post prandiale

Alcuni studi hanno mostrato che i semi di lino contribuiscono a migliorare alcuni parametri relativi alla sindrome metabolica e ad abbassare i valori della glicemia. Questo studio clinico randomizzato in crossover ha valutato in modo specifico gli effetti acuti del consumo di semi di lino sulla curva glicemica postprandiale 2 ore dopo i pasti in 19 soggetti con diabete mellito di tipo 2. I partecipanti al trial sono stati assegnati in modo casuale a due gruppi; il gruppo d’intervento ha assunto prima di una colazione standard 15 g di semi di lino mentre il secondo (controllo) ha consumato soltanto la colazione. La glicemia è stata misurata a digiuno e dopo i pasti 15, 30, 45, 60, 90 e 120 minuti dopo l’intervento. Sono stati valutati anche i marcatori di palatabilità (attrattiva visiva, odore e piacevolezza del gusto) e l’intensità del gusto (dolcezza, salinità, amarezza, asprezza e cremosità). Nel gruppo intervento il picco glicemico e la risposta glicemica sono risultati ridotti rispettivamente del 17% (p = 0,001) e del 24% (p 0,001). L’ingestione di 15 g di semi di lino macinati prima della colazione ha quindi ridotto la glicemia postprandiale in soggetti con diabete di tipo 2. I semi di lino sono considerati generalmente sicuri ma si sconsigliano in caso diverticoli intestinali o di sindromi occlusive gastrointestinali; evitare l’assunzione in contemporanea con i farmaci in quanto, a causa dell’alto contenuto in mucillagini e fibre, potrebbero ridurne l’assorbimento.

Fonte:

Moreira FD, Reis CEG, Welker AF, Gallassi AD. Acute Flaxseed Intake Reduces Postprandial Glycemia in Subjects with Type 2 Diabetes: A Randomized Crossover Clinical Trial. Nutrients. 2022 Sep 10;14(18):3736.

Curcumina: allo studio l’attività antitumorale

Sono diverse le ricerche che hanno valutato le proprietà antitumorali della curcuma. Studi eseguiti su animali hanno dimostrato, ad esempio, che l’applicazione topica a scopo profilattico (200 mg/kg) di curcuma è in grado di ridurre lo sviluppo del tumore al seno; risultati promettenti sono stati riscontrati, sempre sull’animale, anche per i tumori della prostata e del colon e per l’osteosarcoma. Altre ricerche hanno valutato la curcumina come trattamento complementare in corso di chemio e radioterapia e durante le terapie ormonali rilevando che questa sostanza contribuisce a migliorare l’arresto del ciclo cellulare e l’apoptosi, a ridurre la proliferazione cellulare e a inibire i fenomeni di micro-infiammazione.

Studi eseguiti su linee cellulari di linfoma hanno dimostrato che la curcumina accelera l’apoptosi indotta dalla radioterapia; in associazione con il tamoxifene la curcumina ha ridotto la resistenza a questo farmaco oppure ha ri-sensibilizzato alla terapia donne in trattamento per tumore al seno, evidenziando come questa sostanza sia in grado di prevenire alcune forme di resistenza ai farmaci. Modelli animali, studi in vitro e in vivo hanno anche dimostrato l’attività antiallergica della curcumina. La curcumina ha mostrato infine attività antimutagene, antiossidanti, antiradicaliche, antinfiammatorie e anticancerogene, che potrebbero proteggere la cute dai danni indotti dai raggi UV.

 

Fonte:

Herbs, Memorial Sloan Kettering Cancer Center New York

Rodiola, un adattogeno antistress

La rodiola (Rhodiola rosea L.) ha un uso consolidato nei sistemi medicinali tradizionali dei Paesi nordici, dell’Europa orientale e dell’Asia per stimolare il sistema nervoso, trattare l’affaticamento e la depressione indotti dallo stress, migliorare le prestazioni fisiche e la produttività lavorativa nonché alleviare alcuni disturbi gastrointestinali. Sulla base del suo lungo uso tradizionale e di studi scientifici moderni, nel 2011 la monografia dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) ‘Rhodiola rosea L. rhizoma et radix’ ne ha approvato l’uso tradizionale come adattogeno per il sollievo temporaneo dei sintomi associati allo stress, quali stanchezza, esaurimento e sensazione generale di debolezza.

Numerose preparazioni a base di R. rosea sono utilizzate in tutto il mondo per la preparazione di integratori alimentari. L’indicazione funzionale degli integratori alimentari a base di rodiola citata nell’elenco delle indicazioni sulla salute dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), è formulata come segue: “contribuisce a un’ottimale attività mentale e cognitiva “. Oltre al suo consolidato uso tradizionale, un numero significativo di pubblicazioni ha valutato l’efficacia clinica di vari preparati a base di R. rosea, in particolare in termini di funzioni cognitive e prestazioni mentali, compresi vari sintomi di stress, stanchezza e burnout. Le ricerche scientifiche, condotte prevalentemente in Russia, Scandinavia, Germania, Regno Unito, Cina, Stati Uniti, hanno confermato che la pianta esplica attività psicostimolante, rinforzante generale e antistress. Ciò è stato dimostrato in studi riguardanti la depressione e l’ansia legate allo stress, l’affaticamento, le malattie cardiovascolari, la resistenza fisica, la malattia d’alta quota e i disturbi del sistema nervoso.

Gli effetti benefici di questa pianta sul miglioramento delle prestazioni fisiche sono stati valutati sia in atleti professionisti sia in individui non allenati. Anche se la maggior parte delle evidenze proviene da studi preclinici, diversi studi clinici ne hanno dimostrato gli effetti anche sulla salute cardiovascolare e riproduttiva, nel contrastare i danni non specifici dello stress e nel ripristinare le funzioni disregolate. Lo stress, infatti, è stato associato a un aumento dell’incidenza di numerosi disturbi del sistema neuroendocrino-immunitario, da condizioni fisiologiche più lievi quali una riduzione delle performance fisiche e mentali, fino a condizioni di salute più complesse come ansia, depressione, burnout, disfunzioni cardiovascolari e riproduttive. Nel complesso i risultati presentati in questa recente review pubblicata sulla rivista Molecules sono promettenti circa l’efficacia clinica dei preparati a base di R. rosea nella gestione dei vari aspetti delle condizioni indotte dallo stress.

 

Fonte

Ivanova Stojcheva E, Quintela JC. The Effectiveness of Rhodiola rosea L. Preparations in Alleviating Various Aspects of Life-Stress Symptoms and Stress-Induced Conditions-Encouraging Clinical Evidence. Molecules. 2022; 27(12):3902.

Uso tradizionale e applicazioni salutistiche dell’agnocasto

L’agnocasto (Vitex agnus-castus L.; Famiglia: Lamiaceae), noto anche come falso pepe o pepe dei monaci, è una pianta arbustiva decidua perenne diffusa nell’area mediterranea lungo i fiumi e nelle zone costiere che a completo accrescimento raggiunge l’altezza di 5–6 metri. Presenta foglie palmatocomposte di colore verde e infiorescenze di colore tra il blu e il rosa riunite in spighe lunghe e sottili; la fioritura ha luogo nel periodo giugno-settembre. I frutti sono bacche di colore nero contenenti quattro semi estremamente duri, con odore aromatico e sapore amaro e leggermente pungente. La droga è costituita dal frutto intero, maturo ed essiccato.

I costituenti principali del frutto sono flavonoidi (casticina, vitexina, isovitexina ecc.), glicosidi iridoidi (aucuboside e agnoside), composti terpenici, olio essenziale, alcaloidi, olio ad acidi grassi insaturi. Le foglie e i frutti dell’agnocasto godono da sempre fama di anafrodisiaci e sedativi. Gli antichi Greci lo consideravano “utile per quelli che fanno voto di castità”; Dioscoride riporta che le sacerdotesse di Ceres dormivano su sacchi riempiti con le foglie della pianta per scacciare i ‘pensieri impuri’. Nel XX secolo il medico francese H. Leclerc segnalava l’utilizzo delle sommità fiorite di agnocasto per le virtù sedative attribuite ai glucosidi, utili “nelle turbe neurovegetative e nelle psiconevrosi che hanno come primum movens un’affezione pelvica o turbe delle funzioni digestive”.

La medicina popolare, in generale, riconosce alla pianta attività anafrodisiaca, antispasmodica, emmenagoga, sedativa e galattagoga. I frutti venivano utilizzati anche per stimolare la digestione, mentre per uso esterno venivano impiegati per le proprietà vulnerarie. Le attività principali dell’agnocasto sono quella ormonale (progestinica e anti-estrogenica), antispasmodica e tonica. La pianta trova indicazione nella sindrome premestruale da iperfollicolinismo, nelle emorragie provocate da insufficienza del corpo luteo, nelle menorragie e metrorragie, nella ritenzione idrica della fase premestruale e può essere anche utilizzata per alcuni problemi dermatologici sensibili al trattamento ormonale, come ad esempio l’acne. La letteratura medica non segnala effetti secondari tossici, a meno che non sia presente un’ipersensibilità individuale. Non utilizzare durante gravidanza e allattamento e in ambito pediatrico.

 

Fonte:
Kamal N, Mio Asni NS, Rozlan INA, Mohd Azmi MAH, Mazlan NW, Mediani A, Baharum SN, Latip J, Assaw S, Edrada-Ebel RA. Use of Vitex sp. Plants (Basel). 2022 Jul 26;11(15):1944.