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L’amaro succo del marrubio

The horehound,Marrubium vulgare, medicinal plant in the garden. Leaves smell of apple, but they taste really bitter, this herb has universal effects and supports the work of our heart.

Il marrubio comune (Marrubium vulgare), detto anche trifoglione, è una piccola pianta erbacea perenne della famiglia della Lamiaceae; cresce ai margini delle strade, nei campi incolti, in luoghi aridi e sassosi dal piano fino alle zone montane dell’Europa del sud e dell’Africa settentrionale e nell’Asia temperata.

Si ritiene che il suo nome derivi dall’ebraico mar (amaro) e rob (succo). La pianta faceva parte delle erbe amare che gli Ebrei assumevano prima della Pasqua.

Così lo descrive Gilberto Scotti in Flora Medica: “Radice legnosa, fibrosa, cauli diritti, duri ramosi coperti di lanugine bianca; foglie grosse, picciolate, cotonnose verdi-cineree, inegualmente crenate, fiori bianchi, piccoli, disposti i verticilli ascellari”. La pianta ha un odore forte e aromatico, sapore caldo, amaro, un po’ acre. Se ne utilizzano le foglie e le sommità fiorite. Sempre Scotti nel volume citato ricorda che “la sua azione è eminentemente tonica, stimolante e ha molta analogia con l’assenzio” e che il marrubio è stato utilizzato per “corroborare lo stomaco e facilitare la digestione, nei catarri cronici sia polmonari sia di altre mucose, negli ingorghi viscerali e nelle febbri intermittenti”.

Luigi Palma (Le piante medicinali d’Italia) ne riporta l’azione antitossica, cardiotonica, colagoga, emmenagoga, fluidificante broncopolmonare, stomatica e tonica segnalandone tra l’altro l’impiego per amenorrea e anoressia, asma umida, broncoalveolite, ipotonia digestiva, ittero, vomito gravidico.

Tradizionalmente fu un apprezzato rimedio balsamico, bechico ed espettorante, ritenuto utile in varie affezioni dell’apparato respiratorio, nel trattamento della tosse e delle affezioni catarrali dei bronchi, ma anche nelle dispepsie, nelle inappetenze e nei problemi delle vie biliari, oltre che nelle febbri intermittenti resistenti al chinino.

Non ci sono molti riferimenti in letteratura internazionale: uno studio algerino (Bouterfas et al. 2016) riferisce l’importante attività antiossidante dei flavonoidi della pianta prospettandone l’applicazione in diversi ambiti salutistici. La review di un gruppo di ricercatori serbi (Aćimović et al. 2020) si sofferma tra l’altro sull’attività antimicrobica del marrubio, specialmente contro batteri Gram-positivi, il virus dell’herpes simplex (HSV) e parassiti come Toxoplasma gondii, Trichomonas vaginalis e Plasmodium berghei-berghei.

Le molteplici attività del genere Mentha

Fresh mint isolated on white background

Il genere Mentha (famiglia delle Lamiaceae) ha una tassonomia piuttosto complessa, comprendendo circa 42 specie e 15 ibridi, con centinaia di sottospecie e cultivar.

Le diverse specie, ricche in polifenoli, contengono tra l’altro acido caffeico (e i derivati ​​acido caftarico, cinnamico, ferulico e oleanolico), flavonoidi come la luteolina e i suoi derivati (apigenina, acacetina, diosmina, salvigenina e timonina), nonché flavanoli come catechina, epicatechina, cumarine ecc.

Tra le molteplici proprietà benefiche per la salute che gli sono state attribuite si segnalano gli effetti anti-obesità, antimicrobici, antinfiammatori, antidiabetici e cardioprotettivi e la prevenzione dei processi di cancerogenesi. Suddette potenzialità rendono questo genere botanico di grande interesse anche in considerazione dell’efficacia e della bassa tossicità.

Le attività antimicrobiche degli OE di Mentha sono state attribuite principalmente a composti bioattivi tra i quali idrocarburi monoterpenici e sesquiterpenici. È stato riscontrato che gli oli essenziali di Mentha esplicano attività antibatteriche contro vari batteri patogeni, sia Gram-negativi sia Gram-positivi: Pseudomonas aureus, Bacillus subtilis, Escherichia coli, Pseudomonas aeruginosa, Serratia marcescens e Streptococcus aureus.

Uno studio condotto da Saba e collaboratori riporta un’attività antibatterica ad ampio spettro di Mentha piperita contro i ceppi batterici E. coli, Salmonella typhius, B. subtilis, S. aureus, P. aeruginosa, Staphylococcus epidermititis e Klebsiella pneumoniae. In un altro report, l’OE delle foglie di Mentha spicata ha mostrato un buon potenziale antibatterico contro ceppi batterici selezionati come E. coli, S. aureus, B. subtilis, P. aeruginosa e S. poona.

Composti derivati ​​dal genere Mentha hanno mostrato attività antitumorale contro linee cellulari dei tumori della cervice, del polmone e della mammella. E’ stato inoltre osservato che gli OE di Mentha hanno un buon potenziale citotossico e inducono apoptosi sopprimendo i meccanismi di invasione e migrazione di linee cellulari tumorali.

Questa recente revisione, disponibile in open access, documenta le proprietà dei composti derivati ​​dalla menta e dei suoi oli essenziali con un focus sugli effetti antimicrobici, sulle attività antitumorali e sugli effetti avversi di queste piante medicinali altamente versatili.

 

Fonte: Tafrihi M, Imran M, Tufail T, Gondal TA, Caruso G, Sharma S, Sharma R, Atanassova M, Atanassov L, Valere Tsouh Fokou P, Pezzani R. The Wonderful Activities of the Genus Mentha: Not Only Antioxidant Properties. Molecules. 2021 Feb 20;26(4):1118.

 

 

Il ginseng, quello americano

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Il ginseng americano (Panax quinquefolius) è una pianta perenne con piccoli fiori gialli o rosa e bacche rosse che cresce nel nord-est dell’America. Spesso confusa con il ginseng asiatico (Panax ginseng), la sua radice è utilizzata per scopi curativi in diverse culture tradizionali.

I ginsenosidi o panaxosidi, delle saponine triterpeniche, sono ritenuti responsabili delle sue attività biologiche. La pianta viene utilizzata per contrastare l’astenia, per migliorare le prestazioni atletiche, la forza e la resistenza ma anche le prestazioni cognitive; nella medicina tradizionale cinese è indicata per nutrire lo Yin e l’energia.

Studi di laboratorio hanno mostrato che i ginsenosidi hanno effetti sia stimolanti che inibitori sul Sistema Nervoso Centrale; è stato, inoltre, osservato che possono alterare il tono cardiovascolare e migliorare l’immunità umorale. Sperimentazioni condotte su cellule di carcinoma mammario estrogeno-dipendente con estratti di Panax quinquefolius hanno dimostrato un’azione antitumorale. Altri studi sempre di laboratorio hanno osservato che l’attività antitumorale è maggiore se il ginseng americano viene associato a sostanze antiossidanti, evidenziando anche effetti sinergici con il chemioterapico fluorouracile e un’attività protettiva contro lo stress ossidativo in linfociti umani irradiati.

Ad oggi gli studi clinici sono ancora limitati. I dati disponibili suggeriscono che la pianta contribuisce a migliorare il controllo della glicemia nei soggetti diabetici e ne attestano la sicurezza per l’uso a lungo termine. Alcune ricerche cliniche hanno dimostrato l’utilità di Panax quinquefolius nei deficit della memoria e della concentrazione, sia nei giovani che negli anziani. In particolare uno studio clinico randomizzato in doppio cieco condotto su giovani adulti sani che hanno assunto un estratto secco di Panax quinquefolius, titolato all’11,65% in ginsenosidi, ha dimostrato un miglioramento statisticamente significativo della memoria e della capacità di concentrazione, associata a un’azione calmante.

Hanno portato dati contraddittori e comunque non definitivi gli studi clinici che hanno valutato l’effetto del ginseng americano sull’astenia in persone affette da tumore; i dati epidemiologici suggeriscono che la pianta può migliorare la sopravvivenza e la qualità della vita nelle donne con tumore al seno, anche se sono necessari ulteriori studi a conferma di queste risultati.

Il ginseng americano ha mostrato un effetto ipoglicemizzante e in particolare si è visto che diminuisce la glicemia postprandiale in soggetti umani diabetici e non.

Occorre prestare attenzione nell’impiego concomitante con i farmaci anticoagulanti: è stato infatti osservato che il ginseng americano riduce gli effetti fluidificanti del warfarin, uno degli anticoagulanti più comuni.

 

Fonte: About Herbs, Botanicals & Other Products | Memorial Sloan Kettering Cancer Center, New York, www.mskcc.org

 

 

 

Lo zafferano e il tono dell’umore

 

 

 

 

 

 

 

Ansia, stress e tono d’umore basso sono strettamente correlati e possono contribuire all’instaurarsi di una sindrome depressiva.

Le piante officinali come lo zafferano (Crocus sativus L.), individuate come promettenti a seguito di effetti benefici preliminari dimostrati nei casi di depressione, rappresentano una risorsa non farmacologica rilevante per migliorare i sintomi subclinici dell’umore e la resilienza allo stress.

Questo recente studio clinico in doppio cieco, randomizzato a gruppi paralleli ha valutato l’efficacia della supplementazione di un estratto di zafferano (30 mg) sul benessere emotivo di adulti sani con sensazioni subcliniche di basso tono dell’umore, ansia e/o stress; è stato inoltre valutato l’effetto acuto dell’estratto in risposta a uno stressor psicosociale simulato in laboratorio. Vi hanno partecipato 56 individui sani di entrambi i sessi (età: 18-54 anni) che hanno ricevuto un estratto standardizzato di zafferano oppure un placebo per 8 settimane.

Gli effetti cronici dello zafferano su ansia soggettiva, stress e sentimenti depressivi sono stati valutati con una batteria di questionari, tra cui il Profile of Mood State-2 (POMS), mentre gli effetti acuti in risposta a uno stress psicosociale simulato in laboratorio sono stati misurati con parametri fisiologici e psicologici. Sono stati quantificati tra l’altro i livelli di crocetina nelle urine.

Alla fine dello studio i partecipanti del gruppo zafferano hanno riportato punteggi più bassi sulle scale depressive e relazioni sociali migliori. Con l’assunzione di zafferano i livelli di crocetina nelle urine sono aumentati in modo significativo e sono risultati correlati al cambiamento nei punteggi della depressione. L’assunzione di zafferano ha, inoltre, attenuato la tipica riduzione della variabilità della frequenza cardiaca indotta dallo stress.

L’estratto di zafferano sembra pertanto migliorare i sintomi subclinici della depressione in individui in buona salute e contribuisce a determinare una maggiore resilienza contro lo sviluppo di disturbi psichiatrici stress-correlati.

Jackson Philippa A., Forster Joanne, Khan Julie, Pouchieu Camille, et al. Effects of Saffron Extract Supplementation on Mood, Well-Being, and Response to a Psychosocial Stressor in Healthy Adults: A Randomized, Double-Blind, Parallel Group, Clinical Trial. Frontiers in Nutrition, Volume 7 2021.

 

Spaccapietre… un nome una garanzia

Asplenium ceterach - Schubvaren

L’erba spaccapietre (Ceterach officinarum), nota anche cedracca, erba renella o erba ruggine, è una piccola felce appartenente alla famiglia delle Aspleniaceae diffusa in tutta l’Europa centrale e meridionale nelle zone a clima mite, dove cresce nelle località assolate, su rocce calcaree e muretti a secco.

Gilberto Scotti in Flora Medica così la descrive: “radice folta, fibrosa nerastra, frondi cespitose formate da foglioline pennatifide con lobi alterni, subrotondi o bislunghi verdi sulla pagina superiore inferiormente coperte da squame pagliacee, copiose, lucide ocracee… fruttifica d’estate”. Luigi Palma in Le piante medicinali d’Italia ne riporta l’azione farmacodinamica come segue: “astringente, disostruente splenica, detergente, diuretica, emolliente, espettorante, tonica e vermifuga”.

La pianta deve il suo nome alla caratteristica tendenza a insinuarsi fra le rocce disgregandole con il tempo, nonché alla sua proprietà di sciogliere i calcoli renali. Oltre alle proprietà antiuriche, le sono state attribuite proprietà fluidificanti ed espettoranti catarrali, decongestionanti della milza e diuretiche. Viene utilizzata come sedativo ed emolliente in caso di tosse, come antinfiammatorio e decongestionante delle mucose orali.

Sono pochi gli studi scientifici su questa pianta e tra questi si segnala un lavoro pubblicato sulla rivista Plos One da un gruppo di ricercatori dell’Università di Urbino. La pubblicazione indica che la pianta costituisce una buona fonte di antiossidanti in grado di ridurre in vitro la cristallizzazione dell’ossalato di calcio e la morfologia dei cristalli. L’azione inibitoria è stata osservata in particolare, spiegano gli autori, sulla crescita e l’aggregazione dell’ossalato di calcio monoidrato, sostituito dall’aumento della formazione di ossalato di calcio diidrato, considerato meno pericoloso poiché meno affine con le cellule tubulari renali.

Sulla base di questi dati, insieme al fatto che non sono stati osservati effetti tossici avversi sul modello in vitro di enterociti intestinali umani, l’estratto acquoso di C. officinarum potrebbe rappresentare un’interessante terapia naturale per il trattamento dell’urolitiasi, conclude lo studio.

 

De Bellis R, Piacentini MP, Meli MA, Mattioli M, Menotta M, Mari M, Valentini L, Palomba L, Desideri D, Chiarantini L. In vitro effects on calcium oxalate crystallization kinetics and crystal morphology of an aqueous extract from Ceterach officinarum: Analysis of a potential antilithiatic mechanism. PLoS One. 2019 Jun 25;14(6):e0218734.

Polifenoli del cacao e funzioni cognitive

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Il cacao (Theobroma cacao L.) è un arbusto perenne (4-8 m di altezza) della famiglia delle Malvaceae (precedentemente Sterculiaceae), originario della regione tropicale delle Americhe ed è la specie economicamente più importante del genere Theobroma.

Alla pianta e ai suoi costituenti attivi sono attribuite tra l’altro attività antiasteniche e di stimolazione del sistema nervoso centrale, essendo in grado di accrescere la concentrazione mentale e i riflessi psicofisici.

Gli effetti dei polifenoli del cacao sulle funzioni cognitive sono stati analizzati da numerosi studi con diversi protocolli sperimentali, in considerazione dei diversi parametri che possono intervenire nel meccanismo d’azione (dosaggio, durata del trattamento, test cognitivi, caratteristiche del soggetto ecc.) e che potrebbero ostacolare una corretta interpretazione dei risultati.

Questa revisione sistematica – effettuata su 12 studi clinici randomizzati – ha analizzato gli effetti dell’assunzione dei polifenoli derivati ​​dal cacao sulle funzioni cognitive di soggetti in buona salute (età: 18-50 anni) discutendo, inoltre, i fattori metodologici che potrebbero determinare risultati eterogenei.

L’effetto più significativo è stato riscontrato su memoria e funzioni esecutive e si è rivelato dose-dipendente; i risultati migliori sono stati osservati a seguito della somministrazione di 500-750 mg/giorno di flavanoli del cacao.

 

Fonte: Barrera-Reyes PK, Cortés-Fernández de Lara J, González-Soto M et al. Effects of Cocoa Derived Polyphenols on Cognitive Function in Humans. Systematic Review and Analysis of Methodological Aspects. Plant Foods Hum Nutr 75(1):1-11, 2020.

 

Ganoderma lucidum… dalla tradizione orientale

Il Reishi (Ganoderma lucidum) è un fungo utilizzato nella medicina tradizionale orientale per i suoi effetti di promozione della salute. Tra i suoi costituenti attivi si segnalano sia polisaccaridi (beta-glucani) che triterpeni.

Studi condotti nell’ultimo decennio hanno dimostrato che gli estratti di reishi hanno proprietà immunomodulanti, renoprotettive, antinfiammatorie ed epatoprotettive in vitro e in vivo. Trial clinici hanno indicato i benefici del Reishi sui sintomi del tratto urinario inferiore, un blando effetto antidiabetico e sulla dislipidemia.

Come altri funghi medicinali, anche il Reishi è allo studio anche per una potenziale attività antitumorale e studi in vitro e su animali hanno indicato che ha effetti immunomodulanti e chemiopreventivi, allevia la nausea indotta dalla chemioterapia, migliora l’efficacia della radioterapia e contribuisce a ridurre la nefrotossicità indotta da farmaci oncologici (cisplatino).

Piccoli studi clinici hanno osservato che ha aumentato la capacità antiossidante plasmatica e migliorato la risposta immunitaria in ambito oncologico.

Questi studi, benché preliminari, sono promettenti e giustificano lo sviluppo della ricerca sul ruolo del Reishi nella stimolazione dell’immunità dell’ospite e nel miglioramento della risposta al tumore.

 

Fonte: Herbs, Memorial Sloan Kettering Cancer Center.

 

Il senso delle donne per le erbe

Quando si parla di utilizzo di erbe, piante medicinali e derivati, le donne sono protagoniste. Lo hanno confermato negli anni molte statistiche nazionali, come le indagini ISTAT di settore o, più di recente, una survey dell’Università degli Studi di Chieti, ma anche studi europei e internazionali. Negli Stati Uniti, ad esempio, tra i fattori predittivi del ricorso ai preparati vegetali spicca l’appartenenza al genere femminile e lo stesso dato viene riportato da un’indagine qualitativa condotta nel Regno Unito.

Le donne sono tra le consumatrici più attente e affezionate di erbe e derivati e vi fanno ricorso in ogni fase della vita, dall’adolescenza alla menopausa, e successivamente come argine naturale al fisiologico processo di invecchiamento.

Questa propensione ha radici lontanissime: la conoscenza e l’utilizzo delle erbe nel passato è stata una prerogativa del mondo femminile. Erano le donne a coltivare gli orti come a raccogliere fiori, bacche e piante spontanee nei boschi, apprendendo con l’esperienza empirica le proprietà curative contro malanni di vario genere. Nell’età classica le herbariae erano donne esperte della natura, delle piante e della loro applicazione per affrontare i problemi di salute quotidiana, spesso legati alla vita femminile (ciclo mestruale, gravidanza, parto).

Si è così sedimentato nei secoli, spesso dimenticato dalla storia ufficiale, il contributo di medichesse, levatrici, herbariae al sapere erboristico della tradizione occidentale. Come segnala Maderna nel libro Medichesse. La vocazione femminile alla cura, si tratta di un aspetto antropologico e culturale comune a tutte le civiltà antiche, dove le donne, svolgendo un ruolo più statico nelle comunità, hanno approfondito i saperi legati alla raccolta delle piante salutari e commestibili e alla loro trasformazione, conservazione e somministrazione.

Questa competenza al femminile si ritrova in forma più strutturata nelle opere di Ildegarda di Bingen, la più celebre delle scienziate medievali, la quale ispirandosi alla teoria ippocratica dei Quattro Elementi ebbe intuizioni di grande modernità sull’impiego delle piante, elaborando un’idea di salute e malattia che prefigura il concetto contemporaneo della medicina olistica.

E in un’area a noi più vicina rivive nella figura di Trotula de Ruggiero, allieva e poi docente della Scuola Medica Salernitana, nutrita alle opere di Galeno e di Ippocrate e autrice di trattati sui temi della dermatologia e della ginecologia, in cui propose metodi innovativi per la sua epoca, sottolineando l’importanza dell’igiene, di una alimentazione equilibrata e dell’attività fisica. In uno dei suoi scritti per l’alito cattivo, essendo questo provocato da stomaco e intestini, consigliava “polvere di aloe, succo di assenzio e miele” e per la stipsi “magnesio, malva e semi di lino”.

Nelle società tradizionali dell’intero pianeta sono le donne a gestire le risorse vegetali utilizzate dall’uomo e diventano spesso le custodi delle conoscenze sulle piante locali: responsabili della gestione delle piante utili, sia domestiche sia selvatiche, sono anche raccoglitrici, giardiniere, erboriste e custodi dei semi (Howard, 2005), svolgendo un prezioso lavoro di conservazione delle specie botaniche. In America Latina, in aree poco urbanizzate come le Ande ecuadoriane, le principali risorse di salute sono tuttora le piante medicinali locali, delle quali le più esperte sono per lo più donne, e la consulenza medica viene richiesta solo quando questi rimedi non sono più sufficienti. Qui, come hanno raccontato tanti report etnografici, la conoscenza delle erbe si tramanda lungo linee femminili e i processi di socializzazione conducono alla trasmissione di questi saperi dalle più anziane alle donne giovani della comunità.

Venendo all’oggi non si può dimenticare Youyou Tu, la scienziata cinese che nel 2015 ha ricevuto il Premio Nobel per la medicina: la sua “riscoperta”, dopo anni di ricerca, dell’azione dell’artemisina trasse spunto da un testo della farmacopea tradizionale cinese sugli effetti antimalarici di Artemisia annua, il Zhou hou bei ji fang ((321 d.C.), che conteneva tra le ricette tradizionali, anche quelle utilizzate per le “febbri intermittenti” che caratterizzano la malaria.

Nel mese che celebra in tutto il mondo la ‘Giornata internazionale della donna’ il nostro augurio va alle erboriste che portano avanti questa bellissima tradizione, declinandola nella sua forma contemporanea.

 

Foglie d’ulivo e herpes labiale

Young woman examining herpes in her face

L’estratto di foglie di ulivo esplica effetti antivirali che potrebbero risultare utili nel trattamento dell’herpes labiale, un’infezione che si manifesta con piccole bolle e vescicole localizzate prevalentemente sulle labbra causata dall’Herpes Simplex Virus 1 (HSV 1).

Questo studio clinico randomizzato in doppio cieco ha messo a confronto l’azione di un estratto di foglie di ulivo (OLE) con il farmaco acyclovir.
La ricerca ha riguardato 66 persone con diagnosi di herpes labiale che, dopo essere state randomizzate in due gruppi, hanno ricevuto una crema a base di estratto di foglie di ulivo (al 2%) oppure una pomata a base di acyclovir (al 5%). L’applicazione è stata effettuata cinque volte al giorno per sei giorni e i sintomi sono stati valutati alla baseline e al terzo e sesto giorno dopo l’intervento.
I risultati hanno mostrato una attenuazione dei sintomi clinici in entrambi i gruppi e l’efficacia sia dell’estratto di foglie d’ulivo sia dell’acyclovir nel trattamento dell’herpes labiale.
Nel gruppo OLE tuttavia sono stati riscontrati minore sanguinamento (P = 0,038), prurito (P = 0,002) e dolore (P = 0,001) al terzo giorno, nonché minore irritazione (P = 0,012), prurito (P = 0,003) e cambiamento di colore (P = 0,001) al sesto giorno rispetto al gruppo acyclovir. Il ciclo di trattamento per i partecipanti al gruppo OLE è stato più breve rispetto al gruppo acyclovir (P = 0,001).
Le prove di efficacia raccolte da questo trial suggeriscono che la crema a base di foglie di ulivo è superiore ad acyclovir nel trattamento dei sintomi dell’herpes labiale; gli autori raccomandano ulteriori studi futuri per consolidare questi risultati ai fini clinici.

Fonte: Toulabi T, Delfan B, Rashidipour M, Yarahmadi S, Ravanshad F, Javanbakht A, Almasian M. The efficacy of olive leaf extract on healing herpes simplex virus labialis: A randomized double-blind study. Explore (NY). 2021 Jan 29:S1550-8307(21)00004-5.

Crescione: azione su profilo lipidico e stress ossidativo

Brunnenkresse, Nasturtium officinale

 

Diversi studi hanno dimostrato che una dieta ricca di Crucifere (famiglia delle Brassicaceae) può ridurre il rischio di malattie cardiovascolari e i livelli di stress ossidativo.

Il crescione d’acqua (Nasturtium officinale) è una pianta acquatica perenne appartenente alla famiglia delle Brassicaceae. Le sue foglie dal gusto pepato sono utilizzate sin da tempi antichi sia in cucina sia a scopo medicinale. Gli vengono attribuite proprietà diuretiche, depurative e balsamiche. Alcuni studi sugli animali hanno mostrato gli effetti benefici sull’ipercolesterolemia, ma finora tale proprietà non è stata confermata da ricerche condotte sull’uomo.

Ci ha provato uno studio pubblicato di recente sulla rivista Phytotherapy Research. Il trial randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo ha valutato, infatti, se la supplementazione di un estratto di Nasturtium officinale fosse in grado di migliorare i marcatori sierici di lipidi e stress ossidativo in persone in sovrappeso.

Lo studio

Trentaquattro persone in sovrappeso sono state selezionate e poi assegnate casualmente a due gruppi: il primo gruppo ha ricevuto l’estratto vegetale, mentre il secondo gruppo ha assunto una sostanza placebo; la ricerca è durata 5 settimane.

L’estratto di Nasturtium officinale ha causato un miglioramento significativo dei livelli di colesterolo LDL, creatinina e perossidazione lipidica, ma non ha influito in modo statisticamente significativo sui livelli di colesterolo totale e HDL, trigliceridi e altri parametri; non ci sono stati eventi avversi di rilievo.

Questi dati indicano che il crescione influisce positivamente sul livello di colesterolo LDL, di creatinina, nonché sui livelli di perossidazione lipidica. Si suggeriscono tuttavia ulteriori studi per chiarire i risultati di questa sperimentazione clinica.

L’utilizzo del crescione è controindicato nei soggetti con ulcera duodenale e nefrite.

 

Fonte: Clemente M, Miguel MD, Felipe KB, Gribner C, et al. Effect of watercress extract supplementation on lipid profile and oxidative stress markers in overweight people with physical disability: A randomized, double-blind, and placebo-controlled trial. Phytother Res. 2021 Jan 28.