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Le proprietà dell’Ibisco

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità le malattie croniche non trasmissibili (iperglicemia, iperlipidemia, ipercolesterolemia, diabete mellito di tipo 2, ipertensione, arteriosclerosi, cancro e malattie polmonari croniche) sono la principale causa di morte a livello mondiale. La prevenzione e il controllo di queste malattie sono quindi fondamentali per la salute di tutte le popolazioni. Tra i fattori di rischio associati ci sono pressione sanguigna elevata, sovrappeso, obesità, livelli elevati di glucosio e di lipidi nel sangue.
L’ibisco (Hibiscus sabdariffa, Malvaceae) è una pianta che esplica molti benefici e diversi studi scientifici ne hanno documentato l’efficacia per una serie di condizioni. Questa revisione narrativa ne espone i principali effetti fisiologici e i benefici per la salute riportati in studi clinici. All’ibisco sono state attribuite proprietà antimicrobiche, antiossidanti, lassative, diuretiche, epatoprotettive, antinfiammatorie, antitosse, ipotensivanti, cardioprotettive e neuroprotettive. Studi in vitro e in vivo hanno indicato che esplica attività antiossidanti, antipertensive, antidiabetiche, vasorilassanti, cardioprotettive, antibatteriche, antivirali, antiproliferative, citotossiche, neuroprotettive, sedative, ansiolitiche, antidepressive, epatoprotettive, antiobesità, antinfiammatorie, antianemiche e antiulcera.
Negli studi clinici la pianta è risultato in grado di prevenire o controllare le malattie croniche non trasmissibili grazie alle sue proprietà antipertensive, antidislipidemiche, ipoglicemizzanti, antianemiche, nefroprotettive, antiossidanti e antinfiammatorie.

In particolare alcuni studi osservazionali, di intervento e studi clinici randomizzati hanno mostrato che contribuisce a ridurre la pressione arteriosa sistolica e diastolica.
L’ibisco è risultato inoltre in grado di ridurre il colesterolo totale e LDL e di aumentare il colesterolo HDL in studi clinici controllati con placebo. Assunto con una colazione ad alto contenuto di carboidrati, l’ibisco sembra rallentare l’aumento del glucosio nel sangue. Altri studi hanno indicato a seguito dell’assunzione di ibisco la riduzione della glicemia a digiuno, dei livelli di insulina a digiuno, del glucosio postprandiale e dei livelli di cortisolo, un miglioramento dell’insulinoresistenza e una tendenza alla riduzione della risposta insulinica postprandiale. L’ibisco ha mostrato inoltre un effetto di riduzione del peso e del grasso addominale in uno studio clinico randomizzato su soggetti obesi, mentre un altro studio in doppio cieco, controllato con placebo e randomizzato, l’integrazione di ibisco è stata associata a un aumento dei livelli di adiponectina.

In uno studio condotto su soggetti con nefropatia diabetica, l’integrazione di ibisco ha migliorato la funzione renale e ha ridotto i livelli ematici di azoto ureico e creatinina e di creatinina e albumina nelle urine. In uno studio clinico randomizzato prospettico si è verificata una diminuzione dei livelli di creatinina e di acido urico dopo il consumo di ibisco per 28 giorni e in uno studio clinico randomizzato di fase tre, è stata osservata una riduzione dei sintomi delle infezioni del tratto urinario dopo l’assunzione di un integratore di ibisco per 7 giorni. Uno studio su soggetti affetti da anemia ha riscontrato che l’ibisco ha effetti ematopoietici. L’effetto antiossidante è stato dimostrato da più studi e interventi, che hanno rilevato un aumento dell’attività antiossidante, una diminuzione dei livelli di malondialdeide e l’aumento dei livelli di acido ascorbico Tra le altre attività riscontrate nelle sperimentazioni pubblicate su riviste internazionali vi sono il miglioramento dei sintomi della secchezza delle fauci, l’aumento della produzione di saliva e l’effetto di regolazione del pH salivare.

Fonte: Montalvo-González E, Villagrán Z, González-Torres S, et al. Physiological effects and human health benefits of Hibiscus sabdariffa: A review of clinical trials. Pharmaceuticals (Basel). April 2022;15(4):464. doi:10.3390/ph15040464.

La salvia allevia le afte del cavo orale

La stomatite aftosa ricorrente è una delle lesioni più comuni della mucosa orale. Per questo disturbo sono stati segnalati alcuni fattori predisponenti – psicologici, ematologici, genetici, traumatici e di natura allergica – ma la sua eziologia è ancora sconosciuta e pertanto non esiste una cura definitiva. Per il trattamento dei suoi sintomi si può ricorrere anche a preparati a base di piante officinali. La salvia (Salvia officinalis) è una pianta aromatica utilizzata come condimento per le sue proprietà aromatiche e in fitoterapia per migliorare i problemi digestivi e le infiammazioni delle mucose oro-faringee. Le sono state attribuite attività digestive, colagoghe, bechiche, espettoranti, tonico-stimolanti e antisettiche. Contiene diversi composti con caratteristiche di rilievo: i composti etanolici esplicano attività antibatterica, mentre i terpenoidi presenti nelle foglie, come l’acido ursolico, hanno un effetto antinfiammatorio. Un’interessante applicazione della salvia riguarda il suo possibile utilizzo in alcuni sintomi della menopausa, in particolare per ridurre sudorazione eccessiva e vampate di calore e migliorare il tono dell’umore.

La salvia, il cui nome deriva dal latino “salus” ovvero salute, è nota fin dai tempi più antichi: la conoscevano gli Egizi e gli antichi Romani, che la chiamavano Herba sacra e le attribuivano poteri divini. Dioscoride nel suo De Materia Medica riporta l’utilizzo del decotto di salvia per fermare il sanguinamento delle ferite e per disinfettare le piaghe e dell’infuso per alleviare raucedine e tosse. Plinio il Vecchio, in Naturalis Historia, cita la salvia per migliorare la memoria e sotto forma di gargarismi per alleviare afte e mal di gola. Un recente studio clinico randomizzato e controllato in doppio cieco, eseguito presso l’Università di Isfahan in Iran, ha valutato gli effetti sulla stomatite aftosa ricorrente di un gel a base di salvia, confrontato con un gel a base di triamcinolone acetonide (un corticosteroide sintetico usato per via topica per il trattamento di varie condizioni della pelle e per alleviare il disagio delle afte). Vi hanno partecipato sessanta individui con ulcere aftose non gravi: trenta sono stati trattati con il gel a base di salvia e l’altra metà con il preparato contenente triamcinolone acetonide.

Sono stati valutati il tempo di recupero del dolore, il tempo di guarigione delle lesioni aftose e il livello di dolore, con i seguenti risultati: la durata media del recupero del dolore è stata di 1,5 giorni per chi ha usato il gel di salvia e di 2,5 giorni per il triamcinolone acetonide (p < 0,001); la guarigione della lesione è avvenuta in 3,3 giorni con il gel a base di salvia e in 6 giorni con il gel di controllo (p < 0,001). La soddisfazione dei partecipanti rispetto a fattori quali il gusto e l’odore dei due gel non presentava differenze significative tra i due gruppi. I risultati di questo studio hanno mostrato che un gel contenente estratto di salvia è efficace nel trattamento della stomatite aftosa ricorrente ed è risultato migliore del triamcinolone acetonide nel recupero del dolore e nella guarigione delle afte, con una differenza statisticamente significativa.

Fonte: Abbasi F, Rasoulzadeh Z, Yavari A. The effect of sage (Salvizan gel) compared to triamcinolone acetonide on the treatment of recurrent aphthous stomatitis: a double-blinded randomized clinical trial. BMC Oral Health. 2023 Mar 18;23(1):157. 

Allo studio attività ipoglicemizzante di zafferano e fieno greco

Lo zafferano (Crocus sativus L.) è una fonte di numerosi nutrienti e fitocomposti dall’azione antiossidante (vitamina C, vitamina A, alfa-crocina e altri carotenoidi, manganese e selenio) che aiutano a proteggere la salute dallo stress ossidativo, dal rischio di tumori e dalle infezioni e che agiscono anche come immunomodulatori. Rappresenta inoltre una fonte di vitamine importanti (in particolare del gruppo B) per il buon funzionamento del metabolismo e di minerali che contribuiscono a proteggere la salute cardiovascolare e di ossa e denti. Studi scientifici ne hanno dimostrato l’efficacia sulla salute degli occhi, sui disturbi dell’umore e le forme lievi di depressione. È stato utilizzato in alcune medicine tradizionali come antisettico, antidepressivo, antiossidante, digestivo e anticonvulsivante.

Il fieno greco (Trigonella foenum-graecum) è una pianta erbacea annuale diffusa in tutta l’area del Mediterraneo, più frequente nelle zone costiere, ma presente anche nelle aree pedemontane. Alta una cinquantina di centimetri, ha foglie tripartite che ricordano il trifoglio. I fiori, solitari, sono bianchi o giallini; il frutto è un legume con semi piatti romboidali che emanano un intenso odore di fieno, spesso considerato sgradevole. Semi e foglie sono ricchi di saponine steroidee (diosgenina, yamogenina), fitoestrogeni (vitexina, quercetina, luteolina), alcaloidi (trigonellina, genzianina), vitamine (PP, complesso B, A e C), lisina, triptofano, sali minerali e cumarine. Alcuni studi scientifici hanno dimostrato che lo zafferano e il fieno greco contribuiscono a ridurre il livello del glucosio ematico.

Questo studio di revisione sistematica della letteratura e metanalisi ha valutato gli effetti dell’uso di preparati a base di zafferano e fieno greco sul controllo della glicemia. Dopo una ricerca sistematica effettuata sulle principali banche date medico-scientifiche (PubMed, Cochrane Library, Scopus e Web of Science), sono stati selezionati in conformità con le linee guida PRISMA gli articoli riguardanti l’uso dello zafferano o del fieno greco nel controllo della glicemia. Diciannove studi sono stati oggetto di un’analisi quantitativa (metanalisi) e sono state effettuate analisi di sottogruppo in base alle condizioni cliniche dei pazienti. Di seguito i risultati dell’analisi quantitativa: complessivamente i preparati a base di fieno greco hanno ridotto la glicemia a digiuno (p < 0,001), la glicemia postprandiale (p < 0,001) e l’emoglobina glicata (p = 0,29). La supplementazione di zafferano ha ridotto i valori della glicemia a digiuno (p = 0,12) e l’emoglobina glicata (p > 0,99). Questi risultati mostrano che l’uso di zafferano e fieno greco può migliorare i parametri metabolici correlati alla glicemia svolgendo un’azione ipoglicemizzante. Ulteriori studi di alta qualità – aggiungono i ricercatori – dovrebbero essere realizzati per confermare questi dati e definire l’efficacia clinica dei preparati vegetali a base di zafferano e fieno greco in questa condizione.

Fonte: Correia AGDS, Alencar MB, Dos Santos AN, da Paixão DCB, Sandes FLF, Andrade B, Castro Y, de Andrade JS. Effect of saffron and fenugreek on lowering blood glucose: A systematic review with meta-analysis. Phytother Res. 2023 Mar 29.

 

Gynostemma: attività sull’affaticamento da sforzo fisico

Gynostemma pentaphyllum (Thunb.Makino  è una pianta erbacea perenne dal portamento rampicante appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee. Conosciuta comunemente con il nome di jiaogulan, che in cinese significa “pianta arricciata”, cresce spontanea nel sud est della Cina, sul monte Fanjing, in un clima fresco-umido ma viene coltivata anche in Europa. Le sue proprietà benefiche per la salute erano conosciute sin dall’antichità e nei testi classici di medicina cinese viene citata come “l’erba dell’immortalità” o della vita eterna. È caratterizzata da un’alta percentuale di gypenosidi, flavonoidi e saponine triterpeniche, presenti nelle foglie. Diversi studi ne hanno evidenziato l’attività antiossidante, adattogena e stimolante il sistema immunitario, oltre che quella di regolarizzazione dei valori del colesterolo e della pressione arteriosa. Un recente studio randomizzato e controllato in doppio cieco condotto in Corea ha analizzato nello specifico l’effetto di un estratto di Gynostemma pentaphyllum contenente il gypenoside L (GPE) sugli aspetti cognitivi correlati all’affaticamento e alle prestazioni del sistema motorio.

La ricerca ha riguardato un gruppo di 100 individui sani di età compresa tra 19 e 60 anni che sono stati suddivisi in un gruppo di trattamento (che ha assunto un estratto di Gynostemma per 12 settimane) e in un gruppo di controllo placebo; i parametri di efficacia e sicurezza di queste somministrazioni sono stati confrontati. Il consumo massimo di ossigeno (VO2 max) e la saturazione dell’ossigeno sono risultati significativamente più elevati nel gruppo di trattamento rispetto al gruppo di controllo (rispettivamente p = 0,007 e p = 0,047). Dopo 12 settimane nel gruppo di trattamento sono stati riscontrati alcuni cambiamenti significativi, tra cui la riduzione del livello degli acidi grassi liberi (p = 0,042). Inoltre, sono state riscontrate differenze significative tra il gruppo di trattamento e quello di controllo sulla scala multidimensionale della fatica (p < 0,05) nella valutazione dello sforzo percepito (p < 0,05) e nel valore dell’affaticamento temporale. Infine, il livello dell’enzima ossido nitrico sintasi endoteliale è risultato significativamente più alto nel gruppo di trattamento rispetto a quello di controllo (p = 0,047).ì In sintesi, concludono i ricercatori, la somministrazione per via orale di un estratto di Gynostemma esercita un effetto positivo sulla resistenza all’affaticamento fisico e mentale indotto dall’esercizio e dall’attività motoria.

Fonte: Ahn Y, Lee HS, Lee SH, Joa KL, Lim CY, Ahn YJ, Suh HJ, Park SS, Hong KB. Effects of gypenoside L-containing Gynostemma pentaphyllum extract on fatigue and physical performance: A double-blind, placebo-controlled, randomized trial. Phytother Res. 2023 Mar 6.

 

 

Molto rumore per nulla

La comunicazione sulle piante officinali richiede competenze specifiche. È un tema complesso in cui la qualità delle informazioni ha diversi nemici: la conoscenza parziale dell’argomento, gravata spesso da pregiudizi e luoghi comuni, la confusione che regna nel web e, da ultimo, ma non meno importante, il conflitto d’interesse.

Non è raro, dunque, incrociare notizie che suscitano perplessità, come un recente articolo pubblicato da Il Salvagente e dedicato, come recita il titolo, ai “15 integratori che fanno più male che bene”. La notizia, subito rilanciata da blog e siti più o meno generalisti, fa da sponda al messaggio, implicito ed esplicito, di messa in discussione dell’efficacia e soprattutto della sicurezza dei preparati a base di erbe. Una questione seria, anzi serissima, quest’ultima, che merita la massima attenzione degli operatori e un’adeguata copertura dell’informazione, poiché è interesse di tutti salvaguardare la salute pubblica.

C’è, però, qualcosa che stona in quell’articolo: riprendendo una notizia di Consumer Reports (l’associazione dei consumatori USA), si riporta una lista dei pericoli associati a varie erbe usate negli integratori alimentari. Piante come l’aconito, il camedrio, il chaparral (Larrea tridentata), la celidonia (Chelidonium majus), Lobelia inflata, la consolida maggiore (Symphytum officinale) di cui non solo è nota la tossicità, ma che in Europa non sono autorizzate nella produzione di integratori, come anche lo yohimbe o il kava kava. La metilsinefrina invece è proibita anche negli Stati Uniti.

L’articolo associa però a queste sostanze anche ingredienti vegetali – il tè verde o Usnea barbata ad esempio – inseriti in Italia nell’Elenco ministeriale delle piante ammesse negli integratori.

Parliamo, in sostanza, di un pezzo che mescola in un unico calderone piante molto diverse tra loro, per lo più bandite o non impiegate in Europa trasferendo in modo acritico e privo delle opportune verifiche, informazioni provenienti dal mercato statunitense, che è notoriamente diverso da quello comunitario.

In fin dei conti, per dirla con il ‘Bardo’: molto rumore per nulla! Bene ha fatto la SISTE (Società Italiana di scienze applicate alle piante officinali e ai prodotti per la salute) a segnalare tali incongruenze.

Questo episodio suggerisce due riflessioni. La sicurezza delle erbe è una questione seria da maneggiare con cura, avendo come riferimento e fonte attendibile di informazioni gli esperti della materia e gli studi scientifici dedicati. In secondo luogo, per il consumatore dei prodotti vegetali a scopo salutistico la strada più sicura è rivolgersi a canali di vendita in cui sia presente personale formato e competente, diffidando dalle facili proposte del web e da improbabili e improvvisati divulgatori.

 

Curcumina ad alto titolo: nota del Ministero della Salute

curcumina

I novel food, cioè i nuovi alimenti o i nuovi ingredienti alimentari, disciplinati dalla legislazione alimentare comunitaria con il Regolamento (CE) 258/97, sono tutti quei prodotti e sostanze alimentari per i quali non è dimostrabile un consumo “significativo” al 15 maggio 1997 all’interno dell’Unione Europea (UE), data di entrata in vigore del regolamento medesimo. Gli estratti di curcuma (Curcuma longa) ad alto titolo di curcumina (definito nelle etichette come curcumina al 95%) dovrebbero essere considerati come ‘novel food’ e quindi non essere impiegati negli alimenti senza ottenere una preventiva autorizzazione, come prevede il citato Regolamento. Lo ha comunicato, sulla base dei dati sui consumi precedenti al 1997, una nota della Direzione generale igiene e sicurezza degli alimenti del Ministero della Salute.

La raccolta dei dati, che puntava a verificare se vi fossero dati di consumo alimentare significativo precedente al 1997 degli estratti di Curcuma longa e spp ad elevato titolo di curcumina, ha coinvolto diverse Associazioni e società scientifiche, e si è conclusa lo scorso 31 dicembre 2022. Come ha scritto il Ministero, “in data 31 dicembre 2022 si è concluso il termine per la raccolta dei dati ai fini di determinare l’uso significativo in campo alimentare degli estratti di Curcuma longa ad alto titolo di curcumina definiti nelle etichette come curcumina al 95% ai sensi del Regolamento 2015/2283 sui novel food. Sulla base dei dati ricevuti non risulta una storia di consumo significativo precedente al 1997 di curcumina al 95%, pertanto tali estratti “sembrerebbero configurarsi come novel food e pertanto non impiegabili negli alimenti senza una preventiva autorizzazione”. Il Ministero della Salute ha attivato una consultazione con gli altri Stati dell’Unione Europea per raccogliere ulteriori informazioni.

Bacopa monnieri allo studio per la malattia di Parkinson

La Bacopa (Bacopa monnieri (L.) Wettst.) è una pianta originaria dell’India, tradizionalmente utilizzata per sviluppare funzioni cerebrali e capacità di apprendimento, migliorare memoria e concentrazione, oltre che per aumentare la resistenza fisica e vari altri scopi. A fini terapeutici si utilizzano tutta la pianta essiccata, le foglie e i gambi. I componenti responsabili delle proprietà di Bacopa m. sono alcaloidi, saponine, steroli; altri costituenti identificati sono l’acido betullico, lo stigmasterolo, il beta-sitosterolo, alcuni bacosidi e bacosaponine. Si ipotizza che gli effetti sulle funzioni cognitive siano riconducibili ai bacosidi A. Dato che l’impiego primario è il miglioramento della funzione cognitiva, la maggior parte delle ricerche sono state focalizzate sul meccanismo alla base di questa proprietà. Tra ai vari filoni della ricerca emerge anche quello di un suo potenziale impiego per il controllo dei sintomi della malattia di Parkinson. Le prove cliniche della sua efficacia sono tuttavia ancora molto limitate.

Questo studio clinico pilota interventistico, controllato, parallelo e in doppio cieco ha valutato gli effetti di un estratto di B. monnieri su alcuni parametri correlati alla malattia di Parkinson. Un piccolo gruppo di volontari (n: 20) con malattia di Parkinson ha ricevuto un estratto di B. monnieri (225 o 450 mg/die) oppure una sostanza placebo. Per valutare l’intervento è stato utilizzato un questionario specifico (Parkinson’s Disease Quality-of-Life(PDQL) monitorando anche l’attività motoria prima del trattamento e 30, 60 e 90 giorni dopo l’assunzione dell’estratto di bacopa o del placebo. I risultati non hanno rilevato differenze significative tra i due gruppi relativamente ai sintomi parkinsoniani e sistemici e la funzione sociale. Sono tuttavia emersi nel gruppo intervento miglioramenti tempo-dipendenti nella funzione emotiva correlati al trattamento con bacopa alla dose giornaliera di 450 mg.

È stata inoltre riscontrata una forte correlazione tra la qualità della vita e i risultati motori al basale e a 30 giorni di trattamento con B. monnieri e una moderata correlazione a 60 e 90 giorni di trattamento con l’estratto di bacopa rispetto alla baseline. Questi risultati suggeriscono che l’estratto di B. monnieri può migliorare la funzione emotiva nei soggetti con malattia di Parkinson, anche se sono necessari ulteriori studi clinici per confermare questa possibilità.

Fonte: Santos AFD, Souza MMQ, Amaral EC, Albuquerque ER, Bortoloti DS, Gasparotto Junior A, Lourenço ELB, Lovato ECW, Lívero FADR. Bacopa monnieri in Patients with Parkinson’s Disease: A Pilot Study. J Med Food. 2023 Feb;26(2):114-119.

Attività dello zenzero sulle dislipidemie 

zenzero

Le dislipidemie costituiscono un gruppo di condizioni patologiche caratterizzate da un’anomala quantità di lipidi nel sangue e consistono essenzialmente nell’aumento dei livelli di colesterolo plasmatico, dei trigliceridi o di entrambi. Le cause possono essere genetiche o acquisite, influenzate quindi da stili di vita e alimentazione errati. Nelle dislipidemie sono spesso presenti fattori predisponenti secondari, in particolare obesità e diabete di tipo 2. Se non trattate queste condizioni costituiscono un fattore di rischio importante per l’insorgenza di aterosclerosi e di conseguenza di malattie vascolari come ictus, infarto ecc. Se tenute sotto controllo hanno tuttavia una buona prognosi e un adeguato stile di vita contribuisce alla loro prevenzione. Lo zenzero (Zingiber officinale Roscoe) è una pianta erbacea delle Zingiberaceae originaria dell’Estremo Oriente, di cui si utilizza il rizoma che contiene importanti principi attivi denominati gingeroli e shogaoli, responsabili anche del suo sapore pungente.

La ricerca e in particolare numerosi studi preclinici indicano che lo zenzero ha effetti antiemetici, antitumorali, antinfiammatori, e ipoglicemizzanti ed esplica anche un’azione protettiva nei confronti della malattia di Alzheimer. L’effetto della sua supplementazione sul profilo lipidico nell’uomo rimane però controverso, in particolare nei soggetti con diabete. Un recente studio, pubblicato su Phytotherapy Research, ha portato interessanti risultati in questo ambito. Questa revisione sistematica della letteratura internazionale, effettuata sulle banche dati medico-scientifiche PubMed, Medline e Scopus, Web of Science (ISI) e Google Scholar ha mostrato infatti che l’assunzione di zenzero ha ridotto in modo statisticamente significativo i livelli di colesterolo totale (p = 0,025) e dei trigliceridi (p = 0,024), riducendo anche i livelli di colesterolo LDL e HDL sebbene non in modo significativo.  Si è osservato inoltre che l’effetto dello zenzero è stato più marcato nella riduzione dei trigliceridi nei soggetti obesi e diabetici. Per quanto riguarda il dosaggio, il risultato della meta-regressione è risultato significativo soltanto per il colesterolo totale, quindi l’aumento della dose giornaliera di zenzero ne riduce i livelli (p = 0,028). La conclusione è che lo zenzero può essere considerato un ipolipemizzante e quindi un efficace complemento nei trattamenti delle dislipidemie.

Fonte: Salih, A. K., Alwan, A. H., Khadim, M., Al-qaim, Z. H., Mardanov, B., El-Sehrwy, A. A., Ahmed, Y. I., & Amerizadeh, A. (2023). Effect of ginger (Zingiber officinale) intake on human serum lipid profile: Systematic review and meta-analysis. Phytotherapy Research, 1- 12.

Infuso di cisto: azione antiossidante e sul profilo lipidico

Il cisto (Cistus incanus) è un arbusto perenne appartenente alla famiglia delle Cistaceae, che cresce spontaneamente nelle zone aride e rocciose dell’area mediterranea, in particolare nelle zone insulari, nell’isola di Creta e nella Grecia del sud. La pianta è stata utilizzata tradizionalmente per alleviare diverse condizioni tra cui diarrea, febbre e disturbi della pelle, mentre la ricerca scientifica ha messo in evidenza i suoi potenziali effetti antispastici, antinfiammatori e antimicrobici. L’infuso, gli estratti e gli integratori di cisto, grazie all’elevato contenuto e al profilo diversificato di alcuni polifenoli, esplicano attribuite proprietà antiossidanti, effetti vasodilatatori e antinfiammatori, di modulazione sul metabolismo lipidico e sui processi di apoptosi. Questo piccolo studio clinico, condotto un team di da ricercatori dell’Università di Medicina di Danzica, in Polonia, ha valutato l’impatto di un infuso di cisto sui marcatori dello stress ossidativo e sul profilo lipidico in una popolazione di adulti sani. Vi potevano partecipare uomini e donne non fumatori e sedentari oppure moderatamente attivi. Esclusi invece gli individui affetti da malattie croniche, in terapia farmacologica, che svolgevano un’attività fisica intensa e con un indice di massa corporea superiore a 25 kg/m2.

Sono stati arruolati 24 partecipanti di età compresa tra i 23 e i 25 anni, 21 dei quali di sesso femminile, con un indice di massa corporea medio di 21,3 ± 0,6 kg/m2. Ciascun partecipante ha assunto tre volte al giorno, per 12 settimane, un infuso preparato con foglie di cisto (1 g) in 100 ml di acqua bollente e deionizzata. Le stesse foglie sono state utilizzate per ogni infusione e scartate dopo la terza a fine giornata. Il contenuto fenolico totale dell’infusione è stato misurato con il reattivo di Folin-Ciocalteu; il contenuto totale di flavonoidi è stato determinato con spettrofotometria. L’acido L-ascorbico è stato rilevato con metodo spettrofotometrico e il potere antiossidante è stato determinato con test appositi. Per la ricerca dei composti fenolici è stata utilizzata la cromatografia liquida ad alta prestazione. Un campione di foglie di cisto (2,5 g) è stato messo in infusione per tre volte in 50 ml di acqua bollente e deionizzata per 15 minuti per produrre tre infusioni. Questo campione è stato analizzato per verificare la concentrazione minima inibitoria e la concentrazione battericida minima.

I valori di colesterolo totale, HDL e LDL, dei trigliceridi (TG), degli enzimi paraossonasi, arilesterasi, malondialdeide e prodotto proteico di ossidazione avanzata (AOPP) sono stati misurati al basale, alla sesta e alla dodicesima settimana. Nei partecipanti alla sperimentazione è stato riscontrato un aumento significativo del valore di colesterolo HDL (P = 0,033) e una diminuzione dei livelli dei trigliceridi (P = 0,013); i livelli di colesterolo totale e colesterolo LDL sono invece rimasti invariati. Inoltre a sei settimane dalla baseline è stata registrata una riduzione della concentrazione di malondialdeide, uno dei marker per lo stress ossidativo, (P < 0,01) e del prodotto proteico di ossidazione avanzata (P < 0,001); questi stessi marcatori non hanno subito alcuna variazione tra la sesta e la dodicesima settimana. Non sono stati rilevati cambiamenti significativi per gli enzimi paraossonasi e arilesterasi.

L’infuso di cisto ha inoltre avuto un effetto significativo sugli acidi fenolici totali, sui flavonoidi e sull’acido L-ascorbico (P < 0,05). Il contenuto di acidi fenolici e di flavonoidi è diminuito con ogni estratto ed è risultato minore per il terzo estratto, a indicare che il terzo estratto ha mostrato l’attività antiossidante minore. Non è stata riscontrata alcuna differenza significativa tra le tre infusioni per quanto riguarda l’attività antimicrobica. Gli autori concludono che l’infuso di cisto, grazie al suo contenuto in polifenoli, esplica un effetto positivo sui marcatori dello stress ossidativo e sui profili lipidici. Si può pertanto ipotizzare che questa tipologia di preparazione esplichi un’ampia gamma di proprietà salutistiche esercitando un effetto benefico sul sistema cardiovascolare. Per verificare questi risultati sono tuttavia necessarie ulteriori ricerche con un disegno sperimentale che preveda una maggiore numerosità campionaria e includa un gruppo di controllo placebo.

 

Kuchta A, Konopacka A, Waleron K, et al. The effect of Cistus incanus herbal tea supplementation on oxidative stress markers and lipid profile in healthy adults. Cardiol J. 2021;28(4):534-542. doi:10.5603/CJ.a2019.0028.

 

Erboristi a Palermo

 

 

 

La Federazione Erboristi Italiani – F.E.I. – Confcommercio è lieta di presentare il nuovo Viaggio Studio FEI che quest’anno si svolgerà in Sicilia, in particolare a Palermo e al Parco Regionale delle Madonie

dal 22 al 26 giugno 2023.

Un’ altra importante iniziativa a scopo culturale e scientifico messa in campo dalla Federazione Erboristi Italiani che prevede condizioni vantaggiose per i soci FEI e per coloro che vorranno diventarlo in occasione del Viaggio Studio 2023.

Vi invitiamo a leggere il Programma pubblicato.

Scarica il Programma del Viaggio Programma Viaggio Studio FEI Palermo 2023

Scarica la Scheda di iscrizione SCHEDA ISCRIZIONE – Viaggio – Studio FEI 2023

Dopo Londra, Stoccolma, Uppsala, Valencia, Alicante, Amsterdam, Utrecht, Leiden, Venezia,  Copenaghen, Aarhus,  una nuova opportunità di crescita culturale e professionale, ma anche di divertimento promossa dalla F.E.I., un momento di confronto, di studio e di condivisione delle proprie esperienze professionali, un momento per stare insieme.