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Caffè verde e perdita di peso

Molte patologie a elevata diffusione come il diabete di tipo 2, l’ipertensione, le malattie cardiovascolari o i disturbi muscoloscheletrici sono state correlate in vario modo all’obesità che attualmente risulta essere un problema di salute globale.

In questo ambito, anche diverse sostanze di origine naturale sono al centro dell’attenzione della ricerca scientifica che ha intrapreso studi volti a valutarne l’attività e la sicurezza nella gestione di sovrappeso e obesità.

Anche il caffè verde è stato proposto come un possibile aiuto nella perdita di peso, ma la sua efficacia è oggetto di dibattito ed è, quindi, importante considerare le evidenze scientifiche disponibili.

La differenza tra caffè verde e caffè nero sta nel metodo di lavorazione: il primo non viene tostato e presenta un elevato contenuto in acido clorogenico e un minore contenuto in caffeina mentre il caffè nero, sottoposto a torrefazione, contiene meno acido clorogenico e più caffeina. Alcuni studi hanno suggerito che l’acido clorogenico potrebbe avere degli effetti positivi sulla perdita di peso. Si ipotizza, inoltre, che contribuisca a regolare il metabolismo del glucosio e dei lipidi inibendo l’assorbimento dei lipidi nell’intestino.

Alcuni studi clinici hanno mostrato che l’estratto di caffè verde è associato alla riduzione del rischio di insulinoresistenza e obesità e a proprietà antinfiammatorie e antiossidanti.

Per comprendere meglio gli effetti dell’estratto di caffè verde e dell’acido clorogenico sul peso corporeo, una recente revisione (Chlorogenic acid in green bean coffee on body weight: a systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials) sistematica con metanalisi di studi controllati randomizzati (RCT) ha valutato se la sua somministrazione – a un dosaggio di almeno 500 mg di acido clorogenico al giorno – abbia effetti sul peso corporeo rispetto a una sostanza placebo in soggetti sani o affetti da malattie metaboliche.

Sono stati considerati tre RCT con un totale di 103 individui (intervento = 51, controllo = 52) di età compresa tra 18 e 70 anni. In tutti gli studi l’estratto è stato somministrato quotidianamente, per un periodo compreso tra 1 e 8 settimane al dosaggio di 800-1000 mg/die.

I dati hanno dimostrato che l’estratto contenente acido clorogenico 500 mg/die riduce il peso corporeo di 1,28 kg. (p=0,001). Dopo l’assunzione dell’estratto, i parametri fisiologici (frequenza cardiaca, apporto energetico o di sodio) sono rimasti invariati.

Non sono stati osservati eventi avversi o eventi avversi gravi dei segni vitali, degli indicatori biochimici sierici della funzione epatica o dei risultati ematologici durante l’assunzione per 12 settimane.

Nonostante la dimensione limitata del campione e la breve durata degli studi, i risultati sono stati positivi. Lo studio ha, inoltre, mostrato una bassa eterogeneità (0%) il che conferma l’affidabilità e la stabilità di questa metanalisi. Tuttavia, per consolidare questi dati promettenti – conclude la ricerca – è necessario effettuare più studi clinici a lungo termine.

Fonte: Kanchanasurakit S, Saokaew S, Phisalprapa P, Duangjai A. Chlorogenic acid in green bean coffee on body weight: a systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. 2023 Sep 14;12(1):163.

Zafferano nei disturbi neurologici e della sfera mentale

Lo zafferano (Crocus sativus, Iridaceae) è stato utilizzato tradizionalmente per i suoi effetti sedativi e anche anticonvulsivanti, che si ritiene siano associati ai metaboliti secondari crocina, crocetina, picrocrocina e safranale.

Negli ultimi decenni sono stati condotti numerosi studi in vitro, su animali e clinici su questa pianta che ne hanno indicato l’efficacia nel trattamento dei disturbi neurologici e della sfera psichiatrica.

Questa recente revisione sistematica (The neuropsychotropic effects of Crocus sativus L. (saffron): an overview of systematic reviews and meta-analyses investigating its clinical efficacy in psychiatric and neurological disorders) ha fatto il punto sulla ricerca scientifica, indagando gli effetti neuropsicotropi dello zafferano, la sua efficacia sui disturbi neurologici e della sfera psichiatrica. A tal fine sono state selezionate nelle principali banche dati medico-scientifiche internazionali le revisioni sistematiche e le metanalisi che hanno valutato lo zafferano in quest’ambito. La qualità degli studi è stata valutata con il metodo ASTAR (A MeaSurement Tool to Assess Systematic Reviews). Sono stati inclusi nella revisione (di fatto una umbrella review) 23 studi, per lo più con una buona qualità metodologica.

Lo zafferano ha avuto un effetto positivo sulla depressione in tutte le revisioni sistematiche rispetto al placebo e rispetto alle prescrizioni di antidepressivi. Tre revisioni sistematiche hanno mostrato che lo zafferano potrebbe ridurre i sintomi ansiosi da lievi a moderati.

Cinque revisioni sistematiche hanno mostrato gli effetti positivi dello zafferano sulla disfunzione sessuale, con il miglioramento in particolare dell’indice della funzione sessuale femminile.

Il trattamento con zafferano ha avuto un effetto positivo anche nella malattia di Alzheimer e nel deterioramento cognitivo lieve rispetto al placebo.

Altre revisioni sistematiche hanno indicato, tra gli effetti positivi dello zafferano, la riduzione dei punteggi di depressione e ansia nelle donne con sindrome premestruale, un effetto positivo sulle donne che soffrivano di depressione post-parto, un aumento della qualità del sonno e un potenziale miglioramento del comportamento alimentare.

Tra altri effetti positivi sono stati indicati una riduzione dell’affaticamento, della tensione, dei disturbi dell’umore, della confusione, dello stress, della fobia sociale, dell’ansia da separazione e dei sintomi di interiorizzazione.

Secondo questa umbrella review lo zafferano può essere una risorsa efficace, sicura e tollerata nel trattamento dei disturbi neurologici e della sfera psichiatrica. Sono necessarie ulteriori ricerche per consolidare questi promettenti risultati.

Fonte: Shamabadi A, Hasanzadeh A, Akhondzadeh S. The neuropsychotropic effects of Crocus sativus L. (saffron): an overview of systematic reviews and meta-analyses investigating its clinical efficacy in psychiatric and neurological disorders. Avicenna J Phytomed. 2022;12(5):475-488.

Cranberry, non solo infezioni urinarie

Il mirtillo rosso o americano (Vaccinium macrocarpon), noto anche come cranberry, è un arbusto sempreverde coltivato in Nord America e in Europa. Il suo succo, ricco di vitamina C, è ampiamente consumato come alimento mentre l’estratto viene commercializzato come integratore alimentare e utilizzato in particolare per sostenere la fisiologia dell’apparato urinario e prevenire le infezioni a suo carico.

Il cranberry è stato utilizzato anche per contrastare infezioni orali e gastrointestinali, per le malattie cardiovascolari e come chemiopreventivo. In alcuni studi preclinici gli estratti e i costituenti del succo di mirtillo rosso hanno mostrato proprietà antibatteriche, antimicrobiche, antimicotiche, antinfiammatorie, antiossidanti e antiadesive.

Usi storici e attuali

Le tribù dei nativi americani, tra cui gli Irochesi, gli Ojibwe e gli Algonchini, utilizzavano i frutti del mirtillo rosso principalmente come alimento e ne conservavano le bacche essiccate per le provviste invernali e per il commercio.

I frutti venivano utilizzati anche come rimedio per la guarigione delle ferite, la febbre e i gonfiori; le popolazioni Innu della Prima Nazione del Canada occidentale consumavano un infuso dei rami per contrastare infezioni respiratorie e pleurite.

I coloni europei iniziarono a coltivare la pianta all’inizio del XIX secolo e, nel 1885, quasi 4.000 acri erano coltivati nell’area di Cape Cod, nel Massachusetts. Attualmente, sono circa 40.000 gli acri coltivati in Nord America, che riforniscono il 90% del mercato globale di cranberry. Piccole quantità sono prodotte anche in Cile, seguito da Cina ed Europa.

Potenziali benefici per la salute

Per gli effetti antinfiammatori dei suoi componenti, il mirtillo rosso è stato oggetto di numerosi studi riguardanti le condizioni infiammatorie croniche, anche se il suo uso più comune per la salute umana è la prevenzione delle infezioni delle vie urinarie (IVU).

Le attività antibatteriche della pianta sono state esplorate anche in caso di ulcera gastrica, dove è stato osservato che i prodotti a base di mirtillo rosso hanno la capacità di prevenire l’adesione batterica, il che può aiutare a prevenire le ulcere indotte da H. pylori. Inoltre, è stato dimostrato che il succo di mirtillo rosso riduce i batteri nocivi nello stomaco e modifica la flora intestinale in modo benefico.

Una revisione sistematica dei prodotti a base di mirtillo rosso per le infezioni delle vie urinarie in popolazioni vulnerabili ha rilevato che la sua supplementazione è associata a una riduzione del 30% del rischio di suddetti infezioni ricorrenti rispetto al placebo. Come nel caso dell’ulcera peptica, si ritiene che questo effetto sia dovuto alla capacità delle proantocianidine (PAC) di inibire l’adesione batterica.

Nei bambini, i prodotti a base di mirtillo rosso sono risultati superiori al placebo e paragonabili all’intervento con antibiotici nella prevenzione delle infezioni urinarie ricorrenti.

Nei soggetti adulti portatori di catetere, l’integrazione con un estratto standardizzato di mirtillo rosso (con 36 mg di PAC) è stata associata a una riduzione dei sintomi delle infezioni urinarie rispetto al placebo e a un controllo attivo (nitrofurantoina).

Nei soggetti che hanno assunto l’integratore di mirtilli rossi si sono registrati meno casi di ematuria e livelli più bassi di batteri nelle urine rispetto a quelli che hanno ricevuto un placebo. Inoltre, tra i partecipanti al gruppo attivo non sono state riportate infezioni delle vie urinarie nei tre mesi successivi allo studio.

Portulaca e indici glicemici

La portulaca (Portulaca oleracea L.), detta anche porcellana o porcacchia, è una pianta erbacea della famiglia delle Portulacaceae. Originaria dell’India, oggi è diffusa in quasi tutte le zone a clima temperato del mondo, compresa l’Italia.

La portulaca è ampiamente usata soprattutto in cucina ma, in particolare negli ultimi anni, sono state individuate anche alcune proprietà nutrizionali e salutistiche: la pianta, infatti, è una fonte vegetale di acidi grassi polinsaturi del tipo omega-3 e di acido α-linolenico, possiede un elevato contenuto di proteine e di polisaccaridi idrosolubili, una buona tolleranza alla salinità e una discreta capacità di accumulo dei metalli pesanti.

Diversi studi hanno, inoltre, evidenziato i benefici della portulaca sugli indici glicemici, ma non tutte le ricerche ad oggi pubblicate hanno dati degli esiti omogenei.

Questa recente revisione sistematica con metanalisi (The effects of purslane (Portulaca oleracea) on glycemic indices: A GRADE-assessed systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials) effettuata su studi clinici randomizzati e controllati (RCT) ha voluto, quindi, valutare gli effetti dell’assunzione/supplementazione di preparati a base di portulaca sugli indici glicemici.

Sono state effettuate ricerche nei principali database scientifici internazionali (Scopus, Web of Sciences, PubMed, Embase e Cochrane Library) fino a dicembre 2022 e la metanalisi ha prodotto i seguenti risultati. L’integrazione di portulaca ha determinato una riduzione statisticamente significativa della glicemia a digiuno (p < 0,001) ma non ha avuto effetti significativi su altri parametri presi in esame, come ad esempio i livelli sierici di insulina rispetto al gruppo di controllo.

I risultati della metanalisi hanno rivelato un effetto benefico dell’integrazione di portulaca come strumento per ridurre i livelli della glicemia a digiuno. Per confermare questi risultati è opportuno realizzare in futuro ulteriori studi clinici di alta qualità e a lungo termine.

Fonte: Abbasi S, Mashatan N, Farmani E, Khodashenas M, Musazadeh V, Ahrabi SS, Moridpour AH, Faghfouri AH. The effects of purslane (Portulaca oleracea) on glycemic indices: A GRADE-assessed systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. Phytother Res. 2023 Sep 4.

Verbena e gengivite da placca

La verbena odorosa (Aloysia Citriodora, famiglia Verbenaceae), detta anche erba Luigia o cedrina, è una pianta originaria del sud America (Argentina, Cile e Uruguay), dove cresce spontanea. A questa pianta sono state attribuite proprietà stomachiche e antispasmodiche. Risulta attiva anche negli stati neurodistonici degli adulti e nei disturbi minori del sonno.

La gengivite è la forma più diffusa di malattia paradontale, colpisce il 90% della popolazione ma è reversibile con una migliore igiene orale (Gasner e Schure, 2022).

Il tipo più comune di gengivite, la gengivite da accumulo di placca, è caratterizzata da sintomi quali gengive gonfie e sanguinanti. Tanerella forsythia, Porphyromonas gingivalis e Actinobacillus actinomycetemcomitans sono le tre specie batteriche più importanti legate a questa malattia paradontale e la riduzione di questi microrganismi può essere essenziale per l’efficacia terapeutica (Malinowski et al., 2019, Sedghi et al., 2021).

Questo recente studio clinico randomizzato (Clinical effect of lemon verbena mouthwash on plaque-induced gingivitis compared with chlorhexidine: A randomized clinical trial) ha valutato un collutorio a base di erbe contenente verbena rispetto alla clorexidina come gold standard per il trattamento della gengivite da accumulo di placca batterica.

Vi hanno partecipato 60 individui con diagnosi di gengivite generalizzata: al basale (T0) sono stati misurati l’indice di placca (PI), l’indice gengivale (GI) e il sanguinamento al sondaggio (BOP), uno dei fattori più importanti per la valutazione clinica della presenza di infiammazione localizzata al fondo del solco o all’interno delle tasche parodontali.

I partecipanti sono stati suddivisi casualmente in tre gruppi di 20 e hanno ricevuto rispettivamente: un collutorio contenente verbena 1%, 2) clorexidina 0,2% o 3) un placebo dopo l’ablazione del tartaro e l’educazione sanitaria. Sono stati istruiti, inoltre, a usare il collutorio due volte al giorno per trenta secondi per due settimane. Le misure degli indici sono state valutati al basale, a 2 settimane e dopo un mese e i cambiamenti tra i gruppi nel corso del tempo sono stati analizzati utilizzando i test ANOVA a una via e Kruskal-Wallis.

I risultati

Al T1 e T2, l’indice gengivale e il sanguinamento al sondaggio erano significativamente più bassi nei gruppi sperimentali rispetto al gruppo placebo (P0,001). A T1, l’indice gengivale nel gruppo verbena non era significativamente diverso da quello del gruppo clorexidina; questa correlazione è risultata significativa al T2 ed è stata ulteriormente ridotta nel gruppo della clorexidina.

Al T1 e T2, il sanguinamento al sondaggio del gruppo verbena non differiva significativamente da quello del gruppo clorexidina.

In conclusione, il collutorio a base di verbena è paragonabile nell’effetto alla clorexidina e sembra pertanto efficace nel trattamento della gengivite senza effetti collaterali negativi, evidenziandosi come una valida alternativa al collutorio a base di clorexidina.

Fonte: Amir Moeintaghavi, Hossein Hosseinzadeh, Nahid Nasrabadi, et al. Clinical effect of lemon verbena mouthwash on plaque-induced gingivitis compared with chlorhexidine: A randomized clinical trial, Journal of Herbal Medicine, 2023, 100774, ISSN 2210-8033.

Le piante medicinali nelle strategie dell’OMS

 

Il 60% della popolazione mondiale si affida alle piante medicinali per la propria salute – utilizzando risorse e metodi autoctoni e tradizionali – e circa l’80% ne dipende quasi totalmente.

La fitoterapia tradizionale – un sapere antico quanto l’umanità stessa – incorpora conoscenze, abilità e pratiche terapeutiche che formano un patrimonio sedimentato da un’ampia varietà di culture nel corso dei secoli.

Molti dei farmaci attuali, circa il 50%, derivano da antiche pratiche e provengono dalla stessa fonte dei composti tradizionali: basti pensare all’Aspirina® o all’artemisinina, “spina dorsale” del trattamento anti-malaria, isolata dalla ricercatrice cinese e Premio Nobel Tu Youyou partendo da testi della fitoterapia cinese classica.

Lo ha ricordato Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’OMS, la principale agenzia sanitaria mondiale, in occasione del Primo Summit Globale sulle medicine tradizionali, complementari e integrate, svoltosi ad agosto scorso in India e finalizzato a tracciare la strategia per questo settore nel prossimo decennio.

L’industria di settore, con un volume d’affari di circa 100 miliardi di dollari, si sviluppa con un tasso di crescita annuo del 15%, mentre continua la ricerca volta a individuare nuovi agenti terapeutici dalle piante, utilizzando anche metodologie d’avanguardia come la genomica o l’intelligenza artificiale.

I sistemi tradizionali di cura – nutriti da una dimensione olistica della salute, delle persone e del pianeta – sono stati riconfermati come una risorsa preziosa per l’umanità. Una risorsa da prendere in considerazione, “insieme ad altri approcci e alle forme di conoscenza scientifica”, per migliorare la salute e il benessere delle persone.

La strategia dell’OMS punta anche a rafforzare le convalide scientifiche su risorse e sistemi tradizionali, in modo che i milioni di persone che le utilizzano nel mondo “siano protette al meglio”, si legge nella dichiarazione finale del Global Summit.

Poiché questi sistemi tradizionali sono stati spesso sviluppati con risorse umane dotate di conoscenze, competenze e pratiche basate su valori, teorie ed esperienze di comunità e di culture differenti, l’obiettivo è sviluppare anche metodi di ricerca peculiari, dunque più inclusivi e multidisciplinari.

Implementare, ad esempio, non solo studi su specifici princìpi attivi per le applicazioni farmaceutiche, ma anche su interventi complessi, olistici e personalizzati, creando così una base di ricerca multidimensionale e aperta, rispettosa insieme del rigore scientifico e dei valori etici e delle comunità locali.

Significa anche promuovere e intraprendere azioni per salvaguardare e gestire in modo sostenibile la biodiversità del pianeta e garantire una condivisione giusta ed equa dei benefici che derivano dal suo uso e dalle conoscenze tradizionali in un percorso virtuoso, complesso sì da attuare, ma al quale guardare in futuro con grande attenzione.

 

 

Quercetina e salute cardiometabolica

La quercetina è un composto organico naturale appartenente alla classe dei flavonoidi (famiglia dei polifenoli) ampiamente diffuso nel mondo vegetale.

Una sua caratteristica è la presenza nella struttura chimica di diversi gruppi fenolici che conferiscono al composto una attività antiossidante.

Diversi studi in vivo e in vitro hanno mostrato che la quercetina, avendo come target molte chinasi di segnalazione intracellulare, fosfatasi, enzimi e proteine di membrana, possiede anche importanti capacità antinfiammatorie e immunostimolanti.

Il suo effetto sui fattori cardiometabolici, tuttavia, è ancora dibattuto ed è stato l’obiettivo di questa recente metanalisi (The effects of Quercetin supplementation on cardiometabolic outcomes: An umbrella review of meta-analyses of randomized controlled trials) di studi randomizzati e controllati (RCT) che fornisce una panoramica degli effetti della quercetina sui fattori cardiometabolici.

Dopo avere effettuato ricerche nei database MEDLINE, SciVerse Scopus e Clarivate Analytics Web of Science sono state individuate cinque metanalisi (18 RCT).

I risultati hanno indicato, sulla base di prove di qualità moderata, che l’integrazione di quercetina potrebbe ridurre in modo statisticamente significativo la pressione arteriosa sistolica e il livello di insulina.

In conclusione, scrivono i ricercatori, la quercetina contribuisce ad abbassare i valori della pressione sistolica e i livelli di insulina, ma non influisce su altri parametri cardiometabolici.

Sono necessari studi di qualità più elevata con follow-up più lunghi per ottenere risultati più solidi.

Fonte: Arabi SM, Shahraki-Jazini M, Chambari M, et al. The effects of Quercetin supplementation on cardiometabolic outcomes: An umbrella review of meta-analyses of randomized controlled trials. Phytother Res. 2023 Sep 1.

Lignani: attività in malattie degenerative e depressione

Con l’invecchiamento della popolazione mondiale il trattamento delle malattie neurodegenerative sta assumendo una rilevanza sempre maggiore.

Negli ultimi anni i prodotti con componenti naturali e le loro attività biologiche hanno ottenuto un’ampia attenzione e tra questi anche componenti specifici come i lignani. Si tratta di una classe di metaboliti ampiamente utilizzati nella fitoterapia tradizionale cinese e che possiedono buoni effetti farmacologici.

Alcuni studi recenti ne hanno dimostrato l’attività farmacologica neuroprotettiva nella prevenzione di malattie neurodegenerative acute/croniche e della depressione.

Questo recente articolo Lignans as multi-targeted natural products in neurodegenerative diseases and depression: Recent perspectives, pubblicato su Phytotherapy Research, presenta una revisione critica e aggiornata della letteratura scientifica circa gli effetti farmacologici, la farmacocinetica, la sicurezza e gli studi clinici sui lignani.

La ricerca scientifica ha dimostrato, ad esempio, che i lignani esercitano principalmente attività antiossidanti e antinfiammatorie. Altri effetti potenziali di queste sostanze sono l’anti-apoptosi, la regolazione delle funzioni del sistema nervoso e la modulazione dei segnali sinaptici.

Le sostanziali evidenze del potenziale neuroprotettivo dei lignani costituiscono una solida base – concludono gli autori della review –  per un loto utilizzo nel trattamento delle malattie neurodegenerative e della depressione, che deve essere, tuttavia, sostenuto da nuovi e ulteriori studi clinici di qualità.

Fonte: Li Z, Zheng Y, Liu K, Liang Y, Lu J, Li Q, Zhao B, Liu X, Li X. Lignans as multi-targeted natural products in neurodegenerative diseases and depression: Recent perspectives. Phytother Res. 2023 Sep 5.

Infertilità femminile e piante medicinali

L’infertilità è un problema di salute pubblica globale che può avere cause diverse, tra cui problemi ginecologici ma anche disturbi della sfera psicologica come stress e depressione.

In alcune culture tradizionali dell’Asia orientale per contrastare questa condizione, e in particolare l’infertilità femminile, vengono impiegate anche le piante medicinali. Tuttavia, gli studi che hanno approfondito in maniera sistematica questa applicazione e gli effetti ascrivibili alle erbe medicinali sono ancora limitati.

Un team di ricercatori sud coreani, quindi, ha effettuato una revisione sistematica (Herbal therapeutics for female infertility: A systematic review and meta-analysis: Herbal medicine for female infertility) degli studi che hanno valutato il ruolo delle singole erbe e i modelli di trattamento dell’infertilità femminile più spesso utilizzati. Una metanalisi ha, inoltre, valutato l’effetto delle piante medicinali sul tasso di gravidanza in una popolazione di donne con diagnosi di infertilità.

Dopo una ricerca sistematica sulle banche dati PubMed, EMBASE, Korean Studies Information Service System, Science ON, Research Information Sharing Service e Oriental Medicine Advanced Searching Integrated System, sono stati selezionati e inclusi nella metanalisi 18 studi clinici randomizzati e controllati, per un totale di 2.697 partecipanti.

Sono state individuate le tre principali erbe utilizzate nel trattamento dell’infertilità femminile in quell’area del pianeta: Cuscuta chinensis Lam. (Tusizi) è risultata l’erba più spesso usata per il trattamento dell’infertilità femminile, seguita da Angelica gigas Nakai (Danggui) e Cyperus rotundus L. (Xiangfuzi).  Queste piante sono state utilizzate principalmente per trattare donne con deficit di rene o deficit di rene associato a stasi di sangue o flemma-umidità secondo la diagnosi orientale.

La metanalisi ha mostrato che le piante tradizionali hanno determinato un aumento significativo del tasso di gravidanza rispetto al trattamento con placebo, con eventi avversi generalmente lievi e poco frequenti.

I risultati di questa revisione sistematica con metanalisi suggeriscono, dunque, che le piante medicinali possono essere una risorsa per il trattamento dell’infertilità femminile, essendo in grado di migliorare il tasso di gravidanza con scarsi effetti avversi.

Fonte: Hyun JY, Jung HS, Park JY. Herbal therapeutics for female infertility: A systematic review and meta-analysis: Herbal medicine for female infertility. J Ethnopharmacol. 2023 Sep 29:117258.

Ginseng rosso e sintomi urinari

Questo studio (Safety and Efficacy Assessment of Red Ginseng Oil (RXGIN) in Men with Lower Urinary Tract Symptoms in a Randomized, Double-Blind, Placebo-Controlled Trial) randomizzato in doppio cieco con controllo placebo ha valutato l’efficacia e la sicurezza dell’olio di ginseng rosso (Panax ginseng) in un campione di uomini che presentavano sintomi a carico del tratto urinario inferiore.

Hanno completato lo studio 88 uomini di età compresa tra 40 e 75 anni che avevano un punteggio totale sull’International Prostate Symptom Score (IPSS) compreso tra 8 e 19 punti.

I partecipanti allo studio sono stati assegnati in modo casuale al gruppo sperimentale (ginseng rosso) oppure al gruppo di controllo (placebo) in un rapporto 1:1. La sperimentazione è durata 12 settimane.

Per l’outcome primario sono state analizzate le variazioni dei punteggi IPSS a 6 e 12 settimane dall’inizio dello studio (baseline).

Gli outcome secondari erano le variazioni dell’Indice Internazionale di Funzione Erettile (IIEF), della portata urinaria massima e del volume residuo post-minzionale alle settimane 6 e 12 rispetto alla baseline. Per la valutazione di sicurezza del preparato sono state eseguite, inoltre, analisi delle urine ed esami del sangue.

Il totale IPSS e i sotto-punteggi IPSS (sensazione di urina residua, frequenza, intermittenza, urgenza, flusso debole, sforzo, nicturia e qualità della vita) sono migliorati in maniera statisticamente significativa nel gruppo sperimentale rispetto al gruppo di controllo alle settimane 6 e 12. Il totale IIEF e il desiderio sessuale sono risultati significativamente migliori rispetto al basale. Non ci sono stati cambiamenti significativi nel livello di testosterone o diidrotestosterone sierico. Le concentrazioni sieriche dell’antigene prostatico specifico (PSA) hanno mostrato una diminuzione significativa alla settimana 12.

Nel gruppo sperimentale, che ha assunto il preparato a base di ginseng rosso, non sono stati osservati eventi avversi importanti che abbiano portato alla sospensione del prodotto allo studio.

Il preparato a base di ginseng rosso si è dimostrato sicuro ed efficace nel migliorare i sintomi del tratto urinario inferiore negli uomini contribuendo anche migliorare alcuni parametri della funzione sessuale.

Fonte: Shin D, Yoon BI, Bang S, et al. Safety and Efficacy Assessment of Red Ginseng Oil (RXGIN) in Men with Lower Urinary Tract Symptoms in a Randomized, Double-Blind, Placebo-Controlled Trial. World J Mens Health. 2023 Aug 29.