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“Botanicals” presente a Orticola

Il termine Botanicals comprende le piante possiamo ritrovare nella composizione di medicinali, di integratori alimentari e dei prodotti salutistici, che da sempre sono conosciuti e utilizzati secondo gli usi della tradizione popolare.

L’obiettivo di questo manuale di Elisa Giubileo ed edito da Tecniche Nuove – che sarà presentato il prossimo 11 maggio a Milano nell’ambito della manifestazione Orticola – è quello di diffondere un’informazione aggiornata e trasparente sul loro utilizzo per la salute, mettendo a disposizione le informazioni approvate dal Ministero della Salute sull’attività funzionale di quelle immesse per l’uso negli integratori alimentari.

Due sono le parti fondamentali e distinte che guidano la lettura.

Ricerca la pianta: tratta in ordine alfabetico molte delle piante elencate nel Decreto Ministeriale; per ognuna viene riportato quanto definito nelle Linee Guida circa la parte utilizzabile e le funzioni sulla salute correlate.

Per le più utilizzate sono presenti anche schede descrittive contenenti informazioni botaniche, quali nomenclatura, habitat, contenuto in princìpi attivi e la spiegazione dei più comuni impieghi salutistici nei diversi integratori alimentari.

Ricerca il CLAIM: qui è possibile trovare quali siano le piante utilizzabili per una specifica “esigenza di salute” (sono riportati tutti i CLAIM ministeriali). Le piante sono quindi raggruppate in macroaree funzionali dove sono elencate tutte quelle che possiedono la stessa azione sulla salute.

L’autrice

Elisa Giubileo si è laureata in Farmacia a Milano nel 1986; si è poi specializzata in Farmacia Ospedaliera e in Scienza dell’Alimentazione. Ha collaborato con le Università di Farmacia di Milano e Pavia. Ha lavorato in ambito ospedaliero fino al 2008 e poi come titolare di farmacia.  Ha sviluppato con passione il laboratorio di galenica con particolare attenzione ai preparati salutistici a base di piante medicinali. Delegato SIFAP per la Regione Lombardia e autrice di numerose pubblicazioni su riviste di settore, nel 2018 ha fondato l’azienda di integratori alimentari Giubileo Botanicals.

Bergamotto e dislipedimie

Il termine dislipidemie definisce una serie di alterazioni della quantità di lipidi (grassi) nel sangue, in particolare trigliceridi e colesterolo LDL. Le dislipidemie sono uno dei principali fattori di rischio per le malattie cardiovascolari.

Vari agenti ipolipemizzanti, in particolare le statine, vengono utilizzati per trattare questa alterazione del metabolismo, anche se con questi farmaci molti soggetti, soprattutto quelli con diabete mellito di tipo 2 e sindrome metabolica, non sempre riescono a raggiungere i valori di lipidi raccomandati; inoltre, alle statine sono attribuiti vari effetti collaterali, tra cui intolleranza alle statine, tossicità epatica e rabdomiolisi.

Il frutto del bergamotto (Citrus bergamia, famiglia delle Rutaceae) è ricco di flavonoidi e glicosidi e ha dimostrato con studi pubblicati in letteratura internazionale di migliorare i profili lipidici e l’aterosclerosi.

Una recente revisione sistematica con metanalisi – effettuata su studi clinici randomizzati e controllati (RCT) – ha valutato in maniera specifica gli effetti del consumo di preparati a base di bergamotto sul profilo lipidico di soggetti che presentavano varie condizioni legate al metabolismo.

Dopo una ricerca nei database medico-scientifici PubMed, Web of Knowledge, Scopus e Google Scholar, sono stati selezionati, su un totale di oltre 4.000 articoli, cinque studi per la metanalisi e nove per la revisione sistematica. Gli studi clinici randomizzati e controllati erano stati condotti su individui adulti (età≥ 18 anni), che avevano assunto per via orale prodotti a base di bergamotto o di suoi composti. Gli esiti primari e secondari consistevano nei livelli sierici di trigliceridi, colesterolo HDL e LDL.

I cinque studi della metanalisi – condotti su popolazioni con ipercolesterolemia mista (tre studi), ipercolesterolemia lieve (uno studio) e sindrome metabolica (uno studio) – includevano 258 partecipanti e avevano una durata variabile da 4 a 12 settimane; variabili erano anche le dosi di bergamotto assunte quotidianamente (500 mg -1.300 mg).

In questi studi, abbastanza eterogeni tra loro, sono state osservate diminuzioni significative dei livelli di trigliceridi, colesterolo totale e LDL e aumenti significativi dei livelli di colesterolo HDL dopo la supplementazione di bergamotto (P < 0,001 per tutti); è stata rilevata anche un’associazione non lineare significativa tra il dosaggio di bergamotto e i livelli di colesterolo totale (P = 0,003), trigliceridi (P = 0,013), colesterolo LDL (P = 0,006) e colesterolo HDL (P = 0,033).

La revisione sistematica ha riguardato invece nove studi, condotti in Italia, India, Grecia, Cina e Stati Uniti su soggetti con sindrome metabolica, steatosi epatica non alcolica, prediabete, cardiopatia ischemica e dislipidemia e sovrappeso, con durata da 6 a 24 settimane ed età media dei 576 partecipanti di 36,69 – 65,2 anni con l’IMC medio di 25,95-35,5 kg/m2.

L’analisi qualitativa ha mostrato risultati contraddittori che, secondo gli autori, possono essere correlati anche ai diversi dosaggi di bergamotto utilizzati nei vari studi presi in esame.

Questa ricerca di revisione con metanalisi, pur presentando diverse limitazioni metodologiche quali l’elevata eterogeneità e la bassa qualità degli studi inclusi nella metanalisi, ha mostrato i possibili effetti ipolipemizzanti del bergamotto. Questo dato deve essere ulteriormente approfondito con successive ricerche, come scrivono gli stessi autori.

Fonte: Sadeghi-dehsahreai H, Esmaeili Gouvarchin Ghaleh H, Mirnejad R, Parastouei K. The effect of bergamot (KoksalGarry) supplementation on lipid profiles: A systematic review and meta-analysis of randomized controlled trialsPhytother Res. December 2022;36(12):4409-4424.

La FEI a Budapest alla ricerca di tradizioni antiche

La Federazione Erboristi Italiani – F.E.I. – Confcommercio presenta il nuovo Viaggio – Studio che propone agli erboristi e agli studenti e laureati in Scienze e Tecniche Erboristiche e che quest’anno si svolgerà in Ungheria, in particolare a Budapest, Pécs e altre importanti località indicate nel Programma, in collaborazione con le Istituzioni universitarie locali, Orti Botanici, aziende di produzione e distillazione di piante officinali.

Anche in questo viaggio-studio, che si svolgerà dal 20 al 24 giugno 2024, accompagnerà il gruppo il prof. Andrea Fabbri, già professore ordinario di Arboricoltura generale e Coltivazioni Arboree e direttore dell’Orto Botanico presso l’Università di Parma nonché Presidente Onorario del Premio di Laurea in Scienze e Tecnologie Erboristiche di FEI.

Il viaggio-studio sarà particolarmente incentrato sulla parte botanica ed erboristico-officinale. I partecipanti avranno modo di visitare orti e giardini botanici presso dipartimento universitari e centri di ricerca oltre a interessanti siti di produzione e ricerca sulle piante officinali.

Per la registrazione al viaggio clicca qui.

 

 

 

Botanicals, Europa e indicazioni salutistiche

Attualmente non esiste in Europa un sistema di autorizzazione centralizzato per i preparati a base di erbe classificati come integratori alimentari (botanicals), anche se il loro impiego deve rispettare i princìpi generali e i requisiti della legislazione alimentare di ogni Stato membro dell’Unione Europea (UE), attribuendo così la responsabilità legale della sicurezza del prodotto agli operatori del settore.

Il percorso di approvazione delle indicazioni salutistiche (claims) degli integratori “verdi” versa da anni in una fase di stallo e sono circa 2.000 le richieste sospese dal 2012, in un quadro che fa emergere anche una chiara disparità tra botanicals e medicinali tradizionali a base di erbe, regolati questi dalla Direttiva 2004/24 CE.

L’obiettivo del Regolamento europeo sui claims salutistici varato nel 2006 era quello di garantire un elevato livello di protezione dei consumatori e il buon funzionamento del mercato interno. Ma qualcosa è andato storto se dopo tanti anni non è stato registrato alcun progresso, nonostante l’invito della precedente Commissione ad agire in modo equilibrato e condiviso su questa materia, superando la frammentazione che si è creata in Europa.

L’anomalia di questa situazione è ancora più evidente a fronte della progressiva espansione delle vendite online di preparati con indicazioni non autorizzate, effettuate in assenza di figure professionali di riferimento. Ad aumentare la frammentazione del mercato interno dell’UE si aggiunge il fatto che alcuni Stati europei hanno introdotto i propri elenchi positivi o negativi per gli ingredienti vegetali, come evidenzia una recente ricerca commissionata dal Parlamento Europeo.

Qualcosa sembra, però, smuovere queste acque stagnanti, benché non sia ancora chiaro se produrrà risultati concreti. A fine gennaio, infatti, il Parlamento europeo ha votato una risoluzione volta a stimolare il Consiglio europeo e la Commissione a intervenire sui claims salutistici dei botanicals ancora “in sospeso”, sollecitando gli Stati membri a stabilire un approccio coordinato e invitandoli a definire al più presto un elenco comunitario negativo dei botanicals utilizzati negli alimenti, sulla base degli effetti avversi sulla salute già segnalati nelle singole realtà nazionali.

Sempre in gennaio, il report di attuazione del citato Regolamento sulle indicazioni nutrizionali e sulla salute dei botanicals evidenziava “le preoccupazioni sull’uso continuato delle indicazioni ‘hold-on’ nell’ambito delle misure transitorie del Regolamento stesso”, riprendendo una relazione di valutazione della Commissione del 2020.

Con le elezioni europee alle porte, l’auspicio è che si possa uscire da questo stallo e che i nuovi decisori affrontino il tema con maggiore concretezza, rimuovendo ciò che rischia di trasformarsi in un ostacolo allo sviluppo del mercato.

Staremo, dunque, a vedere se i botanicals riceveranno maggiore attenzione da parte della nuova Commissione o se questi finiranno di nuovo nel dimenticatoio, surclassati da altre e più urgenti questioni di interesse prioritario per Bruxelles.

Aromaterapia e sintomi depressivi

La depressione è un disturbo dell’umore che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) riguarda circa il 3,8% della popolazione mondiale, di cui il 5% degli adulti e il 5,7% degli adulti di età pari o superiore a 60 anni. In particolare, il tasso di prevalenza tra le donne durante il periodo perinatale è dell’11,9%, mentre è risultato pari al 27% nei soggetti affetti da patologie oncologiche e del 31,3% in quelle con malattie cardiovascolari.

Il disturbo depressivo ha un notevole impatto sulla salute fisica in particolare tra gli individui con condizioni croniche e, se non viene trattata può determinare, tra l’altro, disturbi del sonno, cambiamenti nell’appetito e nel peso, affaticamento, mancanza di energia, sentimenti di disperazione per il futuro e bassa autostima.

Un trattamento attivo è, dunque, fondamentale per ridurre il suo impatto e migliorare la qualità della vita delle persone che ne sono colpite.

Il trattamento convenzionale della depressione si attua attraverso la prescrizione di varie categorie di farmaci che, però, in più casi determinano effetti collaterali. Oltre al trattamento farmacologico, vengono quindi utilizzati anche interventi non farmacologici, come ad esempio la terapia cognitivo-comportamentale, l’attività fisica, naturopatia e anche l’aromaterapia, talvolta in associazione alle terapie farmacologiche correnti.

Una recente revisione sistematica con metanalisi ha valutato in modo specifico gli effetti dell’aromaterapia sui sintomi depressivi. Dopo aver effettuato una ricerca sulle banche dati medico-scientifiche PubMed, MEDLINE, CINAHL, EMBASE, Web of Science e Cochrane Library, sono stati selezionati gli studi clinici randomizzati e controllati (in totale 27) che hanno implementato l’aromaterapia in soggetti adulti di età ≥ 18 anni.

Nell’analisi finale dei dati l’aromaterapia ha dimostrato di esplicare un’attività moderata nella riduzione dei sintomi depressivi: in particolare è stato dimostrato un effetto moderato nel ridurre i sintomi depressivi tra le donne in menopausa, i soggetti affetti di malattie cardiache (malattia coronarica o sindrome coronarica acuta) e le turbe della sfera psicologica. L’analisi dei dati non ha rilevato effetti sulla depressione post partum o durante la gravidanza.

È stato, inoltre, osservato che l’inalazione degli oli essenziali (OE) è la modalità di somministrazione più efficace e che le miscele sono più efficaci degli OE singoli.

Fonte: Cho K, Kim M. Effects of aromatherapy on depression: A meta-analysis of randomized controlled trials. Gen Hosp Psychiatry. 2023 Sep-Oct;84:215-225.

Zenzero e vomito/nausea

zenzero

Lo zenzero (Zingiber officinale Roscoe) è una pianta erbacea delle Zingiberaceae originaria dell’Estremo Oriente. Di essa si utilizza il rizoma che contiene importanti princìpi attivi denominati gingeroli e shogaoli, responsabili anche del suo sapore pungente.

Nella medicina tradizionale cinese, lo zenzero è usato per espellere il “freddo”, il “vento” e l'”umidità” e si ritiene che blocchi il flusso inverso del Qi (energia).

Nei Paesi occidentali è stato usato principalmente per alleviare i sintomi gastrointestinali e le affezioni respiratorie, ma anche come stimolante dell’appetito, in alcune forme di diarrea, nei casi di nausea e vomito, nelle problematiche correlate all’artrosi. Studi preclinici indicano che lo zenzero ha effetti antiemetici, antitumorali, antinfiammatori e ipoglicemizzanti ed esplica anche un’azione protettiva nei confronti della malattia di Alzheimer.

L’attività antiemetica viene attribuita ai componenti shogaolo e gingerolo presenti nel rizoma, che stimolano il flusso di saliva, bile e secrezioni gastriche, e al galanolattone, che può agire come antagonista competitivo dei recettori 5-HT3 della serotonina.

Un recente studio randomizzato parallelo, in doppio cieco, controllato con placebo (con allocazione 1:1) ha valutato in modo specifico l’effetto dello zenzero come trattamento complementare rispetto al placebo sulla qualità della vita (QoL) correlata alla nausea indotta dalla chemioterapia e sugli esiti correlati al CINV.

I dati dello studio

Sono stati arruolati 103 adulti (zenzero: n = 52; placebo: n = 51) naïve alla chemioterapia destinati a ricevere una terapia da moderatamente ad altamente emetogena in due ospedali dell’Australia.

Lo schema di intervento comprendeva l’assunzione di 4 capsule di estratto standardizzato di zenzero (84 mg/giorno di gingeroli/shogaoli attivi) nel gruppo sperimentale e di un placebo nel gruppo di controllo a partire dal giorno di somministrazione della chemioterapia continuando per 5 giorni per i primi 3 cicli di chemio.

L’esito primario definito per il trial era la qualità della vita correlata alla nausea indotta dalla chemioterapia. Gli esiti secondari erano la qualità di vita correlata al vomito e CINV; nausea e vomito anticipatori, acuti e ritardati; fatigue; stato nutrizionale; depressione e ansia; QoL relativa alla salute ed eventi avversi.

Di seguito i risultati: sono emerse prove clinicamente rilevanti a favore dello zenzero nei punteggi per la QoL correlata alla nausea (P = 0,003), QoL complessiva correlata a CINV (P < 0,001), gravità della nausea ritardata (P = 0,003) e fatigue (P = 0,002). È stata riscontrata un’incidenza inferiore clinicamente significativa di nausea e vomito ritardati nel gruppo zenzero al ciclo 2 (P = 0,001, rispettivamente) e al ciclo 3 (P = 0,002 e P = 0,001, rispettivamente). È stata riscontrata un’incidenza inferiore di malnutrizione clinicamente significativa nel gruppo zenzero al Ciclo 3 e nei punteggi di valutazione globale soggettiva generata dal paziente.

Non è stato riscontrato nessun effetto dello zenzero sul CINV anticipato o acuto e su qualità di vita correlata alla salute, ansia o depressione. Non sono stati segnalati eventi avversi gravi.

La supplementazione di zenzero si è rivelata un intervento, complementare ai farmaci antiemetici, sicuro e ha migliorato la qualità della vita durante il trattamento chemioterapico. Sono necessari nuovi studi per esaminare nello specifico le risposte dose-dipendenti e verificare i dosaggi ottimali.

Fonte: Crichton M, Marshall S, Isenring E, et al. Effect of a Standardized Ginger Root Powder Regimen on Chemotherapy-Induced Nausea and Vomiting: A Multicenter, Double-Blind, Placebo-Controlled Randomized Trial. J Acad Nutr Diet. 2024 Mar;124(3):313-330.e6.

Tribulus terrestris sotto la lente dell’ISS

“Acquisire dati attendibili sull’efficacia dell’integratore usato nello sport Tribulus terrestris, capirne il meccanismo di azione ed eventuali effetti collaterali, condividere contenuti di divulgazione scientifica redatti da esperti sul tema”. Sono gli obiettivi di un nuovo progetto lanciato dall’Istituto superiore di sanità (ISS) e denominato “Uso e abuso del Tribulus terrestris”.

Il progetto – che sarà condotto dal Centro Nazionale Dipendenze e Doping in collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche – prevede l’autosomministrazione di un questionario anonimo sull’uso di integratori nello sport, che sarà distribuito nelle palestre che decideranno di aderirvi.

Tribulus terrestris è una pianta appartenente alla famiglia delle Zygophyllaceae, i cui frutti, foglie e radici vengono utilizzati per ottenere prodotti a uso salutistico. La sua diffusione (Sudafrica, Australia, Europa e India), l’elevato contenuto di ingredienti attivi (in particolare saponine, nonché flavonoidi, tannini, terpenoidi, acidi carbossilici fenolo e alcaloidi) e il frequente impiego sia nella medicina popolare sia nella produzione di integratori mettono in primo piano l’importanza di valutarne le proprietà salutistiche e l’uso corretto.

Tribulus viene usato anche per migliorare le prestazioni sportive e contiene componenti attivi, fa sapere l’ISS, che, “utilizzati negli integratori alimentari, sembrano contribuire a migliorare la crescita muscolare, incentivando l’azione endogena degli ormoni anabolici e androgeni, come il testosterone”.

Il progetto intende pertanto “fornire un contributo per colmare il gap conoscitivo relativo all’uso e abuso di Tribulus terrestris tra gli atleti praticanti attività fisiche con sovraccarichi e discipline quali il powerlifting, il sollevamento pesi, il bodybuilding”.

La seconda parte di questa iniziativa è dedicata invece alla divulgazione scientifica, che sarà realizzata con il supporto di specialisti in medicina dello sport. Prevede in particolare la realizzazione di materiali informativi, in formato cartaceo e digitale, che saranno successivamente diffusi all’interno delle palestre che collaboreranno al progetto.

Meliloto, al vaglio attività antiossidante

Il Marocco è un Paese caratterizzato da un’elevata biodiversità vegetale, anche se molte piante di uso tradizionale non sono sufficientemente valorizzate. Cerca di supplire a tale carenza il recente studio condotto da un team di universitari marocchini che, con la prospettiva di valorizzare gli estratti di meliloto (Melitotus albus, famiglia delle Fabaceae), ne ha vagliato l’attività antiossidante e la sicurezza.

Il meliloto è una pianta erbacea biennale aromatica che cresce in pieno sole o in ombra parziale su terreni calcarei e argillosi: presenta un fusto eretto e molto ramificato, foglie alterne e trifogliate, piccoli fiori profumati di colore giallo riuniti in infiorescenze a racemo.

In Marocco M. albus è considerata una pianta mellifera ed è anche una pianta commestibile ricca di vitamina C. Le giovani foglie vengono infatti consumate, in piccole quantità, in insalata, mentre i semi sono utilizzati come spezia. L’intera pianta viene, inoltre, essiccata e utilizzata anche come aromatizzante in dessert, salse e bevande.

Quanto alle proprietà biologiche, la pianta si caratterizza per gli alti livelli di cumarine e ciò spiega il suo utilizzo nella medicina tradizionale come anticoagulante e come unguento per le ulcere esterne. Le sommità fiorite, che ne costituiscono la droga, contengono anche flavonoidi, saponine e tannini.

Le principali proprietà attribuite al meliloto sono: venotonica, spasmolitica, astringente e modestamente rilassante; viene quindi utilizzato per lo più in caso di disturbi associati all’insufficienza venosa, quali senso di pesantezza alle gambe, edemi, crampi notturni, dolori alle gambe, congestione linfatica, malattia emorroidaria.

I ricercatori marocchini hanno valutato nello specifico, con vari metodi (saggi FRAP, DPPH, CAT ecc,), l’attività antiossidante degli estratti di meliloto e ne hanno, inoltre, determinato la composizione chimica.

I risultati delle indagini di laboratorio hanno mostrato che il contenuto totale di polifenoli dell’estratto acquoso, e quindi l’attività antiossidante, è superiore a quello dell’estratto etanolico. L’estratto acquoso è apparso il miglior modo per estrarre polifenoli e altre sostanze antiossidanti.

I risultati delle indagini con tutti i metodi utilizzati hanno mostrato che gli estratti di M. albus hanno una notevole attività antiossidante, un dato che correla con la loro ricchezza in composti fenolici e flavonoidi.

L’estratto di M. albus analizzato presentava un contenuto totale in fenoli del 99,99%, costituito da 12 componenti diversi, di cui i primari sono risultati acido clorogenico (43,68%), catechina/epicatechina (24,82%), acido -3-O-glucuronico (9,91%), naringina (7,64%) ecc.

È stato, inoltre, dimostrato che questi composti possono, entrando in circolo, avere un effetto benefico su vari organi e apparati dell’organismo.

Sulla base di questi risultati, conclude lo studio, M. albus può essere utilizzata in fitoterapia, cosmetica e come integratore alimentare.

Si ricorda che la pianta a dosaggi elevati può provocare cefalea e nausea ed è controindicata in gravidanza e in caso di assunzione concomitante di farmaci anticoagulanti.

Fonte: Ed-Dahmani I, El Fadili M, Kandsi F, et al. Phytochemical, Antioxidant Activity, and Toxicity of Wild Medicinal Plant of Melitotus albus ExtractsIn Vitro and In Silico Approaches. ACS Omega. 2024 Feb 9;9(8):9236-9246.

99 ricette senza istamina

Seguire una dieta priva di istamina non è un percorso naturale semplice.

Sul web si trovano diverse liste di alimenti senza istamina, ma poche indicazioni su come mettere in pratica, attraverso ricette, uno schema nutrizionale veramente efficace ed equilibrato.

Sulla base di questa premessa era nato il precedente libro del Dottor Iozzi, “La dieta ipostaminica”. Questo secondo libro “99 ricette senza istamina” edito da Tecniche Nuvoe prevede un’iniziale introduzione alle alternative alimentari che possono essere utilizzate dagli intolleranti all’istamina e ben 99 ricette così suddivise: antipasti, primi, secondi, dolci, contorni e preparazioni base come piadine, focacce, salse ecc. senza istamina. La presenza del grado di difficoltà e del tempo di preparazione aiuta il lettore nella corretta scelta in base anche alle proprie capacità e gusti culinari.

L’intento del libro è quello di rendere meno “odiosa” una dieta in cui molti cibi vengono limitati al fine di migliorare il quadro sintomatologico, senza necessariamente rinunciare al gusto.

Gli autori

Davide Iozzi biologo nutrizionista, da anni si occupa di alimentazione per soggetti allergici e con problematiche gastrointestinali in diversi centri d’eccellenza lombardi. Relatore in convegni ECM e autore di pubblicazioni scientifiche, svolge attività di ricerca nell’ambito della sana nutrizione in collaborazione con l’Università degli studi di Pavia.

Paola Grazia Mattina è appassionata di cucina fin da bambina; ne ha fatto il suo hobby preferito cucinando e sperimentando per la famiglia e gli amici. Recentemente ha scoperto di essere intollerante ad alcuni alimenti e da qui, per rendere più tollerabili le numerose rinunce, ha provato a reinventarsi un nuovo modo per godere dei piaceri della tavola.

Artrosi: attività della radice di zenzero

I benefici salutistici della radice di zenzero (Zingiber officinale Roscoe) sono noti da secoli e vengono via via confermati da studi scientifici che, negli anni più recenti, si sono concentrati in particolare sulle attività antinfiammatorie e analgesiche di questa pianta.

Molti dei componenti bioattivi dello zenzero esplicano benefici nel trattamento dell’artrite infiammatoria e sembrano particolarmente utili nel trattamento di malattie legate all’infiammazione persistente e al dolore. Questi sintomi sono presenti nelle malattie reumatiche più diffuse, come l’osteoartrosi (OA) e l’artrite reumatoide (RA).

Questa recente revisione qualitativa ha analizzato le attuali conoscenze relative all’effetto antinfiammatorio dello zenzero sia negli studi in vitro che in vivo, ma anche negli studi clinici. Vengono analizzati, inoltre, i sistemi di somministrazione che contribuiscono a migliorare la biodisponibilità e le attività salutistiche dello zenzero.

I risultati degli studi

In particolare, 7 studi clinici randomizzati hanno dimostrato che l’integrazione di zenzero potrebbe ridurre l’infiammazione e diminuire il dolore articolare. Due di questi studi hanno analizzato l’effetto dello zenzero sull’artrite reumatoide, gli altri hanno riguardato l’artrosi del ginocchio. In tutti gli studi le procedure di intervento sono durate da 2 settimane a 3 mesi. Due studi hanno dimostrato che il consumo di 750 mg di polvere di zenzero 2 volte/die potrebbe sopprimere l’espressione di diversi geni legati all’infiammazione e all’attivazione del sistema immunitario nei soggetti con artrite reumatoide attiva.

Un effetto antinfiammatorio simile è stato osservato nell’OA. In questo gruppo, l’assunzione di 1 g di polvere di zenzero per 3 mesi ha ridotto la produzione di citochine proinfiammatorie. Un effetto antinfiammatorio è stato osservato anche dopo supplementazione (3 mesi) di un estratto di zenzero, che ha abbassato le concentrazioni di ossido nitrico (NO) e proteina C-reattiva in persone con osteoartrosi. Inoltre, nel gruppo che utilizzava lo zenzero, NO e CRP hanno continuato a diminuire anche dopo 12 mesi.

La polvere di zenzero somministrata per via orale ha alleviato il dolore dell’osteoartrosi. L’effetto analgesico è stato osservato anche dopo l’applicazione topica sul ginocchio di un gel di zenzero al 5% e questo effetto è stato mantenuto per tre mesi consecutivi dopo due settimane di applicazione.

Dati recenti mostrano anche che lo zenzero ha effetti positivi anche in associazione con altre piante dalle proprietà antinfiammatorie, come Curcuma longa e Alpinia galanga, che appartengono alla stessa famiglia delle Zingiberaceae.

Uno degli aspetti positivi correlati alla supplementazione di zenzero è il basso rischio di complicanze durante il trattamento. In ciascuno degli studi esaminati, lo zenzero non ha causato effetti avversi di rilievo, fatto salvo un caso di bruciore di stomaco. È stato, invece, dimostrato che non ha effetti collaterali acuti assunto per tre mesi fino a due anni e mezzo, un dato significativo perché i soggetti con OA e AR spesso usano farmaci antidolorifici per un periodo di tempo più lungo.

Una sempre più puntuale comprensione delle attività salutistiche dello zenzero – concludono gli autori di questa review – potrebbe avviare ulteriori studi sul miglioramento della sua biodisponibilità e dell’efficacia per una sua applicazione più completa.

Fonte: Szymczak J, Grygiel-Górniak B, Cielecka-Piontek J. Zingiber Officinale Roscoe: The Antiarthritic Potential of a Popular Spice-Preclinical and Clinical Evidence. Nutrients. 2024 Mar 5;16(5):741.