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Mirtillo e patologie oculari correlate all’età

Il coinvolgimento dello stress ossidativo nell’insorgenza delle patologie oculari correlate all’età è noto. Studi sperimentali e anche clinici, questi ultimi condotti su piccoli campioni, hanno dimostrato che la supplementazione con alcuni antiossidanti, in particolare le antocianine, aumenta la protezione della retina da infiammazione e danno ossidativo e ne migliora la funzionalità.

L’analisi dei risultati dello studio Women’s Health Study ha aggiunto nuovi dati circa i potenziali benefici di questi composti per la salute dell’occhio.

I ricercatori, infatti, hanno determinato il consumo di mirtilli e l’assunzione totale di antociani con un questionario semi-quantitativo in una popolazione di donne senza diagnosi di degenerazione maculare (37.653) o di cataratta (35.402) con 45 anni o più all’inizio del periodo di osservazione. Il 10,5% delle partecipanti consumava mirtilli almeno una volta alla settimana, con un’assunzione media totale di antociani di 11,2 mg/die.

Dopo 11 anni circa, l’incidenza totale di maculopatia degenerativa correlata all’età era significativamente ridotta tra le donne che consumavano mirtilli rispetto a quelle che non ne consumavano; un’associazione simile, ma non statisticamente significativa, è stata riscontrata per la degenerazione maculare con significativa perdita visiva.

In particolare, rispetto a coloro che non consumavano mirtilli, nelle donne che consumavano 1-3 porzioni al mese, 1 porzione alla settimana e 2 o più porzioni alla settimana il rischio di degenerazione maculare totale era ridotto del 10%, 28% e 64% in media rispettivamente. Non sono state osservate associazioni significative tra consumo di mirtilli e cataratta. È stata, però, osservata una modesta associazione inversa con questa condizione, che era ridotta del 10% negli ultimi due quintili di assunzione di antociani.

Questi risultati suggeriscono che il consumo regolare ma contenuto (una porzione o più la settimana) di mirtilli possa esercitare effetti favorevoli sulla salute degli occhi, specialmente nella prevenzione della degenerazione maculare nelle donne in post menopausa. Questi effetti potrebbero essere dovuti – scrivono gli autori della ricerca – anche a componenti dei mirtilli diversi dagli antociani.

Fonte: Sesso HD, Rautiainen S, Park SJ, Kim E, Lee IM, Glynn RJ, Buring JE, Christen WG. Intake of blueberries, anthocyanins, and risk of eye disease in women. J Nutr. 2024 Mar 1:S0022-3166(24)00114-7. Epub ahead of print.

Curcuma, la ricerca clinica 

Prevalente nell’Asia meridionale, la curcuma (Curcuma longa L.) viene oggi coltivata nelle aree tropicali di tutto il mondo. Il suo rizoma è utilizzato come spezia nelle cucine regionali e come colorante negli alimenti e nei cosmetici.

Nei sistemi di medicina tradizionale la curcuma ha diverse applicazioni, inclusa quella di migliorare la circolazione e la digestione. I princìpi attivi sono curcumina e curcuminoidi idrosolubili, tra cui la curcumina è stata al centro della ricerca negli ultimi anni. Studi preclinici hanno dimostrato che ha una debole attività fitoestrogenica, sebbene a una concentrazione non ottenibile mediante ingestione orale, e presenta attività neuroprotettiva, coleretica, antinfiammatoria, immunomodulante, antiproliferativa e proprietà chemiopreventive.

La curcumina, i suoi analoghi e le formulazioni liposomiali hanno anche dimostrato effetti chemiosensibilizzanti e radiosensibilizzanti.

La ricerca clinica sulla curcuma

I risultati della ricerca clinica indicano i benefici della curcuma per il disturbo depressivo maggiore; i dati epidemiologici mostrano un miglioramento delle prestazioni cognitive negli anziani, anche se non sono stati riscontrati benefici derivanti dagli integratori contenenti curcumina nei soggetti con malattia di Alzheimer.

La curcuma contribuisce ad alleviare i sintomi associati a problemi gastrointestinali, sindrome dell’intestino irritabile e colite ulcerosa quiescente e riduce la rigidità delle arterie nei soggetti con diabete mellito di tipo 2.

Uno studio ha mostrato che la curcuma è sicura ed efficace quanto il paracetamolo o i FANS nel trattamento dell’osteoartrosi del ginocchio. I benefici della curcumina sono stati segnalati per l’osteoartrosi del ginocchio e la sarcopenia nei soggetti anziani. L’uso topico ha ridotto la dimensione delle lesioni nei casi di vitiligine.

Nelle donne in post menopausa, la curcumina associata con l’attività aerobica ha migliorato la funzione endoteliale vascolare, mentre una revisione sistematica ha rilevato che sia la curcuma sia la curcumina possono apportare benefici nei casi di steatosi epatica non alcolica.

Primi studi anche in oncologia

In ambito oncologico, risultati preliminari suggeriscono benefici degli integratori di curcuma sulla qualità della vita e i parametri ematologici in donne con cancro al seno.

Uno studio di fase II su persone con cancro del pancreas avanzato ha riportato un’attività biologica clinicamente rilevante in due pazienti nonostante un assorbimento limitato; una miscela di tè verde, melograno, broccoli e curcumina ha ridotto il tasso di aumento dell’antigene prostatico specifico (PSA) tra gli uomini con cancro alla prostata a seguito di una recidiva di PSA post-trattamento radicale.

Somministrata a persone con cancro del colon-retto durante il periodo di attesa pre-operatorio, la curcumina ha migliorato la cachessia e la sindrome anoressia-cachessia in soggetti con cancro della testa e del collo. Associata con acidi grassi omega-3, la curcumina contribuisce a ridurre l’infiammazione e il dolore con sintomi muscoloscheletrici da inibitori dell’aromatasi nelle donne con cancro al seno in fase iniziale.

Un collutorio contenente curcumina ha ritardato l’insorgenza della mucosite orale indotta da radiazioni e l’applicazione topica di curcumina o curcuma ha aiutato a controllare la mucosite orale e la radiodermite.

Si ricorda che la curcumina interferisce con gli enzimi del citocromo P450 e può interagire con farmaci chemioterapici come ciclofosfamide e doxorubicina.

Controindicata nei soggetti predisposti alla formazione di calcoli renali, tra gli effetti collaterali della curcuma sono stati segnalati disturbi gastrointestinali. In assunzione concomitante con anticoagulanti/antipiastrinici studi preclinici suggeriscono che può aumentare il rischio di sanguinamento.

Nel complesso, secondo i ricercatori del MSKCC, la curcuma per uso clinico – anche in considerazione del fatto che la maggioranza dei dati oggi disponibili sono preclinici – deve essere sostenuto da ulteriori studi, anche in considerazione del suo scarso assorbimento, del rapido metabolismo e del meccanismo d’azione complesso.

Fonte: Herbs – Memorial Sloan Kettering Cancer Center

Buon compleanno FEI!

 

A Roma il 19 maggio p.v. si festeggiano i 30 anni di FEI – Federazione Erboristi Italiani

L’evento, che si svolgerà presso la Curia Generalizia delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret (via Santa Maria in Cosmedin, 5 – Roma), sarà anche l’occasione per la Cerimonia di premiazione del Premio FEI per Tesi di laurea e per una visita all’Orto Botanico.

La giornata si apre alle h.10 con i saluti e l’introduzione del Presidente Nazionale FEI, dr. Angelo di Muzio.

Seguiranno gli approfondimenti erboristici con:

Prof. Marcello Nicoletti ‘Le basi della gemmoterapia: dalle protocellule alle gemme’

Prof. Andrea Fabbri ‘La foglia dell’olivo. Un antichissimo rimedio mediterraneo: la tradizione confermata dalla ricerca contemporanea’

Dr. Wilmer Zanghirati ‘Oli essenziali, utilizzo consapevole e miti da sfatare’

Dr. Francesco Novetti ‘La miscelazione estemporanea tra empirismo e scienza’

Dr. Angelo Di Muzio ‘Il laboratorio dell’erborista: chi può fare cosa. Applicazione delle recenti normative e corretta comunicazione’.

Nel pomeriggio avrà luogo la cerimonia di premiazione dell’ottava edizione del Premio FEI per Tesi di Laurea in Scienze e Tencologie Erboristiche.

La giornata si concluderà con la visita al Parco Botanico del complesso monastico con il prof. Marcello Nicoletti e gli erboristi FEI.

L’evento è gratuito ma è necessaria la prenotazione al seguente link.

 

Zafferano e condizioni neurodegenerative

La più antica rappresentazione grafica dello zafferano è una pittura murale proveniente dall’antica Cnosso, risalente al 1400 a.C., che si trova a Creta nel museo di Heraklion. Lo zafferano venne introdotto in Italia dalla Spagna nel XIII secolo da un frate domenicano facente parte della famiglia Santucci di Navelli, in Abruzzo.

Lo zafferano, come pianta medicinale, è stato studiato anche per il trattamento di disturbi neurologici e psichiatrici.

Nella medicina tradizionale cinese, ad esempio, lo zafferano veniva usato per le proprietà sedative ed ematiche. Inoltre, è stato usato nel trattamento dei disturbi mestruali, delle malattie dell’embolo e di altre alterazioni della viscosità ematica. Ha trovato applicazione nei disturbi nervosi: per alleviare stati ansiosi e nel trattamento di alcuni disturbi del sistema nervoso centrale.

La pianta contiene circa 150 componenti volatili che le conferiscono il tipico aroma, oltre a numerosi componenti attivi non volatili, inclusi numerosi carotenoidi. I costituenti principali dello zafferano sono crocetina, crocina, picrocrocina e safranale; crocina e crocetina hanno mostrato a livello sperimentale interessanti proprietà nell’ambito della neuroprotezione.

Alcune sperimentazioni hanno anche evidenziato i possibili effetti positivi di questa pianta sulle funzioni cognitive di soggetti con malattia di Alzheimer (AD).

I risultati della review

Una recente revisione sistematica ha specificatamente valutato gli effetti complessivi dello zafferano su cognizione, depressione, ansia, disturbi del sonno, disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) e disturbo ossessivo-compulsivo.

Gli studi randomizzati controllati (RCT) più rilevanti sono stati individuati con una ricerca nei database medico-scientifici PubMed/Medline, Web of Science e Clinical Trials fino a giugno 2023 in base ai termini di ricerca e ai criteri di inclusione. Il rischio di bias è stato valutato seguendo le linee guida della Cochrane.

Quarantasei studi randomizzati, con una durata variabile da 4 a 48 settimane, hanno valutato l’effetto dello zafferano o di suoi estratti, da solo e in combinazione con farmaci di sintesi: lo zafferano si è mostrato più efficace del placebo nel migliorare le funzioni cognitive, la depressione, l’ansia e i disturbi del sonno, con una valutazione di non inferiorità rispetto ai farmaci convenzionali somministrati nel trattamento di questi disturbi.

I preparati a base di zafferano hanno, inoltre, mostrato una buona tolleranza e scarsi effetti collaterali, esplicando in modo sicuro un ruolo protettivo per i disturbi della sfera neurologica e mentale.

Fonte: Han S, Cao Y, Wu X, Xu J, Nie Z, Qiu Y. New horizons for the study of saffron (Crocus sativus L.) and its active ingredients in the management of neurological and psychiatric disorders: A systematic review of clinical evidence and mechanisms. Phytother Res. 2024 Feb 29.

L’erborista, un imprenditore moderno

Close Up bottles of fresh aromatic herbs . Sage, rosemary, sweet basil leaves ,fennel ,green mint ,lemon thyme and peppermint branch isolated on white background.

 

L’attenzione al cliente si declina anche nell’impegno a proporre strumenti formativi di valore: così Bios Line sostiene e promuove l’attività dell’erborista, mettendo a disposizione corsi in grado di favorire una gestione ottimale e di successo del punto vendita.

L’attività e il ruolo dell’Erborista sono profondamente cambiati negli ultimi dieci anni. Oggi l’Erborista si confronta con un pubblico sempre più esigente e attento, che spesso cerca il confronto o il supporto, ma che di frequente si affida anche ad altri canali per avere servizi o informazioni.

In questa complessità diventa sempre più strategico e imprescindibile che l’Erborista possa vantare una propria identità distintiva, capace non solo nell’impostazione del punto vendita, ma anche nella gestione di servizi e rapporti così diversificati. L’Erborista deve sapersi organizzare per una corretta gestione economico-finanziaria del punto vendita, deve avere competenze gestionali e di relazione, deve essere in grado di creare una comunicazione attiva ed efficace con il proprio cliente e fidelizzarlo con gli strumenti più adatti di proximity marketing e proximity loyalty.

Parte, dunque, da questa riflessione il corso “L’erborista, un imprenditore moderno”, messo a punto da Accademia Bios Line con il patrocinio di FEI (Federazione Erboristi Italiani) e di DSF (Dipartimento Scientifico del Farmaco dell’Università di Padova), e offerto in esclusiva ai propri clienti.

Si tratta di 12 webinar suddivisi in quattro moduli, che copriranno tutte le aree (marketing, economico, gestionale e di relazione) utili per affermarsi e diventare un punto di riferimento per la clientela. Il corso, che si può seguire in diretta oppure in modalità registrata (disponibile post evento), è condotto da formatori professionisti e approfondisce i temi più importanti anche attraverso la testimonianza di imprenditori di successo.

Il primo modulo è dedicato all’organizzazione e alla pianificazione dell’attività in relazione all’affluenza della clientela; il secondo modulo riguarda le competenze gestionali indispensabili per un corretto riordino e riassortimento dei prodotti, la politica dei prezzi e delle promozioni, lo studio delle opportunità di vendita in base all’attività della concorrenza; il terzo modulo approfondisce il tema delle relazioni, da quelle con i propri dipendenti a quelle con la clientela; il quarto modulo, invece, è dedicato al posizionamento competitivo e comprende anche le modalità per l’allestimento del punto vendita.

Interamente gratuito, il corso attribuisce al termine delle lezioni un attestato di frequenza. Vi si può accedere attraverso il sito di Accademia Bios Line semplicemente registrandosi.

Timo: azione sulla sfera cognitiva e mentale

Piccolo arbusto molto aromatico, il timo (Thymus vulgaris L., famiglia delle Lamiaceae) è comune nelle aree costiere e collinari del Mediterraneo. È il nome stesso di questa pianta a informarci del suo impiego più antico in Grecia: “thymos” deriva infatti da “thyos”, legno che diffonde un odore piacevole quando viene bruciato, e dal verbo “thuo”, ossia offrire un sacrificio agli dei. I Greci, infatti, si servivano del timo come incenso, non solo perché aveva un odore gradevole, ma anche perché gli erano attribuite proprietà antisettiche.

Quest’ultima qualità gli viene riconosciuta da sempre nell’area da cui la pianta proviene: gli Egizi e gli Etruschi lo utilizzavano nei preparati per imbalsamare i defunti. In Marocco e in Tunisia si impiega tuttora un decotto di timo nell’olio di oliva per detergere le ferite, mentre secondo il medico francese Armand Trousseau, vissuto nel XIX secolo, questa pianta aromatica “era il nemico delle tossine”.

Sono numerose le virtù attribuite tradizionalmente al timo: è considerato antispastico e carminativo, utile nella digestione e contro l’atonia intestinale, l’inappetenza e le gastriti. Stimola, inoltre, il sistema nervoso e favorisce l’eliminazione delle tossine tramite sudore e urine. Le sue proprietà antisettiche lo rendono utile anche nei raffreddori, nelle bronchiti e in alcune forme reumatiche.

Le analisi chimiche e la scienza recente stanno via via confermando alcune attività tradizionali e ne fanno emergere delle nuove.

Lo studio: i dettagli

In particolare, un recente studio controllato e randomizzato ha valutato gli effetti della somministrazione orale di foglie di timo su memoria, ansia, depressione e qualità del sonno in un gruppo di studenti universitari giordani tra 19 e 23 anni.

Vi hanno partecipato 106 studenti che sono stati assegnati in modo casuale a due gruppi: un gruppo sperimentale (o di trattamento) e un gruppo di controllo.

Il primo gruppo ha ricevuto capsule di polvere di foglie essiccate di Thymus vulgaris (500 mg capsule), due volte al giorno; il secondo gruppo ha ricevuto un placebo (capsule contenenti amido). Il periodo di intervento è durato un mese.

Le prestazioni della memoria (sia prospettica sia retrospettiva) dei partecipanti, i livelli di ansia e depressione e la qualità del sonno sono stati valutati utilizzando scale validate come il Prospective and Retrospective Memory Questionnaire (PRMQ), la Hospital Anxiety and Depression Scale (HADS) e il Pittsburgh Sleep Quality Inventory (PSQI) all’inizio dello studio e dopo un mese di intervento.

I risultati hanno mostrato una riduzione statisticamente significativa nei punteggi di tutte le scale e sottoscale prese in esame – ad eccezione delle componenti latenza del sonno e durata del sonno del Pittsburgh Sleep Quality Inventory – nel gruppo che ha ricevuto foglie di Thymus vulgaris rispetto al gruppo di controllo.

Le foglie di timo, secondo questa ricerca, contribuiscono a migliorare la memoria prospettica e retrospettiva, ad alleviare ansia e depressione migliorando anche la qualità del sonno e dunque nell’insieme la qualità di vita.

I ricercatori sottolineano anche l’assenza di effetti collaterali correlati all’assunzione del timo, che si può dunque considerare un intervento ben tollerato, confermando il profilo di sicurezza di questa pianta come rimedio di origine naturale anche per alcuni problemi della sfera cognitiva e mentale.

Fonte: Alqudah A, Qnais EY, Bseiso Y, Gammoh O, Wedyan M, Alotaibi BS. Effects of orally administered Thymus vulgaris leaves on memory, anxiety, depression, and sleep quality in university students: a randomized controlled trial. Eur Rev Med Pharmacol Sci. 2023 Nov;27(22):10806-10814.

Resveratrolo ed epigenetica dell’invecchiamento

Studi recenti hanno dimostrato che cambiamenti epigenetici sono associati all’invecchiamento e alle malattie legate all’età, infatti, sia i modelli animali sia quelli umani hanno mostrato come i processi epigenetici siano coinvolti nei meccanismi di invecchiamento. Questi processi avvengono a più livelli e includono tra l’altro la modificazione degli istoni, la metilazione del DNA e cambiamenti nell’espressione dell’RNA non codificante.

Con la crescente consapevolezza della funzione fondamentale dell’epigenetica nei processi di invecchiamento, l’attenzione dei ricercatori si concentra su come questi cambiamenti epigenetici possano essere modificati per prevenire, arrestare o invertire l’invecchiamento, la senescenza e le malattie legate all’età.

Polifenoli e resveratrolo

Tra i vari agenti che possono influire sui cambiamenti epigenetici ci sono i polifenoli, sostanze fitochimiche ben note presenti nella frutta, nella verdura e in diverse piante. Si è scoperto che i polifenoli modificano i meccanismi epigenetici in varie condizioni, come disordini metabolici, obesità, malattie neurodegenerative, cancro e malattie cardiovascolari.

Il resveratrolo è un polifenolo di origine naturale del sottogruppo di polifenoli stilbenici e viene naturalmente prodotto da varie piante, ad esempio vite, more e cacao, a scopo protettivo nei confronti di agenti patogeni come batteri o funghi. La sostanza è da anni al centro dell’interesse della comunità scientifica per le sue proprietà antiossidanti e diversi studi clinici ne hanno valutato la capacità di contrastare in particolare gli effetti negativi dell’invecchiamento e l’insorgere di malattie correlate all’età.

Il resveratrolo e il suo derivato pterostilbene possiedono effetti anti-invecchiamento poiché proteggono dal danno ossidativo, esplicano un effetto anti-infiammatorio e anti-senescenza. Il resveratrolo è anche in grado di attivare SIRT1 (un enzima che deacetila le proteine che contribuiscono alla regolazione cellulare in risposta a fattori di stress e nella longevità) mimando gli effetti della restrizione calorica ed esercitando così un’azione pro longevità.

Tali effetti possono promuovere il miglioramento del metabolismo e nella prevenzione dell’ARDs (Sindrome da Distress Respiratorio Acuto) in modelli animali. L’attività neuroprotettiva del resveratrolo e del pterostilbene, dimostrata in vitro e in vivo, suggerisce un ruolo potenziale anche nella prevenzione/trattamento della demenza.

Gli autori di questa interessante review si inseriscono in tale linea di ricerca e focalizzano l’attenzione sulle modalità con cui questa sostanza influisce su diversi processi epigenetici per modificare alcuni meccanismi correlati all’invecchiamento, mettendone in evidenza il ruolo nelle malattie legate all’età, tra cui Alzheimer, Parkinson, osteoporosi e malattie cardiovascolari.

Fonte: Zhang S, Kiarasi F. Therapeutic effects of resveratrol on epigenetic mechanisms in age-related diseases: A comprehensive review. Phytother Res. 2024 Feb 29. doi: 10.1002/ptr.8176. Epub ahead of print. PMID: 38421057.

Frutti di bosco e pressione arteriosa

I mirtilli (Vaccinium myrtillus) e i mirtilli americani o cranberry (Vaccinium macrocarpon) sono, tra i frutti di bosco, quelli che hanno all’attivo il maggior numero di ricerche e in particolare studi clinici randomizzati (RCT) che hanno messo a fuoco l’attività sulla pressione sanguigna.

Una recente revisione sistematica e metanalisi di RCT ha analizzato gli effetti della supplementazione di mirtillo e di cranberry – da sola e in combinazione – sui valori della pressione sistolica e diastolica in un gruppo di soggetti con malattie cardio-metaboliche.

Le ricerche sono state effettuate fino ad agosto 2023 nei database PubMed, Scopus, Web of Science, Cochrane ed Embase includendo nell’analisi quantitativa gli studi che hanno esaminato in maniera specifica gli effetti dell’assunzione e/o supplementazione di mirtilli o mirtilli rossi.

L’analisi quantitativa (metanalisi) è stata effettuata su 17 articoli, di cui due hanno evidenziato risultati statisticamente significativi nella riduzione della pressione arteriosa correlati all’integrazione di mirtilli e/o mirtilli rossi.

I risultati aggregati hanno mostrato riduzioni, statisticamente non significative, di -0,81 mmHg per la pressione sistolica e di -0,15 mmHg per quella diastolica.

Sono risultati promettenti che devono essere, tuttavia, confermati da ulteriori studi di qualità per stabilire con certezza l’efficacia clinica.

Fonte: Delpino FM, Dos Santos FS, Flores TR, Cerqueira HS, Santos HO. The effects of blueberry and cranberry supplementation on blood pressure in patients with cardiovascular diseases: A systematic review and meta-analysis of randomized clinical trials. Phytother Res. 2024 Feb;38(2):646-661.

Erbe galattogoghe della tradizione

Il latte materno è una fonte di nutrimento unica ed è pienamente idoneo a soddisfare le esigenze nutrizionali del neonato, esplicando diversi benefici per la salute.

In medicina tradizionale nel corso del tempo sono state impiegate diverse piante per sostenere e favorire l’allattamento al seno e per stimolare la produzione di latte materno, laddove carente o insufficiente. Alcune delle piante medicinali aumentano direttamente la quantità di latte incrementando il livello di prolattina, altre invece hanno un effetto sedativo o digestivo.

Studi precedenti hanno indicato che le piante medicinali galattagoghe maggiormente conosciute sono il fieno greco (Trigonella foenum-graecum L.), il finocchio (Foeniculum vulgare Mill.), la galega (Galega officinalis L.), il cardo mariano (Silybum marianum (L.) Gaertn.), l’aneto (Anethum graveolens L.), l’anice verde (Pimpinella anisum L.), il cumino nero (Nigella sativa L.), l’agnocasto (Vitex agnus-castus L.), la melissa (Melissa officinalis L.) e l’ortica (Urtica dioica L.). Oggi queste piante vengono spesso utilizzate per formulare prodotti erboristici utilizzati a tale scopo.

Partendo da questi presupposti, una recente indagine etnobotanica pubblicata sul Journal of Herbal Medicine ha raccolto e passato in rassegna le piante medicinali tradizionalmente utilizzate per aumentare la produzione di latte materno in Turchia, un paese caratterizzato da una significativa biodiversità vegetale.

Ai fini dell’indagine sono stati raccolti, effettuando uno screening di studi etnobotanici, i nomi scientifici, comuni e vernacolari delle piante; le parti della pianta usate sia nell’uomo sia negli animali; i metodi di preparazione e di somministrazione, unitamente alle famiglie botaniche, i taxa vegetali più citati.

Centoventicinque taxa, appartenenti a 39 famiglie botaniche, sono state determinate come piante medicinali utilizzate per migliorare la montata lattea, 70 utilizzati negli esseri umani e 60 taxa negli animali. Le prime sei famiglie di piante con il maggior numero di piante sono risultate nell’ordine Fabaceae (23 taxa), Asteraceae (21 taxa), Apiaceae (13 taxa), Lamiaceae (7 taxa), Rosaceae (5 taxa) e Poaceae (5 taxa).

Le piante medicinali più popolari sono risultate il finocchio, l’aneto, l’ortica, il vischio, l’anice verde e la cipolla. Si è riscontrato, inoltre, che le foglie erano la parte più spesso utilizzata delle piante medicinali, rappresentando il 20%.

Molte erbe citate in questa ricerca etnobotanica sono ancora poco studiate ed è quindi opportuno, concludono gli autori, sostenere la ricerca scientifica per confermare i dati trasmessi dalla tradizione nella prospettiva di formulare preparati vegetali efficaci e sicuri a sostegno dell’allattamento al seno.

Fonte: Zeynep Büşra Erarslan, Şükran Kültür, Medicinal plants traditionally used to increase breast milk in Turkey: an ethnobotanical review, Journal of Herbal Medicine, Volume 44, 2024,100849.

Erbe e preparati naturali per l’osteoartrosi del ginocchio

L’osteoartrosi è la degenerazione, dovuta a usura progressiva, più comune tra le varie tipologie di artrosi: colpisce tutte le strutture articolari mobili e interessa tipicamente il ginocchio, l’anca, la colonna vertebrale, le mani e i piedi, con un’alta prevalenza di coinvolgimento poliarticolare.

Questa condizione è correlata alla perdita progressiva della cartilagine articolare e all’ispessimento dell’osso subcondrale sottostante, correlato a cambiamenti nel ripristino della cartilagine e nel rimodellamento osseo.

A eziologia multifattoriale, i cambiamenti biochimici, metabolici e legati all’invecchiamento possono contribuire alla sua comparsa, rendendola una condizione endemica a livello globale. Gli attuali studi fisiopatologici sull’osteoartrite indicano come cause di questa condizione processi quali l’apoptosi dei condrociti, l’invecchiamento e le lesioni causate dallo stress ossidativo. Si tratta di processi correlati a diversi mediatori delle proteasi infiammatorie e all’attivazione di vie di segnalazione infiammatoria.

Impatto mondiale dell’osteoartrite

L’OMS stima che circa 343 milioni di persone soffrono di osteoartrite in tutto il mondo, di cui circa il 10% uomini e il 18% donne di età superiore ai 60 anni, e che diventerà la principale causa di disabilità negli anziani entro il 2030.

Le caratteristiche più comuni sono importanti dolori articolari, rigidità mattutina, rumori articolari (crepitii), atrofia muscolare e ridotta mobilità, che determinano un evidente deterioramento della qualità di vita, della produttività e un inevitabile aumento della spesa sanitaria.

Le terapie farmacologiche

Le terapie attuali includono la somministrazione di farmaci per via orale, con iniezione intra-articolare e somministrazione endovenosa, procedure chirurgiche e la riabilitazione con terapia fisica, considerata la prima linea di trattamento.

Tuttavia, i farmaci comunemente usati, oltre ad avere effetti relativamente modesti, possono determinare effetti collaterali a livello gastrointestinale, cardiovascolare e renale, aumentando anche il rischio di insufficienza epatica.

Per questo insieme di fattori, la ricerca scientifica sta convergendo sui preparati di origine vegetale e naturale individuandoli come una possibile risorsa in questo campo.

L’alternativa naturale

Erbe e piante medicinali sono state tradizionalmente utilizzate nel tempo a tal fine, soprattutto dai più anziani e sebbene i loro meccanismi d’azione non siano sempre noti, l’ipotesi è che possano interferire con la regolazione delle vie infiammatorie, come la via NF-kB, l’inibizione dell’apoptosi dei condrociti e l’autofagia.

Circa il 42% delle nuove molecole bioattive incorporate in farmaci approvati dalla FDA statunitense nel periodo 1981-2014 è di origine naturale. L’utilizzo degli estratti botanici si presenta, quindi, come una risorsa vantaggiosa, ecosostenibile ed economicamente plausibile nell’ambito della prevenzione e del trattamento degli stati infiammatori.

Tra le piante officinali citate in questa rassegna si segnalano l’artiglio del diavolo, lo zenzero, la corteccia di salice, Boswellia serrata, il partenio, alcune formulazioni ayurvediche nonché preparati registrati a base di erbe e un unguento a base di capsaicina.

Questo approccio – scrivono gli autori della review pubblicata sulla rivista Rheumatology – è supportato non solo dall’accessibilità e dal basso costo di queste risorse, ma anche dalla loro intrinseca capacità di ridurre le preoccupazioni associate agli effetti collaterali di molti farmaci di sintesi. In questa prospettiva è ovviamente opportuno continuare a sviluppare la ricerca per determinare l’efficacia di piante medicinali e derivati sul dolore e l’infiammazione nei soggetti con osteoartrosi, mettendo a fuoco anche l’aspetto della sicurezza.​

Fonte: L. Long, K. Soeken, E. Ernst, Herbal medicines for the treatment of osteoarthritis: a systematic reviewRheumatology, Volume 40, Issue 7, July 2001, Pages 779–793