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Andrographis paniculata nelle cure palliative

fresh herbal plant leaves Andrographis paniculata ( Burm.f. ) Wall ex Nees

Andrographis paniculata (Burm.f.) Wall. ex Nees è una pianta erbacea annuale della famiglia Acanthaceae, originaria dell’India e dello Sri Lanka. È ampiamente coltivata nel sud e nel sud est asiatico, dove le foglie e le radici vengono tradizionalmente usate per trattare le infezioni e vari altri disturbi di salute. Nell’ultimo decennio diversi studi scientifici ne hanno evidenziato l’attività antinfiammatoria e antiossidante.

Il carcinoma dell’esofago a cellule squamose metastatico è una neoplasia importante, che comporta per i malati una prognosi grave e un’aspettativa di vita limitata.

Questo studio clinico di fase II ha valutato l’effetto di Andrographis paniculata sulle cure palliative in un gruppo di 30 soggetti con ESCC metastatico o localmente avanzato, non ritenuti idonei all’intervento chirurgico e che avevano già completato la chemioterapia palliativa o altri trattamenti oncologici.

I partecipanti allo studio hanno ricevuto granuli a base di estratto acquoso concentrato di Andrographis paniculata per un periodo di 4 mesi. Sono stati sottoposti, quindi, a valutazioni cliniche e sulla qualità di vita per valutare la risposta clinica e a TAC eseguita a 3 e 6 mesi dopo il trattamento con Andrographis per valutare il volume della massa tumorale. È stata anche studiata la variazione della composizione del microbiota intestinale dopo il trattamento. In 10 su 30 hanno completato l’intero ciclo di trattamento con AP, mentre 20 hanno ricevuto un trattamento parziale.

Secondo i risultati della sperimentazione i partecipanti che hanno completato il trattamento con Andrographis hanno avuto periodi di sopravvivenza globale significativamente più lunghi, mantenendo la qualità di vita durante tale periodo in confronto a coloro che non sono riusciti a completare il trattamento. Il trattamento con AP ha contribuito anche a migliorare la struttura del microbiota intestinale.

Lo studio, quindi, ha mostrato che Andrographis paniculata si può considerare un intervento palliativo sicuro ed efficace nel carcinoma esofageo a cellule squamose.

 

Fonte: Chiu PW, Yue GG, Cheung MK, et al. The effect of Andrographis paniculata water extract on palliative management of metastatic esophageal squamous cell carcinoma-A phase II clinical trial. Phytother Res. 2023 Aug;37(8):3438-3452.

 

Steatosi epatica non alcolica: azione positiva di un estratto di semi d’uva

Un recente studio clinico randomizzato in doppio cieco ha valutato l’effetto di un estratto di semi d’uva (Vitis vinifera), o vinaccioli, sui parametri metabolici, pressione arteriosa e steatosi epatica non alcolica in un gruppo di soggetti con questo problema.

Vi hanno partecipato 50 soggetti suddivisi in due gruppi di 25 partecipanti ciascuno: il gruppo di intervento ha ricevuto 520 mg/giorno (2 compresse contenenti 260 mg) di un estratto di semi d’uva, mentre il gruppo di controllo ha assunto una sostanza placebo simile per forma, colore, gusto e dimensione; la sperimentazione è durata 2 mesi. Ai partecipanti è stato chiesto all’inizio dello studio di rispettare un’alimentazione regolare e di praticare attività fisica.

I parametri glicemici, il profilo lipidico, i valori della pressione sanguigna e quelli della steatosi epatica non alcolica sono stati misurati prima e dopo l’intervento.

Il gruppo di intervento (15 donne e 10 uomini) aveva un’età media di 43,52 ± 8,12 anni, mentre l’età media dei partecipanti del gruppo placebo (11 donne e 14 uomini) era di 44,88 ± 10,14 anni.

Dopo 2 mesi di intervento è stato osservato che i livelli di insulina, colesterolo totale e LDL, trigliceridi, l’HOMA Index (strumento di valutazione dell’insulinoresistenza), le transaminasi ALT, AST, AST/ALT e la pressione arteriosa sistolica e diastolica diminuivano e aumentavano quelli del colesterolo HDL, con valori statisticamente significativi (P per tutti < 0,05).

Queste variazioni erano più marcate nel gruppo di trattamento rispetto al gruppo di controllo; inoltre, l’analisi tra i gruppi ha mostrato che la gravità della steatosi epatica era maggiormente ridotta nel gruppo di intervento rispetto al gruppo placebo (P = 0,002).

L’estratto di semi d’uva, scrivono in conclusione gli autori, può essere considerato uno degli interventi appropriati per il controllo di resistenza all’insulina, iperlipidemia, ipertensione e steatosi epatica nei soggetti che presentano questa condizione.

I risultati dello studio, infatti, mostrano che la sua assunzione per un periodo di 2 mesi è efficace nel migliorare il profilo lipidico, la resistenza all’insulina, la pressione arteriosa e la gravità della steatosi epatica. Si raccomandano ulteriori ricerche per confermare questi risultati e poterli generalizzare nella pratica clinica.

Fonte: Ghanbari P, Raiesi D, Alboebadi R, Zarejavid A, Dianati M, Razmi H, Bazyar H. The effects of grape seed extract supplementation on cardiovascular risk factors, liver enzymes and hepatic steatosis in patients with non-alcoholic fatty liver disease: a randomised, double-blind, placebo-controlled study. BMC Complement Med Ther. 2024 May 16;24(1):192

Rosa canina a supporto della cicatrizzazione delle ferite

La rosa canina (Rosa canina) è una specie spontanea appartenente alla famiglia delle Rosaceae. Fu Plinio il Vecchio a diffondere la credenza che la radice di questa pianta fosse utile contro la rabbia trasmessa dai morsi dei cani. Per questo nel 1700 Linneo le attribuì l’appellativo botanico di “canina”.

Nell’antichità la rosa canina era apprezzata per la sua azione contro infezioni e particolarmente contro il raffreddore e anche in epoca medievale veniva usata per problemi alle vie respiratorie, mentre i suoi falsi frutti, noti come cinorrodi, erano molto popolari nei dolci.

I cinorrodi si caratterizzano per l’elevato contenuto di vitamina C (dallo 0,3% all’1,7%), ma la rosa canina è una fonte di molti altri nutrienti e composti bioattivi tra cui carotenoidi, tocoferoli, tannini, pectina, amminoacidi, acidi grassi, oli essenziali e un galattolipide ad azione antinfiammatoria (GOPO).

Da qualche anno le bacche di rosa canina sono obiettivo della ricerca con studi in vitro che hanno valutato gli effetti della rosa canina a livello cellulare e trial clinici che hanno riguardato in particolare le proprietà antinfiammatorie e di promozione della salute.

Alcuni di questi hanno valutato, ad esempio, l’effetto sull’obesità e sui disturbi metabolici ad essa correlati, ma anche sull’osteoartrosi e le condizioni correlate al dolore. Di interesse anche le gemme, impiegate soprattutto in età pediatrica nei problemi dell’apparato respiratorio e per aumentare le difese dell’organismo.

La vitamina C, i carotenoidi, i polifenoli, gli acidi grassi polinsaturi (PUFA) sono stati studiati, inoltre, per le attività di protezione cutanea e anti-aging. La rosa canina ha mostrato un’azione positiva in grado di ridurre la profondità delle rughe perioculari e di migliorare idratazione ed elasticità della pelle.

Sono limitati, invece, gli studi riguardo alla sua efficacia nella guarigione/cicatrizzazione delle ferite. Tra i più recenti c’è una revisione sistematica che ha valutato gli effetti dell’olio di rosa canina in questo ambito e i potenziali meccanismi d’azione.

La review

Con una ricerca sulle banche dati PubMed, MEDLINE e Google Scholar sono stati individuati 20 studi (RCT, studi di coorte, caso-controllo e trasversali) e infine soltanto 2 studi sono stati inclusi nella review.

Il primo è stato condotto su 108 soggetti sottoposti a interventi per la rimozione di tumori della cute, che hanno nell’arco di tre mesi applicato olio di semi di rosa canina due volte al giorno per sei settimane dopo la rimozione chirurgica della sutura. I risultati dello studio hanno mostrato tassi significativamente più bassi di eritema dopo 6 e 12 settimane; migliorata anche la discromia rispetto al placebo. L’applicazione è stata ben tollerata e non sono stati segnalati eventi avversi.

Il secondo studio ha valutato su un gruppo di 60 soggetti (randomizzati nei due gruppi di sperimentale e di controllo: 30/30), trattati nel pronto soccorso con ustioni di secondo grado, gli effetti di un unguento contenente estratto di rosa canina rispetto al trattamento standard delle ustioni con sulfadiazina d’argento. Ai partecipanti è stato chiesto di applicare il rispettivo unguento sulla ferita ogni 6 ore fino alla guarigione della ferita. Nel gruppo rosa canina è stata osservata una guarigione delle ferite significativamente più rapida rispetto al gruppo di controllo (P < 0,001), oltre a una maggiore soddisfazione tra i partecipanti (P = 0,041).

Gli autori concludono che la pomata a base di olio di rosa canina può migliorare le cicatrici durante il processo di guarigione delle ferite, anche se sono necessari altri studi per raccomandarne l’uso terapeutico in questo ambito.

Tra i limiti della revisione sistematica si segnalano l’eterogeneità degli studi selezionati e oltre al fatto che entrambi gli studi includevano un gruppo di controllo ma non un gruppo placebo.

Fonte: Belkhelladi M, Bougrine A. Rosehip extract and wound healing: A reviewJ Cosmet Dermatol. January 2024;23(1):62-67.

Cumino nero: attività sul profilo dei lipidi

Il cumino nero (Nigella sativa L.) è una pianta utilizzata da tempi remoti, ben prima che fosse sviluppato l’approccio scientifico alle piante medicinali nel trattamento di diverse condizioni e malattie. In alcune culture, ad esempio in quella persiana, la pianta riveste anche un forte significato religioso ed è menzionata nei testi sacri dell’Islam.

Il cumino nero viene utilizzato nei sistemi di medicina tradizionale per diverse condizioni che includono asma, febbre, tosse, congestione toracica, cefalea cronica e mal di schiena. La sua ampia portata salutistica in relazione alla tradizione d’uso ha favorito negli ultimi anni lo sviluppo di estese indagini fitochimiche e biologiche, ma anche di diversi trial clinici.

L’attività salutistica di questa pianta deve ricondursi alla presenza di alcaloidi, cumarine, saponine, flavonoidi, oli essenziali e fenoli. Inoltre, nei semi sono presenti acido miristico, vitamine e alcuni oligoelementi che aggiungono valore a queste proprietà medicinali.

Gli studi farmacologici condotti su N. sativa hanno confermato la sua attività antitussiva, antiossidante, epato-, neuro- e gastroprotettiva, immunomodulante, analgesica, antinfiammatoria, spasmolitica e broncodilatatrice.

Lo studio

Diversi esperimenti hanno suggerito che l’integrazione di cumino nero potrebbe avere un effetto benefico anche sul profilo lipidico, ma nell’insieme i risultati degli studi disponibili in letteratura internazionale risultano contraddittori.

Entra nel merito una recente revisione sistematica con metanalisi che ha esplorato l’impatto della supplementazione di cumino nero sul profilo lipidico di soggetti adulti.

Sono stati selezionati a tal fine, dopo una ricerca nei database medico-scientifici Scopus, Web of Science, PubMed, Cochrane e Web of Science fino a dicembre 2022, 34 studi che hanno coinvolto complessivamente 2.278 partecipanti.

Gli outcome hanno mostrato che la supplementazione di N. sativa ha ridotto in modo statisticamente significativo i valori di colesterolo totale (TC) (p < 0,001), trigliceridi (TG) (p < 0,001) e colesterolo LDL (p < 0,001) rispetto ai gruppi di controllo, con un aumento del livello del colesterolo “buono” HDL (p < 0,001).

Questi risultati, concludono gli autori, dimostrano che il cumino nero agisce positivamente, migliorandoli, sui livelli di colesterolo totale, HDL e LDL e dei trigliceridi e che può essere consigliato come un agente ipolipemizzante di supporto.

Fonte: Rounagh M, Musazadeh V, Hosseininejad-Mohebati A, Falahatzadeh M, Kavyani Z, Rostami RB, Vajdi M. Effects of Nigella sativa supplementation on lipid profiles in adults: An updated systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. Clin Nutr ESPEN. 2024 Jun;61:168-180.

Benedetto Lavino eletto presidente di Cosmetica Italia

L’imprenditore, presidente di Bottega Verde, guiderà l’Associazione nazionale delle imprese cosmetiche per il prossimo triennio

Presentati programma e nuova squadra di presidenza. Tra gli obiettivi l’individuazione di un piano industriale a favore del settore cosmetico nazionale supportato da progetti di supporto, internazionalizzazione e responsabilità sociale per sostenere sviluppo e reputazione di un’industria chiave per la crescita del Sistema Paese

Il nuovo presidente sarà affiancato nel suo mandato da quattro vicepresidenti: Filippo De Caterina (L’Oréal Italia), Fabio Franchina (Framesi), Ambra Martone (ICR – Industrie Cosmetiche Riunite) e Renato Sciarrillo (Procter & Gamble).
«Con onore e senso di responsabilità raccolgo oggi la fiducia dei tanti colleghi imprenditori che mi affidano l’opportunità di essere il presidente di Cosmetica Italia, un’Associazione di categoria di grande pregio capace di rappresentare circa 650 imprese associate sull’intero territorio nazionale. Per il prossimo triennio, assieme alla squadra dei vicepresidenti – che ringrazio per il cammino che da oggi intraprendono al mio fianco – guarderemo a un macro-obiettivo: costruire le condizioni favorevoli affinché le aziende associate possano cogliere le opportunità di crescita in Italia e all’estero, supportandole nel preservare e incrementare la generazione di profitto anche in una congiuntura economica complessa, e apportando valore a tutta la filiera.

Un traguardo raggiungibile solo facendo sistema e legando, nel comune intento di affermare il valore economico, scientifico e sociale del prodotto cosmetico (elemento indispensabile per il benessere di ciascuno in ogni fase della vita), stakeholder, industria, istituzioni e mondo politico. Lavoreremo, infatti, per individuare una politica industriale solida e concreta a favore del settore cosmetico nazionale. Lo faremo con il supporto di progetti di advocacy, analisi di mercato e attività di responsabilità sociale per sostenere lo sviluppo e la reputazione di un settore chiave per la crescita e la competitività del Sistema Paese, capace di generare ricadute positive in termini socioeconomici e occupazionali», questo il commento del neoeletto presidente di Cosmetica Italia Benedetto Lavino.

Capsaicina e dolore da osteoartrite

L’osteoartrite è una malattia degenerativa articolare cronica, principalmente associata all’aumento dell’età, all’obesità e alle patologie metaboliche. La prevalenza stimata dell’osteoartrite è del 15% a livello globale, mentre negli Stati Uniti circa 43 milioni di persone presentano questa condizione.

Si caratterizza con il progressivo deterioramento e la perdita di cartilagine articolare che determina cambiamenti irreversibili nella struttura e nella funzione articolare. In genere i sintomi dell’osteoartrite si sviluppano gradualmente e colpiscono inizialmente una o poche articolazioni, più comunemente le dita, la base del pollice, il collo, la parte bassa della schiena, l’alluce, l’anca e il ginocchio.

I sintomi prevalenti sono dolore, compromissione della funzionalità e di conseguenza bassa qualità della vita dato che, nonostante l’uso di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS), più di un terzo dei malati riferisce di convivere con un dolore costante.

Le strategie terapeutiche comprendono più strumenti: FANS topici e iniezioni intra-articolari di glucocorticoidi, ma anche controllo del peso, attività fisica, fisioterapia, ginnastiche come il tai-chi e impiego di tutori.

La capsaicina è un composto organico presente nei peperoncini, precisamente è la sostanza responsabile del loro sapore piccante. Le formulazioni topiche di capsaicina sono state ampiamente utilizzate nella terapia del dolore.

Negli ultimi decenni vari studi randomizzati e controllati (RCT) ne hanno valutato l’efficacia nel trattamento del dolore correlato a osteoartrite e hanno riportato benefici modesti su varie tipologie di dolore, tra cui neuropatia diabetica, nevralgia posterpetica, dolore muscoloscheletrico cronico e dolori da artrite.

L’applicazione di cerotti di capsaicina (8%) è risultata efficace quanto i farmaci orali correnti nel trattamento dei dolori correlati alla neuropatia periferica diabetica, ma senza procurare gli effetti avversi (sonnolenza, vertigini e affaticamento) generalmente associati a questi farmaci.

Lo studio

Una recente revisione sistematica con metanalisi ha passato in rassegna le evidenze attualmente disponibili sull’efficacia e la sicurezza della capsaicina topica nella gestione del dolore da osteoartrite.

Dopo una ricerca sulle banche dati internazionali PubMed ed Embase (Ebsco) sono stati selezionati otto studi randomizzati in doppio cieco che hanno riguardato un totale di 498 pazienti.

La metanalisi ha mostrato che la capsaicina in applicazione topica (0,0125% -5%) è più efficace del placebo nel ridurre la gravità del dolore misurata con scala analogica visiva, pur essendo associata a una maggiore sensazione di bruciore nel sito di applicazione.

La capsaicina topica contribuisce, dunque, a ridurre il dolore da osteoartrite ai follow-up fino a 3 mesi e, scrivono i ricercatori, potrebbe essere raccomandata per la gestione a breve termine del dolore soprattutto nei soggetti intolleranti ai farmaci antinfiammatori non steroidei.

Queste raccomandazioni sono in sintonia con le Linee Guida di pratica clinica della OA Research Society International del 2014 (McAlindon et al., 2014).

A causa della breve durata dello studio, della scarsa numerosità campionaria e dell’eterogeneità degli studi esaminati, è opportuno proseguire la ricerca in materia con studi più ampi e con follow-up più lunghi.

Fonte: Tshering G, Posadzki P, Kongkaew C. Efficacy and safety of topical capsaicin in the treatment of osteoarthritis pain: A systematic review and meta-analysis. Phytother Res. 2024 May 18.

Mirtilli e declino cognitivo della terza età

Durante il giorno, più di frequente intorno alle ore 14, si osserva un calo delle prestazioni cognitive collegate ai ritmi circadiani e all’omeostasi. Le capacità cognitive subiscono un rallentamento anche nel periodo postprandiale, generalmente un’ora dopo aver mangiato, e ciò può influire su alcuni domini cognitivi come, ad esempio, il funzionamento esecutivo (EF), la memoria episodica (EM) e l’attenzione.

Evidenze scientifiche hanno rilevato che gli alimenti ricchi di antociani, ad esempio i frutti di bosco, contribuiscono a migliorare le prestazioni cognitive e ad attenuare il declino di questi parametri nella terza età.

Si collocano in questo contesto due studi clinici randomizzati in doppio cieco con controllo placebo, in cross over, che hanno valutato se un estratto di mirtillo selvatico contribuisce a migliorare la funzione cognitiva in un arco di tempo specifico (in acuto).

Il primo studio (ROAB) ha indagato in un gruppo di anziani sani (età 68-75 anni) l’efficacia di un estratto di mirtilli selvatici sul mantenimento di funzionamento esecutivo e memoria episodica durante il giorno, unitamente alla misurazione di parametri cardiovascolari.

Per individuare la dose ottimale da cui sortiscono gli effetti a livello cognitivo e cardiovascolare, sono state utilizzate diverse dosi dell’estratto. I partecipanti (28) hanno dunque ricevuto una singola dose di estratto di mirtillo selvatico (111 mg, 222 mg, 444 mg o 888 mg) oppure un placebo per 5 settimane, ciascuna separata da un periodo di washout di 1 settimana.

I risultati della supplementazione, misurati a 0, 2, 4 e 6 ore dopo l’intervento, attuato immediatamente dopo il basale, hanno mostrato un calo evidente e significativo della funzione esecutiva al timepoint di 4 ore solo per il placebo e un’attenuazione di questo calo nel gruppo di intervento (estratto di mirtillo). L’estratto, al dosaggio di 222 mg, ha determinato anche una riduzione della pressione arteriosa sia sistolica che diastolica.

Un secondo studio (BEAT) ha replicato l’osservazione sul previsto declino cognitivo post-prandiale, valutando anche l’eventuale miglioramento dei parametri cardiovascolari (pressione arteriosa e frequenza cardiaca) a seguito della supplementazione dell’estratto di mirtillo (dose 222 mg).

I partecipanti (45) hanno ricevuto l’estratto di mirtillo oppure un placebo, con un washout di 1 settimana. I risultati dell’intervento sono stati misurati al tempo 0 e alle ore 14:00, quando era previsto il calo cognitivo post-prandiale; il pranzo è stato effettuato un’ora prima del test cognitivo.

Risultati

Il tempo di reazione del funzionamento esecutivo è risultato significativamente più veloce con l’estratto di mirtilli rispetto al placebo alle ore14:00, mentre non sono emersi benefici significativi su altri parametri cognitivi e cardiovascolari.

I due studi indicano che l’estratto di mirtilli selvatici mitiga il fisiologico declino cognitivo osservato nel corso della giornata, in particolare quando è associato al calo postprandiale, e può apportare anche benefici a livello cardiovascolare.

Questi effetti sono stati tuttavia osservati su un numero limitato di parametri, indicando la necessità di effettuare ulteriori ricerche per valutare l’efficacia dell’estratto di mirtilli in popolazioni che presentano lievi disturbi cognitivi.

Fonte: Cheng N, Barfoot KL, Le Cozannet R, Fança-Berthon P, Lamport DJ, Williams CM. Wild Blueberry Extract Intervention in Healthy Older Adults: A Multi-Study, Randomised, Controlled Investigation of Acute Cognitive and Cardiovascular Effects. Nutrients. 2024 Apr 16;16(8):1180.

Withania e gestione dello stress

Per un italiano su tre (34%) lo stress è una condizione cronica, il 26% dichiara di sentirsi stressato spesso e il 9% addirittura ogni giorno. A dirlo è una ricerca dell’Osservatorio Sanità di UniSalute, condotta nell’estate 2022 insieme a Nomisma, su un campione rappresentativo di 1.200 persone.

Sappiamo che lo stress è un fattore causale nella modulazione della salute cognitiva, da cui dipendono anche il benessere generale e la qualità della vita delle persone. È stato, inoltre, dimostrato che uno stress prolungato altera l’equilibrio dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), aumentando e mantenendo elevati i livelli di cortisolo.

In medicina ayurvedica alcune piante medicinali vengono usate per alleviare lo stress e anche per migliorare le disfunzioni dell’asse HPA.

Tra queste Withania somnifera (nota anche come ashwagandha o ginseng indiano), un arbusto sempreverde originario del Sud Africa e diffusosi nell’area mediterranea, sulle coste di India, Asia orientale e Africa settentrionale, contribuisce a ridurre l’affaticamento, migliora l’attenzione, tonifica l’organismo rilassando il sistema nervoso e migliorando la gestione dello stress correlato agli stati ansiosi.

L’attuale letteratura scientifica ne conferma le proprietà neuroprotettive e antifatica, che lo rendono un utile sostegno nello stress correlato ad ansia e insonnia, nei casi di astenia, tensione, calo del tono umorale, in particolare se associato a iniziale deficit cognitivo. La pianta, infatti, è utilizzata spesso per aiutare la memoria e le prestazioni intellettuali. 

Lo studio

Un recente studio randomizzato in doppio cieco con controllo placebo, pubblicato su Nutrients, ha valutato nello specifico il ruolo di un estratto acquoso di ashwagandha (radici e foglie) sulla riduzione dello stress.

Hanno partecipato alla ricerca in totale 131 individui e 98 di essi sono stati inclusi nell’analisi finale. Sono state testate, per un periodo di 8 settimane, 3 diverse dosi di estratto di withania (125, 250 e 500 mg) su un gruppo di adulti con stress elevato auto-riportato.

L’attenuazione dello stress cronico è stata misurata utilizzando la scala dello stress percepito (PSS) a 14 item e con biomarcatori correlati allo stress, tra cui il cortisolo plasmatico, l’ACTH e l’α-amilasi salivare.

I risultati della ricerca hanno mostrato che l’estratto acquoso di withania riduce in modo sicuro e con una certa velocità di azione lo stress cronico da lieve a moderato, migliorando anche i parametri del sonno, della vitalità e della qualità della vita.

È il primo studio che ha osservato un effetto dose-dipendente di 3 diverse dosi di estratto acquoso di withania sullo stress, segnalando un effetto positivo già alla dose bassa di 125 mg/die.

Fonte: Pandit S, Srivastav AK, Sur TK, Chaudhuri S, Wang Y, Biswas TK. Effects of Withania somnifera Extract in Chronically Stressed Adults: A Randomized Controlled Trial. Nutrients. 2024 Apr 26;16(9):1293. doi: 10.3390/nu16091293.

Echinacea nella prevenzione delle infezioni respiratorie

Nonostante i progressi nella conoscenza della patologia e i miglioramenti anche a livello igienico, le infezioni del tratto respiratorio sono ancora molto frequenti in tutto il mondo. Si dividono convenzionalmente in infezioni del tratto respiratorio superiore (URTI), che colpiscono il rinofaringe e i seni nasali, e infezioni del tratto respiratorio inferiore (LRTI), che colpiscono invece trachea, bronchi e polmoni.

Uno studio condotto dal Global Burden of Diseases, Injuries and Risk Factors (GBD) ha stimato che fino al 2019, 17,2 miliardi di casi (il 42,8% di tutte le malattie mondiali) erano una conseguenza delle infezioni del tratto respiratorio superiore, con un’elevata prevalenza nei Paesi con elevati indici sociodemografici.

Lo stesso studio ha attribuito 291,7 milioni di casi alle infezioni del tratto respiratorio inferiore, di cui circa l’1% fatale; nel 2019 queste infezioni sono state la principale causa di morte per malattia infettiva.

Circa un terzo di tutte le infezioni respiratorie colpisce bambini con meno di cinque anni di età; di queste un numero sproporzionatamente elevato (0,7 milioni di casi) risulta letale. Un tasso di mortalità elevato è riportato anche per gli anziani e per i soggetti immuno-compromessi. Questi numeri peraltro non tengono conto della pandemia di COVID-19, che ha causato circa 677 milioni di infezioni e 6,9 milioni di morti in tutto il mondo.

La metanalisi su Echinacea

Le infezioni del tratto respiratorio sono anche la principale causa di prescrizioni di antibiotici, per lo più a causa del rischio di infezioni batteriche secondarie.

Un recente studio di metanalisi ha valutato se l’Echinacea possa ridurre la necessità di assumere antibiotici prevenendo le infezioni respiratorie e le loro complicanze; successivamente è stato studiato anche il profilo di sicurezza di questa pianta.

Ai fini dell’analisi quantitativa (metanalisi) è stata effettuata una ricerca sistematica sulle banche dati medico-scientifiche EMBASE, PubMed, Google Scholar, Cochrane DARE e clinictrials.gov e sono stati individuati 30 studi clinici (39 confronti) che hanno valutato il ruolo dell’Echinacea nella prevenzione o nel trattamento delle infezioni respiratorie in un totale di 5.652 soggetti.

L’Echinacea ha ridotto in modo statisticamente significativo l’incidenza mensile di queste infezioni, il rapporto di rischio e il numero di pazienti con ≥1 RTI.

La somministrazione di preparati a base di questa pianta ha ridotto il rischio di infezioni ricorrenti, di complicanze nonché la necessità di terapia antibiotica, riducendo del 70% i giorni di terapia antibiotica.

Gli estratti alcolici di Echinacea purpurea appena raccolta sono risultati i più efficaci, con la riduzione dell’80% dei giorni di trattamento antibiotico. Gli eventi avversi di Echinacea sono risultati simili a quelli del trattamento di controllo.

L’Echinacea è in grado, pertanto, di prevenire in sicurezza le infezioni del tratto respiratorio e le complicanze a queste associate, diminuendo così la richiesta di farmaci antibiotici. Sono emerse delle differenze rilevanti tra i vari preparati a base di Echinacea.

Il lavoro, infatti, ha censito anche un’ampia gamma di studi in analisi primaria per ottenere un quadro generale dei preparati contenenti Echinacea. A tal fine sono stati inclusi studi controllati senza trattamento o controllati attivamente solo se adeguatamente randomizzati. Lo studio non ha riguardato una singola specie di Echinacea o una singola tecnica di produzione e sono stati inclusi preparati che contenevano anche altri ingredienti (zinco, altre erbe o vitamine). L’indagine è stata condotta nel rispetto delle ultime raccomandazioni del gruppo di lavoro PRISMA per il report delle metanalisi.

Fonte: Gancitano G, Mucci N, Stange R, et al. Echinacea Reduces Antibiotics by Preventing Respiratory Infections: A Meta-Analysis (ERA-PRIMA). Antibiotics (Basel). 2024 Apr 16;13(4):364.

Azione della curcumina sull’artrite reumatoide

L’artrite reumatoide è una malattia autoimmune scatenata da una reazione anomala del sistema immunitario che attacca le cellule sane scambiandole per nemiche. Le conseguenze di questo processo sono il danno alle articolazioni (ma non solo) e l’infiammazione che, se non vengono curati, peggiorano sempre di più, fino a compromettere in modo importante la vita di chi ne soffre, sul piano fisico e anche dal punto di vista psicologico.

In Italia si stimano circa 400.000 casi, donne in 8 casi su 10, con un picco soprattutto nella fascia d’età tra i 40 e i 60 anni. L’artrite reumatoide è caratterizzata da dolore, gonfiore e rigidità articolare con interessamento prevalentemente simmetrico soprattutto delle piccole articolazioni di mani e piedi. Il coinvolgimento della colonna è molto raro e solo nelle fasi avanzate della malattia. Il dolore e la rigidità sono presenti soprattutto di notte e al risveglio, il quadro clinico migliora nel corso della giornata.

Si ritiene che anche lo stress ossidativo abbia un ruolo cruciale nella fisiopatologia dell’artrite reumatoide, che è associata a difese antiossidanti compromesse. Lo stress ossidativo è un’alterazione dell’equilibrio tra la produzione di radicali liberi (ROS) e i sistemi antiossidanti attivati dall’organismo che può arrecare danni a cellule e tessuti.

I dettagli dello studio

Un recente studio clinico controllato randomizzato in doppio cieco con controllo placebo ha indagato gli effetti dell’integrazione di curcumina sui livelli sierici della capacità antiossidante totale, di malondialdeide (MDA), un metabolita fisiologico e marcatore dello stress ossidativo, e sul Disease Activity Score- DAS-28 (un indice di valutazione dell’attività dell’artrite reumatoide a 28 item) in un campione di donne con artrite reumatoide.

A tal fine 48 donne affette da artrite reumatoide sono state suddivise in due gruppi: il gruppo di intervento ha ricevuto una capsula di curcumina (500 mg al giorno), mentre il gruppo di controllo ha ricevuto una capsula placebo; la sperimentazione è durata 8 settimane.

Le misurazioni antropometriche e i campioni di sangue a digiuno sono stati raccolti al basale e alla fine dello studio. Infine, è stato valutato anche il Disease Activity Score, questionario in 28 item (DAS-28), l’apporto alimentare e i livelli di attività fisica.

La supplementazione di curcumina per 8 settimane ha aumentato in modo statisticamente significativo i livelli sierici di capacità antiossidante totale (p < 0,05), ha diminuito il numero delle articolazioni dolenti e gonfie, il punteggio sulla scala analogica visiva (VAS) per il dolore e il punteggio sul DAS-28 rispetto al placebo alla fine del trattamento (p < 0,001).

Anche il livello di malondialdeide è diminuito in modo significativo nel gruppo curcumina (p <0,05), ma i cambiamenti nella concentrazione di MDA non sono risultati statisticamente significativi tra i due gruppi alla fine dello studio (p = 0,145).

In definitiva, scrivono gli autori, l’integrazione di curcumina ha avuto un effetto benefico aumentando i livelli sierici di capacità antiossidante totale e diminuendo il punteggio del DAS-28 in un gruppo di donne che presentavano artrite reumatoide.

Fonte: Pourhabibi-Zarandi F, Rafraf M, Zayeni H, Asghari-Jafarabadi M, Ebrahimi AA. The efficacy of curcumin supplementation on serum total antioxidant capacity, malondialdehyde, and disease activity in women with rheumatoid arthritis: A randomized, double-blind, placebo-controlled clinical trial. Phytother Res. 2024 May 3.