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Crema con ingredienti vegetali migliora la radiodermite

La radiodermite, ovvero la dermatite indotta da radioterapia, è uno degli effetti avversi più frequenti nelle persone sottoposte a questa terapia oncologica. Per il trattamento della radiodermite si ricorre a corticosteroidi, immunosoppressori e anche a prodotti di origine naturale.

A tale riguardo uno studio clinico controllato randomizzato, in doppio cieco condotto presso l’Unità di Radioterapia Oncologica dell’Ospedale Reina Sofía e in 5 centri di cure primarie del Distretto Sanitario di Cordoba e Guadalquivir (Spagna) ha valutato l’efficacia di una crema registrata contenente vari ingredienti naturali tra cui aloe vera, camomilla e timo, nel ridurre l’incidenza della radiodermite in un gruppo di donne con cancro al seno sottoposte a trattamento radioterapico.

Le donne assegnate al gruppo sperimentale (N:35) sono state trattate con la crema a base di erbe, mentre quelle del gruppo di controllo (N:35) hanno ricevuto una crema idratante ed emolliente. Le principali misure di esito (outcome) includevano l’incidenza della radiodermite, ma sono stati valutati anche il tempo libero da radiodermite, la sua durata, la qualità della vita e la sicurezza del prodotto.

L’incidenza di radiodermite è risultata inferiore nel gruppo trattato con la crema a base di ingredienti botanici (71,4%) rispetto al gruppo di controllo (91,4%) dopo 4 settimane di follow-up (p < 0,031).

Il questionario Skindex-29 ha mostrato delle differenze tra i due gruppi con riferimento all’affermazione “le condizioni della pelle mi rendono difficile lavorare o praticare un hobby”: 17,1% nel gruppo controllo versus 2,9% nel gruppo trattamento (P = 0,024).

È stata dimostrata, quindi, la maggiore efficacia della formulazione botanica rispetto alla crema idratante applicata nel gruppo di controllo nel ridurre l’incidenza della radiodermite nelle donne con tumore al seno sottoposte a terapia radiante.

Fonte: Villegas-Becerril E, Jimenez-Garcia C, Perula-de Torres LA, et al. Efficacy of an aloe vera, chamomile, and thyme cosmetic cream for the prophylaxis and treatment of mild dermatitis induced by radiation therapy in breast cancer patients (the Alantel study). Contemp Clin Trials Commun. 2024 Apr 2;39:101288.

Attività antinfiammatoria dell’aglio nero fermentato

L’aglio nero è una forma fermentata di aglio (Allium sativum L.), che viene prodotta a temperature, umidità e periodi di tempo ben definiti. In questo modo, l’aglio perde il sapore pungente che lo caratterizza, derivato dalla presenza di alliina, oltre al caratteristico odore, mentre la consistenza diventa da gommosa a gelatinosa e il colore si scurisce tra il marrone e il nero. Rispetto ad Allium sativum, l’aglio nero ha meno effetti collaterali ed è più facile da digerire.

Grazie alla presenza di molti composti bioattivi, l’aglio nero esplica proprietà medicinali, comprese quelle antinfiammatorie e antitumorali.

Ne parla in dettaglio una review, pubblicata di recente sull’International Journal of Molecular Sciences da un gruppo di ricercatori dell’Università di Rzeszow, in Polonia.

Secondo la ricerca, queste proprietà sarebbero dovute principalmente alla riduzione della produzione di citochine proinfiammatorie, nonché alla capacità dell’aglio nero e dei suoi componenti di eliminare gli effetti negativi legati alle specie reattive dell’ossigeno (ROS).

Le sostanze fitochimiche contenute nell’aglio nero hanno anche proprietà antiproliferative e antiangiogeniche e inibiscono la crescita delle cellule tumorali.

In sintesi, l’aglio nero può rappresentare una fonte importante di sostanze biologicamente attive utili nella gestione e nella prevenzione delle condizioni associate a infiammazione cronica, concludono gli autori della review.

Fonte: Stępień AE, Trojniak J, Tabarkiewicz J. Anti-Cancer and Anti-Inflammatory Properties of Black GarlicInternational Journal of Molecular Sciences. 2024; 25(3):1801.

Fegato grasso: impatto della silimarina

La steatosi epatica non alcolica, nota anche come fegato grasso (NAFLD), è una malattia cronica del fegato con un’alta prevalenza in tutto il mondo e rappresenta un grave danno per la salute umana.

Un numero crescente di evidenze scientifiche suggerisce che la somministrazione di specifici integratori e nutraceutici contribuisce a rallentare la progressione di questa condizione. Tra questi la silimarina, una miscela di silibina, silicristina e silidianina (nei rapporti rispettivamente 3:1:1), tre princìpi attivi presenti in diverse piante e in particolare nel cardo mariano (Silybum marianum).

Studi pregressi hanno indicato che la silimarina in particolare sarebbe in grado di proteggere le cellule epatiche dalle infiammazioni e dai danni procurati dallo stress ossidativo e, allo stesso tempo, di potenziare la sintesi delle proteine epatiche; sembrerebbe, dunque, utile nel supporto della salute e della funzionalità di questo organo, anche in caso di sofferenza importante dovuta a malattie come epatiti (anche acute, infettive e tossiche), intossicazioni epatiche, cirrosi e altre patologie a carico del fegato, anche croniche.

Lo studio di revisione sistematica

Ha fatto il punto sulle ricerche condotte sulla silimarina una revisione sistematica con metanalisi, pubblicata di recente sulla rivista Annals of Hepatology.

La ricerca delle fonti rilevanti è stata effettuata nelle principali banche dati medico scientifiche (PubMed, Embase, Cochrane Library, Web of Science, clinicaltrails.gov e China National Knowledge Infrastructure). Dal punto di vista metodologico sono state considerate la differenza media standard (SMD) e l’odds ratio (OR); l’eterogeneità è stata valutata con il test Q di Cochran e il valore di P<0,05 è stato considerato come statisticamente significativo.

Nello studio sono stati inclusi 26 studi controllati randomizzati che hanno riguardato complessivamente 2.375 individui.

Di seguito i risultati principali: la somministrazione di silimarina ha ridotto in modo statisticamente significativo i livelli di colesterolo totale e colesterolo LDL, trigliceridi, FI e l’HOMA-IR e ha aumentato il livello di colesterolo HDL.

Inoltre, la silimarina ha ridotto il danno epatico, come si evince dalla diminuzione dei livelli delle transaminasi ALT e AST. Anche i livelli dell’indice di fegato grasso e il punteggio di fegato grasso sono diminuiti.

La biopsia epatica dei partecipanti al gruppo di intervento ha mostrato un miglioramento significativo della steatosi epatica.

In base a questi dati i ricercatori concludono che la silimarina contribuisce a regolare il metabolismo energetico, riducendo il danno epatico e migliorando l’istologia epatica nei pazienti con steatosi epatica non alcolica, suggerendo che questi promettenti effetti della silimarina debbano essere confermati con ulteriori ricerche.

Fonte: Li S, Duan F, Li S, Lu B. Administration of silymarin in NAFLD/NASH: A systematic review and meta-analysis. Ann Hepatol. 2024 Mar-Apr;29(2):101174.

Anche gli oranghi si curano con le erbe

 

L’etnoveterinaria e l’utilizzo di erbe per la salute animale è una pratica tradizionale consolidata, che trova sempre più riscontro anche nella letteratura scientifica.

Le manifestazioni di “autocura” tra gli animali – ad esempio, oranghi e altri primati in Asia e Africa che si strofinano il corpo con succhi di piante medicinali per ridurre i dolori o ingeriscono erbe specifiche contro le parassitosi – sono piuttosto frequenti, ma restano difficili da documentare a causa della loro estrema imprevedibilità.

Per questo assume tratti straordinari quanto riportato in un recente articolo di Scientific Reports (Laumer et al. 2024), rivista collegata al prestigioso Nature, con cui i biologi dell’Istituto tedesco per il comportamento animale Max Planck e dell’Universitas Nasional indonesiana hanno documentato il caso di un maschio di orango di Sumatra che si è trattato in “autocura” una ferita importante sul viso con una liana locale.

Lo studio, condotto da Isabelle Laumer e Caroline Schuppli, si è svolto presso il sito di ricerca del parco nazionale di Gunung Leuser nella parte settentrionale di Sumatra (Indonesia), in un’area protetta della foresta pluviale che ospita circa 150 oranghi in grave pericolo di estinzione. La documentazione, una sorta di case report, riferisce che l’orango Rakus 3 giorni dopo l’incidente ha raccolto le foglie di una liana nota nell’arcipelago come Akar Kuning (Fibraurea tinctoria) e, dopo averle masticate, ne ha applicato ripetutamente il succo sulla ferita facciale, ricoprendola da ultimo completamente con le foglie stesse.

È stata un’operazione minuziosa che ha richiesto diversi minuti per essere completata, ripetuta più volte anche nei giorni seguenti con esiti assai positivi: infatti, la ferita non soltanto non si è infettata, ma si è completamente rimarginata nell’arco di pochi giorni.

Presente nelle foreste tropicali del sud-est asiatico, la liana Fibraurea tinctoria è nota per i suoi effetti analgesici, antipiretici e diuretici ed è utilizzata in medicina tradizionale per trattare diverse condizioni di salute.

Studi di laboratorio hanno chiarito che tra i suoi componenti ci sono furanoditerpenoidi e alcaloidi come la protoberberina, dei quali sono note le attività antibatteriche, antinfiammatorie, antifungine, antiossidanti e favorenti la rimarginazione delle ferite. Inoltre, poiché appare chiaro che Rakus abbia curato intenzionalmente la ferita, l’ipotesi avanzata dai ricercatori è che il suo comportamento abbia avuto origine in una pratica comune condivisa da umani e primati.

Si tratta, in ogni caso, di una testimonianza straordinaria che ha documentato – per la prima volta in modo sistematico con gli strumenti del report scientifico – il trattamento di una ferita con una specie vegetale contenente fitosostanze attive da parte di un animale.

Un caso che al di là della inevitabile “spettacolarizzazione” mediatica conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, quanto siano forti e interconnesse le relazioni tra noi umani e le altre specie viventi, come magistralmente sintetizza la visione “One Health”.

 

 

Spirulina e dispepsia

L’ipersecrezione acida rebound dopo la sospensione degli inibitori di pompa protonica (IPP) può provocare sintomi dispeptici. Si cercano, dunque, delle alternative per minimizzare questi sintomi e tra queste è stata segnalata anche l’alga spirulina (Spirulina platensis).

Si tratta di una micro alga blu-verde contenente proteine e aminoacidi essenziali, polisaccaridi, acidi grassi essenziali, minerali e vitamine tra cui la vitamina B12, beta-carotene, clorofilla e fibre, che svolge un’azione di sostegno e ricostituente per l’organismo.

Questo studio clinico randomizzato di fase 2, in doppio cieco e con controllo placebo ha valutato se Spirulina platensis, grazie alle sue proprietà antinfiammatorie e analgesiche, è in grado di ridurre i sintomi rebound da sospensione di IPP.

Alla ricerca – condotta presso l’ospedale São Vicente de Paulo in Brasile- hanno partecipato 45 soggetti che facevano uso regolare di IPP. Questi, dopo esami clinici ed endoscopici e una fase di rodaggio di 28 giorni con 40 mg/die di pantoprazolo, in assenza di problemi importanti (ernia iatale di grandi dimensioni, ulcera peptica o esofagite da reflusso grave), hanno sospeso l’assunzione degli IPP e sono stati randomizzati per ricevere 1,6 g/die di spirulina (gruppo trattamento) oppure un placebo (gruppo di controllo) per due mesi, seguiti da rivalutazioni cliniche ed endoscopiche.

In base a un’analisi intention-to-treat, gli outcome primari post-intervento sono stati individuati nella dispepsia e nei sintomi tipici del reflusso, in sostanza la comparsa o il mantenimento di sintomi >50% rispetto alla baseline.

La durata mediana dell’uso continuo di PPI è stata di 32 mesi. Due partecipanti sono stati esclusi a causa di ernie iatali di grandi dimensioni. Tra i restanti 43, 18 hanno ricevuto la spirulina (42%) e 25 hanno utilizzato un placebo (58%).

Dodici partecipanti al gruppo spirulina (67%) e 18 del gruppo placebo (72%) hanno completato lo studio (P = .968). La dispepsia da reflusso si è verificata in 10 dei 18 pazienti trattati con spirulina (55,56%) e in 22 dei 25 pazienti trattati con il placebo (88%), con P = .039.

I sintomi da reflusso post-intervento si sono verificati rispettivamente nel 72% del gruppo spirulina e nel 76% di quello di controllo; non ci sono stati effetti collaterali significativi in nessuno dei due gruppi. I risultati dell’ecografia e dell’esame istologico gastrici non erano diversi tra i due gruppi.

Un ciclo di due mesi di Spirulina è stato quindi in grado di migliorare la dispepsia rebound dopo sospensione di integratori di pompa, ma non i sintomi da reflusso. Considerando il suo buon profilo di sicurezza, la spirulina potrebbe essere utilizzata per alleviare i sintomi dispeptici dopo la sospensione di questi farmaci.

Fonte: Gronevalt ATM, Bertolin TE, Forcelini CM, et al. Spirulina Platensis Attenuates Rebound Dyspeptic Symptoms After Proton Pump Inhibitors’ Discontinuation: Phase 2 Placebo-controlled Trial. Altern Ther Health Med. 2024 Feb;30(2):18-24.

Nuova opinione EFSA sulle piante ad antrachinoni

Breaking News

Si attendeva questa pronunciamento dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) dal 2021, quando il Regolamento UE 2021/468, subito recepito in Italia con una Circolare del Ministero della Salute, vietava l’impiego e la commercializzazione dei preparati a base di Aloe contenenti aloe-emodina, emodina, aloina A, aloina B e dantrone.

Con quell’atto si stabiliva anche che altre tre piante contenenti idrossiantraceni – rabarbaro, senna e frangula – fossero sottoposte a scrutinio per un periodo di 4 anni durante i quali le aziende del settore avrebbero potuto raccogliere dati scientifici che ne dimostrassero la sicurezza e l’assenza di genotossicità.

Il parere dell’EFSA sulle specie botaniche contenenti derivati idrossiantracenici è arrivato, con la pubblicazione sul giornale dell’EFSA il 23 maggio, e non c’è affatto da rallegrarsi per le prospettive che apre.

L’Autorità europea scrive, infatti, di non essere in grado di valutare la sicurezza delle preparazioni a base di antrachinoni sulla base degli studi che sono stati effettuati nel periodo di ‘scrutinio’. Si tratta – lo ricordiamo – di 15 studi effettuati in sintonia con le linee guida pubblicate dalla stessa EFSA, tutti negativi circa la presunta genotossicità attribuita alle sostanze sotto ‘esame’.

La ragione portata dal panel di esperti dell’EFSA è che queste piante/preparati vegetali contengono aloe-emodina ed emodina – già ‘bollate’ come genotossiche, peraltro in un unico e controverso esperimento in vivo – e che le ricerche pubblicate nel frattempo hanno riguardato comunque preparati vegetali a basse concentrazioni di aloe-emodina e di altri idrossiantraceni. Di conseguenza non si può escludere una loro eventuale genotossicità, così come non è possibile stabilire una soglia di sicurezza delle preparazioni che le contengono.

Torneremo presto su questa decisione dell’EFSA con ulteriori approfondimenti e dettagli scientifici. Stay tuned!

Olio di iperico e gonartrosi

L’iperico (Hypericum perforatum L.), comunemente noto anche come erba di San Giovanni, è una pianta della famiglia delle Clusiaceae tradizionalmente utilizzata per il trattamento di ansia, depressione, oltre che per ferite, ustioni, scottature solari, disturbi gastrici ecc.

L’iperico viene utilizzato anche come antinfiammatorio nei casi di artrosi, sciatalgia e vari dolori di natura reumatica.

Un recente studio ha valutato la sua attività sulla riduzione del dolore e sul miglioramento della funzione fisica nel trattamento dell’osteoartrosi, esaminando nello specifico l’effetto dell’olio di iperico sull’intensità del dolore e sulle funzioni fisiche di persone che presentavano osteoartrosi del ginocchio.

Lo studio ha adottato un disegno misto qualitativo e in singolo cieco, randomizzato, controllato con placebo: il campione era composto da 60 pazienti randomizzati in gruppo di intervento (n = 30) e gruppo di controllo con placebo (n = 30).

I partecipanti al gruppo di intervento sono stati trattati con olio di iperico applicato per via topica tre volte la settimana per 3 settimane; i partecipanti al gruppo di controllo placebo sono stati trattati con olio d’oliva per lo stesso periodo di tempo e con le stesse modalità.

I dati quantitativi sono stati raccolti utilizzando scala analogico vista (Visual Analogue Scale) e il Western Ontario and McMaster Universities Osteoarthritis Index (WOMAC), un questionario Patient-Reported Outcome che ha lo scopo di identificare variazioni di sintomi e di restrizioni di attività in soggetti con artrosi di anca e ginocchio e in soggetti sottoposti a chirurgia sostitutiva.

I dati qualitativi sono stati raccolti attraverso interviste semi-strutturate.

Di seguito i risultati principali di questa ricerca. Il gruppo di intervento iperico ha ottenuto un punteggio medio della scala analogica visiva significativamente più basso nel primo, terzo e quarto follow-up rispetto al gruppo di controllo, con punteggi medi della sottoscala WOMAC-dolore, rigidità e funzione fisica significativamente più bassi nell’ultimo follow-up rispetto al primo. I dati qualitativi concordavano con quelli quantitativi.

Questi risultati – concludono i ricercatori – mostrano che l’olio di iperico contribuisce a ridurre il dolore nei soggetti con osteoartrosi del ginocchio aiutandole, quindi, a diventare fisicamente più attive.

Sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere meglio l’effetto e consolidare questi risultati promettenti.

Fonte: Sönmez DZ, Taşcı S. The Effect of St. John’s Wort Oil (Hypericum Perforatum L.) in Knee Osteoarthritis: A Randomized Controlled and Qualitative Study. Pain Manag Nurs. 2024 Apr;25(2):e115-e125.

A Congresso la ricerca internazionale sui prodotti naturali

L’11° Congresso Ricerca sui Prodotti Naturali (ICPNR) si svolgerà presso il Centro Congressi di Cracovia, città sito Patrimonio dell’Umanità UNESCO, dal 13 al 17 luglio prossimi

 

L’evento congressuale riunirà esperti e ricercatori provenienti da tutto il mondo per condividere e discutere le ultime acquisizioni della ricerca scientifica sui prodotti naturali e fare rete con altri professionisti del settore.

Partecipano le principali Società scientifiche internazionali sulle piante medicinali, tra cui la Società italiana di fitochimica e delle scienze delle piante medicinali, alimentari e da profumo, (SIF), la tedesca Society for Medicinal Plant and Natural Product Research (GA), l’American Society of Pharmacognosy statunitense (ASP), la Phytochemical Society of Europe (PSE), la Società Francese di Farmacognosia e le Società di Farmacognosia giapponese e coreana.

Saranno trattati i seguenti temi scientifici: organismi marini, funghi, microbi e piante come fabbriche chimiche; tecnologie d’avanguardia per la scoperta, formulazione e sviluppo dei prodotti naturali; i prodotti naturali nell’era delle malattie infettive emergenti; la ricerca sui prodotti naturali e le sfide del cambiamento climatico; biotrasformazione e biosintesi dei prodotti naturali; ingegneria genetica delle colture alimentari e delle piante medicinali; cosmetici naturali, nutraceutici e integratori alimentari; regolamentazione dell’impiego dei prodotti naturali negli alimenti e nei farmaci; piante medicinali e prodotti naturali nella sanità animale e in medicina veterinaria

 

Per informazioni: 

https://www.icnpr2024.org/

 

Zafferano e disturbi del sistema riproduttivo della donna

Spezia versatile, lo zafferano (Crocus sativus L., famiglia delle Iridaceae) è stato utilizzato nelle medicine tradizionali come un rimedio per varie condizioni di salute tra cui disturbi visivi e turbe del sistema nervoso.

Le sue proprietà sono note, infatti, fin dall’antichità: era conosciuto per le sue virtù terapeutiche dagli Egiziani ed è annoverato nel papiro di Erbers (1600 a.C.), mentre la più antica rappresentazione grafica della spezia risale al 1400 a.C. ed è una pittura murale proveniente dall’antica Cnosso, oggi nel museo di Heraklion a Creta.

Ippocrate lo prescrisse in fomenti per alleviare i dolori di gotta e reumatismi e secondo Plinio il vecchio giova alle “esulcerazioni dello stomaco, petto, reni, fegato e polmoni, è utile per la tosse e mal di petto”.

Le sostanze maggiormente coinvolte nelle attività salutistiche dello zafferano sono antociani, safranale e carotenoidi.

L’attività di questa spezia sulle condizioni del sistema riproduttivo femminile non sono ancora state oggetto di specifici approfondimenti: a questo proposito una recente revisione sistematica ha discusso in modo esauriente e per la prima volta l’efficacia di C. sativus e dei suoi principali composti fitochimici sul sistema riproduttivo femminile e sui suoi disturbi.

I database medico-scientifici, PubMed, Web of Sciences, Google Scholar, Scopus e Scientific Information Database sono stati esplorati in modo approfondito e sono stati selezionati studi in vivo, in vitro e sull’uomo, pubblicati fino a luglio 2023, che avevano indagato le proprietà farmacologiche di C. sativus, crocina, crocetina, safranale e picrocrocina sul sistema riproduttivo della donna.

Sono stati considerati in totale 50 studi che hanno indicato l’efficacia dello zafferano o dei suoi principali ingredienti fitochimici in diverse condizioni del sistema riproduttivo femminile, tra cui la regolazione degli ormoni sessuali, la follicologenesi, l’ovulazione e la protezione di ovaio e utero dallo stress ossidativo.

Studi specifici, inoltre, hanno indicato che lo zafferano può alleviare i sintomi di dismenorrea, sindrome premestruale, menopausa e malattia dell’ovaio policistico. Inoltre, sono emersi dati scientifici promettenti per lo sviluppo di studi e sperimentazioni sui tumori dell’ovaio e della cervice uterina.

  1. sativus – hanno concluso gli autori di questa review – può migliorare i sintomi di diversi disturbi a carico dell’apparato riproduttivo della donna, in relazione alla presenza nel suo fitocomplesso di crocina, crocetina e safranale.

Fonte: Hasheminasab FS, Azimi M, Raeiszadeh M. Therapeutic effects of saffron (Crocus sativus L) on female reproductive system disorders: A systematic review. Phytother Res. 2024 Apr 1.

Sesamo e parametri metabolici

Il sesamo (Sesamum indicum, famiglia delle Pedaliaceae) è una pianta diffusa in Asia e Africa. I suoi semi, utilizzati come spezie, sono una fonte di beta-carotene e di numerosi antiossidanti e aiutano a garantire un apporto adeguato di vitamine e minerali, in particolare di vitamine del gruppo B e di vitamina E, di potassio, fosforo, calcio, magnesio, ferro e rame, selenio e manganese (antiossidanti).

Inoltre, i semi di sesamo sono una fonte di grassi alleati della salute cardiovascolare che, insieme alle fibre, aiutano a tenere sotto controllo i livelli emetici di colesterolo.

Le fibre contribuiscono anche ad abbassare la pressione sanguigna e a proteggere il fegato da possibili danni, mentre i composti polifenolici aiutano a difendere l’organismo dallo stress ossidativo.

La metanalisi

Una recente revisione sistematica con metanalisi di studi randomizzati e controllati (RCT) ha valutato l’impatto dell’integrazione di sesamo su peso corporeo (BW), indice di massa corporea (BMI), valori di trigliceridi (TG), colesterolo totale (TC), colesterolo LDL e HDL in soggetti con diabete mellito di tipo 2 (T2DM).

Sono state consultate le banche dati medico-scientifiche PubMed, Scopus, ISI Web of Science ed Embase fino a settembre 2023 e sono stati selezionati gli studi clinici randomizzati che riportavano gli effetti della supplementazione di sesamo sulla composizione corporea e sui profili lipidici, escludendo gli studi osservazionali e quelli su modelli animali.

Dei 997 studi individuati, 10 sono stati inclusi nella revisione sistematica e nella metanalisi. Quest’ultima ha suggerito un’associazione statisticamente significativa tra l’integrazione di sesamo e la riduzione dei valori di trigliceridi, colesterolo totale e colesterolo LDL; non sono emersi effetti significativi sui livelli di colesterolo HDL, sul peso e l’indice di massa corporea.

Lo studio ha dimostrato in conclusione che il consumo di sesamo ha ridotto in modo significativo i livelli di TG, colesterolo totale e colesterolo LDL e ciò potrebbe avere contribuito al miglioramento dei sintomi clinici di persone con diabete di tipo II.

Dato il numero limitato di studi inclusi nell’analisi, scrivono i ricercatori, sono necessari ulteriori studi su larga scala per confermare gli effetti del consumo di sesamo sul profilo lipidico e sulla composizione corporea in questa particolare categoria di soggetti.

Fonte: Vajdi M, Seyedhosseini-Ghaheh H, Hassanizadeh S, et al. Effect of sesame supplementation on body composition and lipid profile in patients with type 2 diabetes: A systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. Nutr Metab Cardiovasc Dis. 2024 Apr;34(4):838-849.