
La graviola, detta anche guanabàna, è il frutto di un albero (Annona muricata) diffuso nelle foreste pluviali dell’Africa, del Sud America e del Sud Est asiatico, comunemente consumato come alimento. Altre parti della pianta sono utilizzate nella medicina tradizionale di molti popoli, in particolare a scopo antielmintico, emetico, antinfiammatorio e antidiabetico. Nei Paesi di origine della graviola, i frutti, la corteccia, le foglie e le radici di questa pianta sono usati talvolta nella preparazione di rimedi tradizionali per combattere infezioni virali e parassitarie, reumatismi, artrite, ipertensione, insonnia e infiammazioni. Secondo un’indagine statistica del 2016, la graviola è il rimedio di origine vegetale maggiormente utilizzato in alcuni Paesi caraibici da persone affette da tumore.
Gli studi
Studi condotti sull’animale hanno osservato che composti isolati di diverse parti della pianta riducono l’infiammazione, hanno un’azione antiossidante, abbassano i livelli ematici di glucosio e svolgono anche un’azione chemio-preventiva. In particolare le acetogenine isolate da foglie, semi, corteccia e rametti hanno dimostrato un’attività citotossica su alcune linee cellulari tumorali (adenocarcinoma mammario umano, cellule tumorali pancreatiche, pelle), sia in vitro sia in vivo. Tuttavia sono ancora studi molto preliminari e a oggi non sono state condotte ricerche sull’uomo.
Altre sperimentazioni hanno però suggerito che la graviola potrebbe alterare la normale funzionalità neuronale e che il suo consumo prolungato potrebbe persino accelerare alcune malattie neurodegenerative.
Nonostante la mancanza di solide evidenze scientifiche, osservano i ricercatori del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, i preparati a base di questa pianta sono commercializzati in alcuni paesi come terapia antitumorale ‘alternativa’.
Fonte: Herbs – MSKCC


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