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Erbe e colesterolo alto: studio etnobotanico in Marocco

I trattamenti convenzionali per contrastare l’ipercolesterolemia non sempre riescono a gestire in modo efficace questa condizione che, secondo alcuni studi, potrebbe trarre benefici anche dall’utilizzo di preparati a base di erbe e dai composti bioattivi di origine vegetale. Questo interessante studio di etnofarmacologia ha individuato e poi analizzato le piante consigliate contro il colesterolo alto da 127 erboristi marocchini dell’area di Casablanca valutandone anche l’efficacia attraverso una revisione degli studi pubblicati sulla letteratura internazionale. L’indagine etnobotanica include il ​​profilo socio-demografico degli erboristi intervistati, i nomi comuni delle piante e le parti utilizzate, le modalità di preparazione, le vie di somministrazione e anche la posologia.  La revisione della letteratura delle piante che sono state oggetto di studi clinici è stata effettuata sulle banche dati elettroniche online ScienceDirect, Springer e PubMed.

Le erbe e le spezie maggiormente utilizzate sono risultate i semi di lino (Linum usitatissimum), il coriandolo (Coriandrum sativum), l’avena (Avena sativa), le foglie d’ulivo (Olea europea), l’aglio (Allium sativum), la soia (Glycine max), la curcuma (Curcuma longa), il finocchio (Foeniculum vulgare) e il rosmarino (Rosmarinus officinalis); tra queste le più consigliate in assoluto risultano i semi di lino e il coriandolo. Complessivamente sono state identificate 33 specie botaniche appartenenti a 19 famiglie; le più rappresentate sono risultate Apiaceae, Fabaceae, Asteraceae e Lamiaceae. La revisione degli studi clinici pubblicati sull’ipercolesterolemia ha indicato 15 specie botaniche correlate a questa indagine, alcune delle quali hanno dimostrato buoni risultati nella riduzione dei valori del colesterolo. È dunque emersa una concordanza di opinioni e valutazione tra l’esperienza degli erboristi e la letteratura scientifica che riflette, secondo gli autori quest’articolo, la capacità della farmacopea marocchina di rispondere alle esigenze di salute della popolazione, anche sulla scorta di quanto trasmesso dalla tradizione. Gli autori dell’indagine etnofarmacologica in conclusione richiamano l’attenzione anche sulla sicurezza dei preparati a base di erbe e in particolare sulle potenziali interazioni con i farmaci.

Fonte: Asma Arrout, Yassine El Ghallab, Ibrahim Sbai El Otmani, et al. Ethnopharmacological survey of plants prescribed by herbalists for traditional treatment of hypercholesterolemia in Casablanca, Morocco,Journal of Herbal Medicine, Volume 36, 2022, 100607, ISSN 2210-8033.

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Ribes nìgrum e osteoporosi in menopausa

L’osteoporosi postmenopausale è un disturbo metabolico a carico delle ossa indotto dalla carenza di estrogeni: è caratterizzato dalla riduzione della massa ossea, da un aumento della fragilità ossea e dal maggiore rischio di fratture. La sua prevalenza è paragonabile a quella di malattie croniche come l’ipercolesterolemia (54%) e l’ipertensione (44%). Il rischio di frattura varia in modo significativo, anche da un Paese all’altro, probabilmente in parte a causa delle differenze per quanto riguarda peso corporeo, assunzione di calcio e vitamina D, esposizione alla luce solare, abitudine al fumo, condizione socioeconomico e livelli di attività fisica.

Recenti studi in vivo hanno dimostrato gli effetti benefici dell’integrazione di ribes nero (Ribes nigrum) sul metabolismo osseo, ma restano carenti gli studi condotti sull’uomo. Tra questi, un recente studio randomizzato in doppio cieco con controllo placebo, pubblicato su Nutrients, ha preso in esame in un campione di donne adulte gli effetti dose-dipendenti del ribes nero nella prevenzione della perdita ossea e i meccanismi d’azione sottostanti. Quaranta donne in peri-menopausa e nella prima fase della post-menopausa sono state assegnate in modo casuale a uno dei tre gruppi di trattamento per un periodo di 6 mesi: a) gruppo di intervento a basso contenuto di ribes, 392 mg/die di polvere di ribes nero (n = 16); b) gruppo di intervento ad alto contenuto di ribes nero, 784 mg/die di polvere di ribes nero (n = 11) e c) gruppo di controllo placebo (n = 13). La significatività delle differenze nei risultati è stata testata con il test ANOVA a misure ripetute. Alla fine del periodo sperimentale la supplementazione di ribes nero ha ridotto la perdita di densità minerale ossea del corpo rispetto al gruppo di controllo (p < 0,05), ma il miglioramento di questo parametro è risultato statisticamente significativo solo nel gruppo che ha assunto polvere ad alto contenuto di ribes (p < 0,05).

Ribes nigrum ha determinato inoltre un aumento significativo del livello sierico di propeptide amino-terminale procollagene di tipo 1 (P1NP), un marcatore della formazione ossea (p < 0,05). Questi risultati suggeriscono che il consumo quotidiano di polvere di ribes nero (784 mg) per sei mesi attenua il rischio di perdita ossea nelle donne in post-menopausa, potenzialmente attraverso un meccanismo di miglioramento della formazione ossea. Per confermare questi risultati sono necessari ulteriori studi realizzati su campioni di popolazione più ampi.

 

Fonte: Nosal BM, Sakaki JR, Macdonald Z, Mahoney K, Kim K, Madore M, Thornton S, Tran TDB, Weinstock G, Lee EC-H, Chun OK. Blackcurrants Reduce the Risk of Postmenopausal Osteoporosis: A Pilot Double-Blind, Randomized, Placebo-Controlled Clinical Trial. Nutrients. 2022; 14(23):4971. https://doi.org/10.3390/nu14234971

 

Attività prebiotica del sambuco

Negli ultimi anni il microbioma intestinale è emerso come un fattore centrale nella fisiologia umana e la sua alterazione è stata associata a vari squilibri e problemi di salute. Sulla base di queste valutazioni si ripongono grandi speranze nelle strategie di modulazione del microbiota che, tra i vari approcci, prendono in considerazione anche i prebiotici.

I partecipanti, di entrambi i sessi, avevano un’età compresa tra 18 e 50 anni. La fase basale, necessaria per ottenere solide misurazioni iniziali, è stata seguita da un periodo di intervento di 3 settimane durante il quale i partecipanti hanno assunto quotidianamente 600 mg di estratto di sambuco altamente purificato (300 mg 2 volte al giorno). I partecipanti hanno annotato in un diario di studio fornito dal gruppo di ricerca i sintomi digestivi, i movimenti intestinali e gli eventuali effetti avversi. I risultati riferiti dai partecipanti allo studio e i campioni biologici sono stati raccolti settimanalmente. La composizione del microbioma è stata valutata mediante metagenomica.

Le traiettorie del microbioma sono risultate altamente individualizzate e hanno mostrato un profondo cambiamento negli indici di diversità subito dopo l’inizio e anche dopo la sospensione del preparato a base di sambuco. A ciò sono stati associati anche cambiamenti nell’abbondanza nel tempo di alcune specie della flora batterica intestinale. Di particolare interesse è risultata l’abbondanza relativa di Akkermansia (un batterio Gram negativo che sembra svolgere un ruolo fondamentale per il mantenimento della barriera intestinale, ma anche nello sviluppo di sindrome metabolica, diabete, obesità), che ha continuato a crescere in un sottogruppo di partecipanti anche dopo il periodo di supplementazione. Questo studio ha fornito dunque evidenze circa le proprietà prebiotiche di un estratto di sambuco ad elevato tenore di polifenoli in soggetti sani.  Nella popolazione presa in esame l’assunzione dell’estratto di sambuco non ha determinato effetto avversi: non sono stati osservati cambiamenti nella percezione complessiva di salute e qualità della vita, né sintomi associati alla digestione.

Fonte: Reider S, Watschinger C, Längle J, Pachmann U, Przysiecki N, Pfister A, Zollner A, Tilg H, Plattner S, Moschen AR. Short- and Long-Term Effects of a Prebiotic Intervention with Polyphenols Extracted from European Black Elderberry-Sustained Expansion of Akkermansia spp. J Pers Med. 2022 Sep 9;12(9):1479. 

 

 

 

Ansia e insonnia: la tradizione etnobotanica in Italia

L’ansia e l’insonnia sono tra i disturbi della sfera mentale più comuni in tutto il mondo e in questo contesto, nei dibattiti circa la salute globale, si sta affermando un’attenzione sempre maggiore verso i preparati tradizionali a base di erbe. Diverse Regioni italiane hanno e conservano delle importanti tradizioni etnobotaniche e sono tra le aree europee maggiormente studiate per quanto riguarda l’uso delle piante medicinali. Si rivela dunque di particolare interesse una recente review curata da due ricercatori italiani (Università Federico II Napoli) che hanno analizzato le piante selvatiche e coltivate utilizzate per il trattamento dell’insonnia in Italia, analizzando e sintetizzando anche gli studi scientifici che ne hanno documentato l’attività farmacologica e gli studi clinici e preclinici pubblicati sulle piante maggiormente citate. L’articolo riporta complessivamente 106 taxa selvatici utilizzati in Italia come sedativi. Le specie botaniche appartengono a 76 generi e 32 famiglie, di cui le più rappresentate sono le Asteraceae (24,2%) e le Lamiaceae (21,1%). Le parti della pianta maggiormente utilizzate sotto forma di infuso (70%) e di decotto (25%) sono foglie (29%) e fiori (27%).

Dei 106 taxa documentati, l’articolo analizza in dettaglio, riportando la letteratura scientifica disponibile, soltanto quelli più citati: mentuccia comune (C. nepeta L.), biancospino (C. monogyna Jacq), luppolo (H. lupulus L.), alloro (L. nobilis L.), lavanda (L. angustifolia Mill.), malva (M. sylvestris L.), camomilla (M. chamomilla L.), melissa (M. officinalis L.), basilico (O. basilicum L.), papavero (P. somniferum L.), rosmarino (R. officinalis L.), tiglio (T. platyphyllus Scop.) e valeriana (V. officinalis L.). Sette di queste specie botaniche sono state studiate in modo specifico per la loro attività farmacologica come ipnotico-sedativi.

Gli studi inclusi in questa rassegna, che può essere consultata in open access, confermano dunque la consolidata tradizione italiana di impiego di erbe e piante medicinali nel trattamento di ansia e insonnia. D’altra parte la ricerca etnobotanica ha l’obiettivo di scongiurare la perdita delle conoscenze tradizionali relative alle piante medicinali e, allo stesso tempo, di fornire una base per lo sviluppo di nuovi preparati dalla ricerca fitochimica e biochimica. Gli studi preclinici e clinici – commentano gli autori – aiutano a chiarire il meccanismo d’azione dei composti bioattivi e confermare il potenziale dei preparati di origine vegetale.

Fonte: Motti R, and de Falco B.  Traditional Herbal Remedies Used for Managing Anxiety and Insomnia in Italy: An Ethnopharmacological Overview. Horticulturae 2021, 7, 523. https://doi.org/10.3390/horticulturae7120523.

Ficus carica e dermatite atopica

La dermatite atopica è una malattia cutanea cronica e ricorrente che si manifesta con ripetute remissioni ed esacerbazioni e ha un’incidenza elevata tra i più giovani. Tra le sue cause sono state segnalate anomalie della barriera cutanea, turbe della funzione immunitaria e stili di vita non adeguati. I sintomi della dermatite atopica vengono generalmente alleviati dalle terapie farmacologiche di sintesi disponibili, ma la durata prolungata di questi trattamenti e il rischio di effetti collaterali possono essere gravosi per molte persone che hanno questa condizione. Per questo motivo da qualche anno la ricerca sta lavorando per individuare delle alternative che abbiano minori effetti collaterali, anche se assunte per un lungo periodo di tempo. Le foglie di fico (Ficus carica L., famiglia delle Moraceae) sono state utilizzate da molto tempo nella medicina tradizionale e cinese. Contengono polifenoli, tra cui la rutina, ed esplicano diverse attività inclusa quella antiossidante.

Studi in vitro e sull’animale hanno indicato che l’infuso di foglie di fico (Ficus carica L.) può alleviare i sintomi dell’allergia di tipo I e della dermatite atopica. In particolare in sperimentazioni in vivo il decotto di foglie di fico ha abbassato i livelli di glicemia e migliorato i profili lipidici, mentre in vitro l’infuso di foglie di fico ha inibito il legame degli anticorpi IgE ai recettori FcεRI.  A partire da queste evidenze uno studio giapponese randomizzato e controllato in doppio cieco ha valutato la sicurezza e gli effetti di del consumo prolungato di un infuso di foglie di fico in un piccolo gruppo di persone (30, 15 del gruppo intervento e 15 del gruppo placebo) con dermatite atopica di lieve entità mettendola a confronto con una sostanza placebo. Gli effetti positivi in termini di miglioramento della sintomatologia della dermatite atopica sono stati confermati in 14 dei 15 partecipanti al gruppo intervento (Ficus carica): i valori dell’area colpita da dermatite atopica e dell’indice di gravità dell’eczema sono risultati ridotti in modo statisticamente significativo nel gruppo di intervento rispetto al gruppo trattato con placebo.

Quest’effetto si è tuttavia attenuato dopo 4 settimane, suggerendo che l’assunzione dell’infuso per un periodo più lungo possa risultare efficace. Ulteriori valutazioni hanno confermato la sicurezza del consumo di Ficus carica. L’uso di un infuso di foglie di fico è risultato ampiamente sicuro e, concludono gli autori, il suo consumo prolungato potrebbe costituire un’alternativa sicura agli attuali trattamenti per la dermatite atopica. Si suggerisce di convalidare ulteriormente i risultati di questo studio su un campione di popolazione più ampio.

Fonte: Abe T, Koyama Y, Nishimura K, Okiura A, Takahashi T. Efficacy and Safety of Fig (Ficus carica L.) Leaf Tea in Adults with Mild Atopic Dermatitis: A Double-Blind, Randomized, Placebo-Controlled Preliminary Trial. Nutrients. 2022 Oct 25;14(21):4470. 

Piper longum, storia e applicazioni

Dry Idian long pepper ( Piper Longum , Piper retrofractum ) in wooden bowl with pippali powder in wooden spoon isolated on white background. Herbal medical plant concept. Top view. Flat lay.

Il pepe lungo o pepe delle Indie (Piper longum, famiglia delle Piperaceae), “Pippali” in sanscrito, è un arbusto rampicante ampiamente distribuito nelle aree tropicali e subtropicali del pianeta, come il subcontinente indiano, lo Sri Lanka, il Medio Oriente e l’America Latina. Il frutto è una drupa, dapprima di colore verde che diventa rosso scuro a maturità.
Il pepe lungo è un parente del pepe nero (Piper nigrum) e ha un sapore molto simile a quest’ultimo, anche se un profumo più fruttato e un gusto meno pungente.  Prima della scoperta del continente americano da parte degli Europei, il pepe lungo era una spezie molto importante. Solo dopo la scoperta dell’America e del peperoncino, la sua popolarità andò lentamente diminuendo. Si tratta di una pianta conosciuta e utilizzata per vari scopi da tempi remoti: il riferimento più antico proviene dai testi classici dell’Ayurveda, dove vengono descritti in dettaglio i suoi usi medicinali e dietetici. Ippocrate ne parlava come un medicamento più che come una spezia. Nella medicina ayurvedica è usato per trattare raffreddori, asma, bronchite, artrite, reumatismi, lombaggine, sciatica, epilessia, indigestione e vento e, per uso esterno, per il mal di denti. È un ingrediente principale di varie formule toniche ayurvediche, tra cui Trikatu, Chyavanprash e Amrit Kalash. La sua radice è considerata diuretica, stimolante e sudorifera.

Questa recente revisione pubblicata sulla rivista Phytotherapy Research descrive in dettaglio la botanica, l’impiego in etnobotanica, la fitochimica e farmacologia di P. longum in relazione alla sua valenza medicinale e ai suoi benefici per la salute, con l’obiettivo di convalidare le indicazioni tradizionali con studi scientifici specifici. Vengono esposti anche gli studi sulla sicurezza e la tossicità di questa spezia, l’applicazione delle nanotecnologie nella formulazione dei prodotti, gli studi clinici condotti sulla pianta e le prospettive future dei suoi molteplici usi. Tra le sostanze bioattive di Piper longum si segnalano alcaloidi, flavonoidi, esteri e steroidi, a cui sono state attribuite proprietà antimicrobiche, antiparassitarie, antielmintiche, larvicide, antinfiammatorie, analgesiche, antiossidanti ecc. Molte delle sue proprietà farmacologiche rimandano agli effetti antiossidanti e antinfiammatori e alla sua capacità di modulare diverse vie di segnalazione ed enzimi. Essendo ampiamente utilizzato come spezia e in medicina tradizionale, è generalmente sicuro se assunto con moderazione. È stato riportato che le drupe di Piper longum possono svolgere un’attività contraccettiva in modelli sperimentali, se ne sconsiglia l’impiego durante gravidanza e allattamento.

Fonte: Biswas P, Ghorai M, Mishra T, Gopalakrishnan AV, et al. Piper longum L.: A comprehensive review on traditional uses, phytochemistry, pharmacology, and health-promoting activities. Phytother Res. 2022 Oct 18.

 

 

Melograno, il frutto ‘benedetto’

Il melograno (o melagrana) è il frutto di Punica granatum, una specie della famiglia delle Lythraceae che si ritiene sia originaria della Persia, coltivata a scopo commerciale in vaste regioni dell’India, in Iran, nel Caucaso e nell’area mediterranea. Costituisce una buona fonte di fibre solubili e insolubili che migliorano la digestione e contribuiscono a proteggere la salute dell’intestino; si ritiene inoltre che conferisca benefici in termini di riduzione del peso, di controllo del colesterolo, di miglioramento delle difese immunitarie e della circolazione e di protezione dai tumori (in particolare da quello della prostata). Il consumo regolare di melograno è stato associato al contrasto dell’iperplasia prostatica benigna e del diabete. Gli ellagitannini contenuti nel succo aiuterebbero a contrastare l’azione di radicali liberi ed aiutano quindi a ridurre il rischio cardiovascolare. Nei sistemi di medicina tradizionale dell’Asia, del Mediterraneo e dell’Africa il melograno è incluso nelle farmacopee ufficiali come rimedio per il trattamento di diverse condizioni di salute e veniva comunemente usato per abbassare la febbre e contrastare diarrea, emorragie, dissenteria e infezioni parassitarie e microbiche.

In molte culture tradizionali il melograno ha un significato simbolico e il frutto ha una lunga storia nella mitologia e nei riti religiosi. Nella mitologia greca e romana era associato all’abbondanza, alla fertilità e alla buona sorte. I Babilonesi consideravano i semi di melograno un “agente di resurrezione”, mentre nella cultura persiana si riteneva che aiutassero a essere invincibili sui campi di battaglia. Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) considerava il melograno un rimedio universale e altri importanti medici del mondo antico e del Medioevo, tra cui Ippocrate in Grecia, Galeno a Roma e il persiano Avicenna, descrissero il suo utilizzo a scopo terapeutico. Gli antichi Cinesi consideravano il melograno un simbolo di abbondanza, fertilità, longevità e immortalità e nel Buddismo è uno dei tre ‘frutti benedetti’, insieme agli agrumi e alla pesca. È inoltre il frutto preferito nella festività ebraica Rosh Hashanah come simbolo di rettitudine, supportato dalla tradizionale credenza che ciascuno dei suoi 613 semi corrisponda a uno dei comandamenti della Torah. Nella medicina ayurvedica il frutto del melograno è considerato “un’intera farmacia a sé stante”, specificamente indicato per trattare parassitosi, ulcere e diarrea mentre nel sistema di medicina tradizionale Unani (India meridionale), che fa riferimento ai principi dell’antica medicina greca, il melograno era indicato come trattamento per il diabete.

 

Fonte: HerbalGram, American Botanical Council

Attività ansiolitica e sedativa del luppolo

Il luppolo (Humulus lupulus L.) è una pianta erbacea rampicante, rizomatosa e perenne, originaria dell’Europa, dell’Asia sud-occidentale e dell’America. Presenta foglie verdi, ruvide, dai margini seghettati; i fiori maschili sono disposti in piccoli e numerosi grappoli di colore giallo paglierino, mentre quelli femminili sono raggruppati in strutture simili a coni. La fitochimica del luppolo è ampiamente riportata in letteratura; l’olio essenziale è composto principalmente da monoterpeni, con il b-mircene come rappresentante principale (fino al 57,9%) e sesquiterpeni. Sembra che il luppolo fosse ignorato, almeno come medicamento, dalla medicina greco-Romana. Ne accenna Plinio, ma soltanto come pianta spontanea commestibile. Mesue, medico arabo del secolo XII, descrisse il luppolo come depurativo del sangue e Paracelso, più tardi, ne consigliò l’impiego nei disturbi digestivi. Successivamente parlò del luppolo anche Mattioli nei suoi «Discorsi» (Venezia 1557) come rimedio per il “dolore del capo” e nei disturbi di fegato e dello stomaco lamentando anche l’impiego limitato nella terapia dell’epoca. Nel secolo scorso il Luppolo trovò impiego come amaro tonico e stomachico, sedativo nervoso e anafrodisiaco.

Circa la sua attività sedativa e ansiolitica uno studio in vivo (Zanoli et al 2005) ha valutato gli effetti dell’estratto di luppolo e della sua frazione contenente acidi alfa sul sistema nervoso centrale. Entrambi gli estratti, somministrati per via orale, hanno potenziato l’effetto sedativo del pentobarbital in modo dose-dipendente. Risultati simili sono stati ottenuti con estratti etanolici di H. lupulus a dosaggi più elevati (100 e 200 mg/kg) in un’altra sperimentazione in vivo (Schiller et al. 2006): in particolare l’attività sedativa è stata attribuita a tre categorie di costituenti degli estratti di luppolo; gli acidi amari si sono dimostrati i costituenti più attivi, seguiti dagli acidi amari e dall’estratto di olio di luppolo. Un altro esperimento in vivo ha osservato un evidente declino dell’attività motoria dopo 14 giorni di somministrazione di estratto secco di luppolo. Il meccanismo d’azione degli effetti neurofarmacologici degli estratti secchi di luppolo può essere spiegato dalla presenza di molecole ad attività GABA-simile e dall’interazione di alcuni suoi composti con i recettori della melatonina e della serotonina. Gli studi clinici sull’azione ansiolitica e promotrice del sonno del luppolo sono stati condotti solo con miscele di luppolo e altre piante officinali, tra cui la valeriana e il rosmarino. Il Comitato per i prodotti medicinali a base di piante (HMPC) ha valutato i preparati a base di luppolo per alleviare lo stress mentale e favorire il sonno dichiarando che tali effetti si basano sull’uso tradizionale. Ciò significa che la loro efficacia è plausibile e vi sono prove che sono stati utilizzati in modo sicuro da almeno 30 anni (di cui almeno 15 all’interno dell’Unione Europea). Il Ministero della Salute italiano attribuisce all’infiorescenza di luppolo (strobilo) l’effetto di rilassamento e induzione del sonno in caso di stress.

Fonte: Motti R, de Falco B.  Traditional Herbal Remedies Used for Managing Anxiety and Insomnia in Italy: An Ethnopharmacological Overview. Horticulturae 2021, 7, 523. https://doi.org/10.3390/horticulturae7120523.

Cranberry e infezioni urinarie ricorrenti

Le infezioni del tratto urinario (UTI) sono tra le più comuni infezioni batteriche nella popolazione femminile. Si stima che una donna su tre con più di 18 anni avrà un’infezione del tratto urinario e che molte di esse avranno infezioni ricorrenti. La ricorrenza del tasso di queste infezioni è del 24% entro 6 mesi. Inoltre l’aumento della resistenza antimicrobica e gli effetti collaterali degli antibiotici rafforzano la richiesta di trattamenti naturali. Una percentuale dal 70 al 95% di queste infezioni viene correlato ad Escherichia coli.  Il Cranberry (Vaccinium macrocarpon, Ericaceae), noto anche come mirtillo rosso o americano, è una delle alternative impiegate per la prevenzione di queste infezioni, anche se gli studi clinici effettuati hanno dato dei risultati contrastanti.

Questa recente revisione sistematica, pubblicata sulla rivista Journal of Herbal Medicine, con metanalisi di studi clinici controllati e randomizzati (RCT) ha valutato l’efficacia del mirtillo rosso come profilassi delle infezioni del tratto urinario ricorrenti nelle donne. Sono stati considerati idonei gli studi clinici randomizzati pubblicati fino a gennaio 2022 che confrontavano qualsiasi intervento con prodotti a base di mirtillo rosso con placebo in donne adulte. Gli outcome sono stati riportati come numero di partecipanti al trial che ha sviluppato un’infezione; la significatività statistica è stata definita come P < 0,05. Nove studi clinici sono stati inclusi nella metanalisi che ha definito queste conclusioni: i preparati a base di mirtillo rosso hanno ridotto il rischio di UTI del 21% nelle donne rispetto al gruppo placebo (P = 0,008). In particolare, il pool di dati provenienti da studi randomizzati controllati in cui i partecipanti hanno assunto il mirtillo rosso in compresse o capsule ha mostrato un rapporto di rischio (RR) pari a 0,71 (P = 0,005). Questi dati suggeriscono che i prodotti a base di mirtillo rosso possono essere efficaci nella prevenzione delle IVU nelle donne. Tuttavia, questi risultati non sono da considerarsi definitivi e sono necessari altri studi clinici per confermarli.

Fonte: Valente J, Pendry BA, Galante E. Cranberry (Vaccinium macrocarpon) as a prophylaxis for urinary tract infections in women: A systematic review with meta-analysis, Journal of Herbal Medicine, Volume 36, 2022, 100602, ISSN 2210-8033, https://doi.org/10.1016/j.hermed.2022.100602.

 

 

L’Erbolario vincitore di insegna dell’anno 2022-2023

L’azienda cosmetica lodigiana si aggiudica il primo posto assoluto e nella categoria Erboristeria & Benessere, sia come insegna fisica che web, nella quindicesima edizione del riconoscimento che premia le insegne più amate dai consumatori.

Non solo, L’Erbolario ha ottenuto il primo posto nella categoria Erboristeria & Benessere, sia come retail fisico (per la sesta volta) sia come insegna web (per la terza volta).
Insegna dell’anno è un progetto di ricerca sostenuto da centinaia di insegne retail, per disporre della più ampia rilevazione sul gradimento dei consumatori nei confronti dei propri negozi preferiti.

Ai consumatori viene richiesto di dare un voto da 1 a 5 a diversi aspetti, come prezzo, assortimento, accoglienza, competenza.
In questa quindicesima edizione, ben 134.930 consumatori hanno espresso un totale di 241.833 preferenze certificate alle 550 insegne valutate.

“Per noi de L’Erbolario si tratta di un riconoscimento importantissimo, una conferma che il nostro mantra Il cliente viene prima di tutto trova riscontro nell’apprezzamento e nella valutazione positiva di tantissime affezionate persone” afferma Franco Bergamaschi, fondatore del marchio.

“Non solo, i dati raccolti attraverso la preziosa indagine di Insegna dell’Anno ci offrono uno strumento utilissimo per migliorare la nostra offerta. Oggi, per esempio, i nostri sforzi sono sempre più tesi a offrire un servizio omnicanale, dove cioè il canale fisico e quello online lavorano in sinergia per offrire al cliente un’esperienza d’acquisto più che mai soddisfacente. Ne è un esempio il nostro servizio “Clicca &Prenota”, che consente di selezionare i prodotti online per poi ritirarli nel punto vendita scelto”.