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Sindrome dell’ovaio policistico, le erbe aiutano a migliorarla

St John's wort isolated on white

La sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) è un disturbo endocrino complesso che si manifesta in età riproduttiva, caratterizzato da irregolarità mestruali, iperandrogenismo, ossia eccessiva produzione di ormoni maschili, e ovaio policistico. Il cambiamento dello stile di vita è considerato un intervento di prima linea, ma molte donne cercano anche preparati a base di erbe. Uno studio pragmatico randomizzato controllato, realizzato in Australia su donne in sovrappeso con questo problema, ha confrontato l’efficacia e la sicurezza di un intervento basato sui cambiamenti dello stile di vita associati un prodotto a base di erbe contro il solo intervento sullo stile di vita. Le 122 donne che vi hanno partecipato sono state aiutate a formulare uno stile di vita personalizzato; il preparato a base di piante medicinali consisteva in compresse formulate espressamente per questo studio: la prima formulazione (3 compresse, 1 volta al giorno per la durata dello studio) conteneva estratti di cannella (Cinnamomum verum), liquirizia (Glycyrrhiza glabra), iperico (Hypericum perforatum) e Paeonia lactiflora, la seconda un estratto di Tribulus terrestris (equivalente a 13.5 g delle parti aeree) ed era assunta 3 volte al giorno solo nella fase follicolare del ciclo mestruale. L’outcome primario era lo stato di oligomenorrea/amenorrea; risultati secondari erano i livelli ormonali; i dati antropometrici; la qualità di vita; depressione, ansia e stress; gravidanza ed esiti di nascita e sicurezza. Dopo 3 mesi, le donne del gruppo che aveva assunto anche un preparato a base di erbe hanno avuto una riduzione dell’oligomenorrea del 32,9% (IC al 95% 23,3-42,6, p <0,01) rispetto al gruppo di controllo, stimato un effetto di grandi dimensioni (ηp2 = 0,11). Altri miglioramenti hanno riguardato l’indice di massa corporea (p <0.01); i valori di insulina (p = 0,02), ormone luteinizzante (p = 0,04) e pressione sanguigna (p = 0,01); la qualità della vita (p <0.01); depressione, ansia e stress (p <0.01) e il tasso di gravidanza (p = 0.01). Questo studio, concludono gli autori, ha dimostrato la maggiore efficacia e sicurezza dell’intervento che associa preparati a base di piante medicinali a modifiche dello stile di vita in donne con ovaio policistico. Altre ricerche dovranno approfondire gli effetti specifici di ogni componente.

Fonte: Arentz S, Smith CA, Abbott J, Fahey P, Cheema BS, Bensoussan A. Combined Lifestyle and Herbal Medicine in Overweight Women with Polycystic Ovary Syndrome (PCOS): A Randomized Controlled Trial. Phytother Res. 2017 Sep;31(9):1330-1340.

 

Il mango, buono non solo da mangiare

mango on a dark wood background. tinting. selective focus on the mangos slices

Il mango (Mangifera indica L.) è un albero tropicale appartenente alla famiglia botanica delle Anacardiace che può crescere da 1 a 4 metri di altezza. Produce frutti di grandi dimensioni di forma ovale, che rappresentano la parte più utilizzata a scopo alimentare. I frutti sono ricchi di vitamine A, del gruppo B e C, di fibre solubili e insolubili, ma anche di altre sostanze come i carotenoidi, dei quali è nota l’azione antiossidante.

Diversi sono gli utilizzi tradizionali conosciuti che riguardano anche altre parti della pianta, come le radici, la corteccia o le foglie che contengono diversi composti bioattivi, fra cui la mangiferina, l’acido mangiferonico, flavonoidi, acidi fenolici, caroteni ecc.

La tradizione d’uso attribuisce alla pianta del mango diverse azioni benefiche (antiossidante, antidiabete, antinfiammatoria), alcune delle quali non sono ancora state sufficientemente convalidate dalla moderna ricerca scientifica.

Il mango ha un impiego secolare nella medicina ayurvedica, dove ad esempio numerose parti dell’albero sono utilizzate per le proprietà antisettiche, come astringenti per tonificare i tessuti, come lassativi e diuretici, per promuovere la digestione e alleviare la diarrea.

Il composto bioattivo più tipico del mango è la mangiferina, che risulta presente in quantità maggiore in foglie, corteccia e radici rispetto ai frutti.

La corteccia costituisce, di fatto, la parte più utilizzata in ambito medicinale e salutistico; un estratto acquoso della corteccia di M. indica ha dimostrato, ad esempio, proprietà antiossidanti, antinfiammatorie e immunomodulanti. Questo tipo di estratto, sviluppato a Cuba, viene oggi ampiamente utilizzato per affrontare diversi disturbi come diarrea, mestruazioni abbondanti, infezioni cutanee ecc.

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Palermo ha di recente pubblicato una review che esamina nei dettagli sia le problematiche della coltivazione della pianta, da diversi anni in corso anche in Sicilia, sia le proprietà antiossidanti, antinfiammatorie e antitumorali attualmente allo studio, con interessanti rinvii alle ricerche finora pubblicate.

 

Per approfondimenti: Lauricella M, Emanuele S, Calvaruso G, Giuliano M, D’Anneo A. Multifaceted Health Benefits of Mangifera indica L. (Mango): The Inestimable Value of Orchards Recently Planted in Sicilian Rural Areas. Nutrients. 2017 May 20;9(5).

 

 

Botanica, viaggio nell’universo vegetale

“Amiamo solo ciò che conosciamo, per questo è importante conoscere le piante, ma la strada è ancora molto lunga. La maggior parte delle persone ha un’idea totalmente errata di cosa sia una pianta”. Parola di Stefano Mancuso, uno dei più importanti ricercatori botanici internazionali tra le massime autorità mondiali nel campo della neurobiologia vegetale, autore del libro “Botanica. Viaggio nell’universo vegetale”, edito da Aboca Edizioni. Il volume è l’ideale completamento testuale dello spettacolo Botanica, il progetto innovativo che unisce musica e scienza ideato dai Deproducers, gruppo musicale formato da Vittorio Cosma, Riccardo Sinigallia, Gianni Maroccolo e Max Casacci, con Aboca e il Prof. Stefano Mancuso, riferimento internazionale nella ricerca sui complessi molecolari vegetali, che in veste di co-produttore e co-ideatore dell’opera Botanica ha sposato l’idea di raccontare con suoni, musica e parole, le caratteristiche dello straordinario mondo vegetale a un pubblico ampio, in modo semplice e approfondito. Tutt’altro che passive o“insensibili”, non inferiori ma diverse dal regno animale, le piante possiedono una consapevolezza dell’ambiente che le circonda molto più elevata di numerose specie viventi. Da sempre considerate più vicine al mondo inorganico che alla vita attiva degli animali, le piante in realtà nascondono una complessità grandiosa, resistente, che le rende organismi funzionali, modulari, non centralizzati, in grado di resistere alle predazioni, dotati di memoria, strategie di difesa e azioni sociali sofisticate. Grazie alle loro incredibili capacità chimiche, alla struttura priva di organi vitali, alla loro sensibilità ai fattori ambientali che le rende capaci di avvertire in anticipo i minimi cambiamenti, le piante sono in grado di sviluppare tattiche di sopravvivenza raffinate. Sanno ingannare come fare squadra, risolvere problemi come ricordare e imparare, in difesa della loro natura stanziale che non permette vie di fuga. Decane incontrastate della vita sulla terra, le piante rappresentano anche il materiale con cui si realizza l’intera quantità di cibo che nutre il Pianeta. Oltre a influire sui processi fondamentali della nostra vita, a partire dalla produzione di ossigeno e dalla regolazione del clima.

 

Stefano Mancuso, professore all’Università di Firenze, dirige il Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale (LINV). Membro fondatore dell’International Society for Plant Signaling & Behavior, è accademico ordinario dell’Accademia dei Georgofili. È autore di volumi scientifici e di numerose pubblicazioni su riviste internazionali.

 

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa Gruppo Aboca, Davide Mercati tel. 0575/746329; e-mail: ufficiostampa@aboca.it

 

Sesamo, semi molto preziosi per la salute

L’uso del sesamo come cibo, rimedio e componente di pratiche rituali risale a più di 4.000 anni fa in Egitto e Medio Oriente e si diffuse da queste regioni in India e in Europa. Nella tradizione indiana, il seme di sesamo rappresenta l’immortalità. Nell’impero babilonese l’olio di sesamo era utilizzato per preparare profumi e rimedi terapeutici, mentre gli antichi egizi usavano l’olio nelle cerimonie di purificazione. In Europa i semi di sesamo furono importati dall’India nel I secolo a.C.

I semi di sesamo sono ricchi di proteine (circa 20-25% del peso) e di olio (circa 50%). Il sesamo contiene inoltre circa il 38% di grassi monoinsaturi e circa il 44% di grassi polinsaturi, oltre a fibre, vitamina E, tiamina, riboflavina, niacina e minerali, quali rame, zinco, magnesio, fosforo, ferro e calcio; è basso il tenore di grassi saturi.

Vari preparati della pianta sono stati utilizzati per scopi terapeutici. Nell’Ayurveda, la medicina tradizionale dell’India, la polvere ricavata dai semi veniva assunta per via orale in combinazione con un bagno caldo contenente una manciata di semi tostati per il trattamento dell’amenorrea e della dismenorrea. L’impiastro di semi veniva applicato su ulcere e scottature, mentre la pasta di sesamo miscelata con il ghee (burro chiarificato) si impiegava per il trattamento delle emorroidi. L’olio di sesamo veniva poi utilizzato come base per oli profumati e come shampoo fortificante.

Nella medicina tradizionale cinese, il sesamo è considerato un tonico dello yin, utile per idratare i tessuti asciutti e promuovere i fluidi corporei; in virtù di queste proprietà, i semi sono stati utilizzati anche per favorire la lattazione nelle puerpere. In Europa, l’olio di sesamo veniva massaggiato sulle palpebre o utilizzato come collirio per le affezioni oculari e internamente per il trattamento della gonorrea. Il decotto delle foglie si assumeva infine per risolvere problemi intestinali, come la dissenteria.

 

Fonte: Herbal Gram, settembre 2017, American Botanical Council

 

Le possibili adulterazioni della rodiola

Il programma di studio sulle adulterazioni cui sono soggette le piante medicinali sviluppato in collaborazione da  American Botanical Council (ABC), American Herbal Pharmacopoeia (AHP) e National Center for Natural Products Research dell’Università del Mississippi ha superato le trenta pubblicazioni. Uno degli ultimi approfondimenti riguarda la rodiola, una pianta dalle spiccate proprietà adattogene utilizzata per i disturbi dell’umore e le sindromi ansiose, presente in numerosi integratori negli Stati Uniti  (volume di vendite oltre 10 milioni di dollari, USA 2016) e in Europa.

Secondo Roy Upton, direttore esecutivo dell’AHP, nel caso della rodiola potrebbero verificarsi adulterazioni soprattutto di natura accidentale, poiché diverse specie botaniche rispondono allo stesso nome generico di rodiola e almeno in un caso l’azione delle due specie è simile. Rodhiola rosea è stato il primo prodotto commercializzato negli Stati Uniti, anche se in precedenza altre specie di rodiola venivano impiegate per lo più da erboristi provenienti dalla Cina.

Vista la popolarità della pianta, altre specie hanno cominciato a entrare nel mercato, in particolare R. crenulata. Queste due specie sono le più diffuse oggi sul mercato statunitense, ma se ne utilizzano anche altre in maniera più sporadica. E’ importante, ha commentato Blumenthal dell’ABC, che tutte le diverse specie utilizzate nei preparati salutistici siano correttamente riportate sulla confezione, in conformità con le normative in vigore.

 

Fonte: Botanical Adulterants Program – American Botanical Council

 

Dieta mediterranea e pressione sanguigna

Doctor measuring pressure of patient

Una recente ricerca dell’Università di Catania ha evidenziato una correlazione tra il maggiore consumo da fonti alimentari di polifenoli, abbondanti nella dieta mediterranea, e la riduzione dell’ipertensione. Lo studio MEAL (Mediterranean healthy Eating, Ageing, and Lifestyle) ha esaminato l’assunzione totale da fonti alimentari di polifenoli in un gruppo di adulti siciliani, mostrando una riduzione del rischio di ipertensione arteriosa del 32%. “I risultati di questo studio suggeriscono che i polifenoli dietetici possono essere inversamente associati all’ipertensione, indipendentemente dalla loro fonte dietetica”, ha osservato il primo autore Justyna Godos. La riduzione del rischio di ipertensione è stata osservata per il quartile più elevato di assunzione di polifenoli (media 522 milligrammi al giorno), ma non negli altri. Questi dati confermano peraltro una precedente ricerca eseguita su una popolazione brasiliana, dove il livello di soglia per un’azione sul rischio ipertensivo era di 300 mg di polifenoli al giorno. Lo studio siciliano, realizzato su 2.044 adulti, ha suddiviso il campione in quartili in rapporto all’assunzione totale di polifenoli e li ha correlati con la pressione sanguigna. Sono stati apportati inoltre adeguamenti nell’assunzione di minerali come sodio, magnesio e altri micronutrienti, dei quali è noto l’effetto sulla pressione sanguigna. I ricercatori hanno anche esaminato se specifici polifenoli e specifici gruppi alimentari avessero un effetto sulla pressione sanguigna riscontrando che, fra le singole sottoclassi di polifenoli, solo l’acido idrossifenilacetico era inversamente associato all’ipertensione. Infine, lo studio ha individuato alcuni effetti specifici di genere: gli acidi idrossicinnamici e idrossifenilacetici sono stati inversamente associati all’ipertensione nelle donne, ma non negli uomini, mentre l’acido caffeico ha mostrato una correlazione inversa solo nei maschi. Fra i cibi, sono stati considerati caffè, noci, tè, olive, vino rosso e bianco e birra; sorprendentemente solo l’assunzione di birra è risultata correlata in maniera significativa a un rischio minore di ipertensione.

Fonte: Godos J, Sinatra D, Blanco S, Mulé S, La Verde M, Marranzano M. Association between Dietary Phenolic Acids and Hypertension in a Mediterranean Cohort. : Nutrients, Volume 9, issue 10, published online.  DOI: 10.3390/nu9101069

 

 

Quali argomenti per l‘aggiornamento?

chamomile with leaves on a white background

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Il ruolo del luppolo su stress, ansia e depressione

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L’infiorescenza femminile del luppolo (Humulus lupulus, Cannabaceae) viene impiegata tradizionalmente per alleviare insonnia, irrequietezza e stati di eccitazione. La Commissione E tedesca ne ha approvato l’uso nei disturbi del sonno e dell’umore quali ansia e irrequietezza. Quest’azione è stata valutata su un gruppo di 42 giovani universitari greci (di età superiore a 18 anni) con uno studio randomizzato e controllato in doppio cieco in cross-over. Vi hanno partecipato persone con sintomi lievi di depressione, ansia e stress valutati con la Depression Anxiety Stress Scale-21 (DASS-21) che hanno ricevuto un estratto secco di luppolo (infiorescenze, 400 mg al giorno) oppure un placebo per 4 settimane; dopo 2 settimane di pausa (wash-out) sono passati all’altro schema di trattamento. Durante la sperimentazione non hanno assunto prodotti contenenti luppolo (birra inclusa), altri preparati di origine vegetale (valeriana, iperico ecc.) e vitamine. All’inizio di ogni fase dello studio sono stati misurati i valori antropometrici, i sintomi di ansia, depressione e stress e i valori di cortisolo plasmatico; sono stati registrati anche gli eventuali effetti avversi. Hanno completato lo studio 36 studenti con i seguenti risultati: in entrambi i gruppi non ci sono stati cambiamenti di rilievo dei valori antropometrici e dei livelli plasmatici di cortisolo. Nel gruppo verum rispetto a quello placebo si è registrata una diminuzione significativa dei punteggi di ansia (P = 0.009), depressione (P = 0.001) e stress (P = 0.009). Non sono stati riferiti effetti avversi nei due gruppi. Gli autori, sottolineando i risultati positivi dell’estratto sui sintomi analizzati e l’assenza di effetti avversi, ricordano che occorre cautela nell’utilizzo del luppolo nei soggetti depressi, in quanto il suo effetto sedativo potrebbe aumentare i sintomi depressivi e potenziare l’azione dei medicinali antidepressivi. Fra le limitazioni di questo studio si segnala la scarsa numerosità del campione e il ricorso a strumenti di valutazione soggettivi; di conseguenza prima di generalizzare i risultati, sono opportune nuove ricerche di durata maggiore e su campioni più ampi.

Fonte: Kyrou I, Christou A, Panagiotakos D, et al. Effects of a hops (Humulus lupulus L.) dry extract supplement on self-reported depression, anxiety and stress levels in apparently healthy young adults: a randomized, placebo-controlled, double-blind, crossover pilot study. Hormones (Athens). 2017;16(2):171-180.

 

Withania e funzione tiroidea: risultati incoraggianti da studio indiano

A Doctor Performing Physical Exam Palpation Of The Thyroid Gland

Secondo un recente studio indiano gli estratti della radice di Ashwagandha (Withania somnifera), una pianta della tradizione ayurvedica utilizzata anche in Occidente, contribuiscono a normalizzare i livelli degli ormoni tiroidei. L’assunzione per 8 settimane di un estratto dalla radice di questa pianta, infatti, ha contribuito a riportare nella norma i valori dell’ormone tireostimolante (TSH), della tiroxina (T4) e della triiodiotironina (T3) in soggetti con valori alti di TSH. I risultati mostrano un ruolo potenziale di questa pianta nella regolazione dell’asse HPT, riconducibile probabilmente alla sua azione anti-stress e di riduzione del cortisolo. La withania, il cui nome in sanscrito significa “odora come un cavallo” a causa dell’intenso odore della radice appena raccolta, viene utilizzata nella medicina ayurvedica da migliaia di anni come adattogeno per rigenerare la salute, mantenere l’omeostasi, sostenere la funzione tiroidea e mantenere l’equilibrio ormonale. Secondo l’ultimo report dell’American Botanical Council (ABC), è anche una delle piante medicinali più vendute negli Stati Uniti per il suo ampio ventaglio di benefici salutistici che includono la riduzione dello stress e l’azione su funzione cognitiva, sonno, benessere metabolico, prestazioni sportive ecc. “La letteratura scientifica riporta che la radice di Ashwagandha agisce contro lo stress e promuove l’equilibrio stabilizzando i livelli di alcuni ormoni chiave. Questa pubblicazione è la prima a valutarne l’impatto sugli ormoni tiroidei e il ruolo a sostegno di una normale funzionalità di questa importante ghiandola”, scrivono gli autori della ricerca. Allo studio, in doppio cieco randomizzato e controllato con placebo, hanno partecipato 50 persone con valori elevati di TSH che hanno assunto con criterio casuale un preparato a base di Ashwagandha (600 mg al giorno) o un placebo per 8 settimane. Nel gruppo verum i valori di TSH, T4 e T3 sono migliorati in maniera significativa, con un trend verso la normalizzazione rispettivamente del 19%, del 45% e del 21%. La ricerca ha dunque mostrato il ruolo dell’estratto di Ashwagandha nella normalizzazione dei valori degli ormoni tiroidei in soggetti con ipotiroidismo subclinico; sono necessari nuovi studi per chiarire i meccanismi d’azione coinvolti.

Fonte: A.K. Sharma et al. Efficacy and Safety of Ashwagandha Root Extract in Subclinical Hypothyroid Patients: A Double-Blind, Randomized Placebo-Controlled Trial. Journal of Alternative and Complementary Medicine. Published online ahead of print, doi: 10.1089/acm.2017.0183

 

Nutri il tuo cuore

In Italia ogni 12 minuti 1 persona è colpita da infarto cardiaco mortale o da un ictus cerebrale invalidante… Malgrado i farmaci e le nuove terapie, le malattie cardiovascolari sono ancora la prima causa di morte in Italia e nei paesi occidentali. Oggi abbiamo la certezza che l’alimentazione è la chiave di volta. Sì, ma quale alimentazione?

Alimentazione e cuore sono le parole d’ordine del libro scritto dal dr. Davide Terranova, cardiologo nutrizionista, in cui viene meticolosamente valutato ogni singolo nutriente di quotidiano consumo, in riferimento alla salute dell’apparato cardiovascolare, al fine di dimostrare il suo ruolo nelle principali malattie del cuore e dei vasi: infarto cardiaco, ictus cerebrale, ipertensione o aritmie.
Viene dimostrato come alla base di tutte queste malattie vi sia l’aterosclerosi, ossia l’infiammazione cronica delle arterie presente nella maggior parte di noi già fin da piccoli.
Sappiamo oggi che questa malattia ha un’incredibile correlazione con la “medicina” che assumiamo ogni giorno: il cibo. Medicina perché il cibo cura, ma può anche nuocere. Conoscere il suo meccanismo di azione fornisce un criterio in più di scelta e di consapevolezza al fine di prevenire efficacemente le malattie cardiovascolari.
Una parte del libro è dedicata agli esami del sangue necessari per verificare il reale stato di salute del cuore e delle arterie.

Davide Terranova è medico, specialista in cardiologia, nutrizionista. Giornalista scientifico Fondatore e pastpresident della Associazione Regionale Cardiologi Ambulatoriali del Veneto, è membro della Società Italiana di Nutrizione Umana. È autore e relatore di numerosi eventi per l’Educazione Continua in Medicina.