Derivato dal rizoma della pianta, lo zenzero (Zingiber officinale) è originario dell’Asia e viene usato sia come alimento sia come medicinale. Nella medicina tradizionale cinese, si utilizza per espellere “freddo”, “vento” e “umidità” e si ritiene possa fermare il flusso inverso del Qi (energia). Nei paesi occidentali lo zenzero è impiegato principalmente per i sintomi gastrointestinali e per alcuni disturbi respiratori. Studi in vitro e sull’animale attribuiscono alla pianta effetti antiemetici, antitumorali, antinfiammatori e ipoglicemizzanti. Secondo studi di piccole dimensioni, avrebbe inoltre un’azione protettiva contro la malattia di Alzheimer. Lo zenzero influenza lo svuotamento gastrico nei soggetti sani e può promuovere la sensazione di sazietà; alcune revisioni sistematiche indicano che questa pianta è efficace nel trattamento della dismenorrea primaria e moderatamente efficace contro la lombalgia cronica. Numerosi studi clinici indicano che lo zenzero può ridurre la nausea e il vomito, tuttavia se ne sconsiglia l’assunzione nel contesto perioperatorio a causa degli effetti anticoagulanti e antipiastrinici. Per queste ragioni la supplementazione di zenzero deve essere evitata da chi soffre di disturbi emorragici. Lo zenzero è indicato, sulla base di numerosi studi, nella prevenzione della nausea e del vomito post chemioterapia; uno studio pilota suggerisce che la supplementazione di zenzero può avere effetti chemiopreventivi nei soggetti a maggior rischio di cancro del colon, ma questo beneficio deve essere confermato con nuovi più ampi studi. Chi soffre di calcoli biliari deve evitare i preparati a base di zenzero a causa dei potenziali effetti colagoghi della pianta.
Fonte: About Herbs, Botanicals & Other Products Memorial Sloan Kettering Cancer Centre, New York


“Iridologia, Micoterapia e Sport” sono gli argomenti centrali del Convegno Nazionale 2018 organizzato da
L’Altea (Althaea officinalis L), nota anche come “bismalva”, “malvacchione” o “malvone”, ha una lunga storia come pianta medicinale e alimentare: era, infatti, conosciuta e utilizzata dagli antichi Egizi e Siriani e oggi è molto usata sia nella medicina popolare sia in preparati moderni. Appartenente alla famiglia delle Malvacee, è originaria delle zone umide di tutta l’Europa, dalla Norvegia alla Spagna, e delle zone temperate settentrionali e occidentali dell’Asia. Le radici contengono il 30% di mucillaggini, inclusi glicosano e xilano, zuccheri per l’11%, saccarosio per il 10%, lecitina, fitosterolo e asparagina per il 2%. Questa pianta medicinale è conosciuta per le sue proprietà lenitive ed emollienti, dovute principalmente all’elevato contenuto di mucillaggini in radici e foglie. Svolge un’azione decongestionante del cavo orale e delle vie respiratorie in generale ed è quindi un espettorante e sedativo per forme influenzali, raffreddore con catarro e attacchi di tosse. Questa sua proprietà è citata anche nella monografia dell’EMA (European Medicinal Agency) dedicata alla pianta. È inoltre utile come emolliente e disinfiammante delle mucose dell’apparato digerente, svolgendo un’utile azione in caso di gastrite e ulcere gastriche. Per uso esterno infine è efficace come lenitivo e decongestionante delle infiammazioni di cute, cavo orale e occhi. A partire da queste conoscenze, sono stati realizzati in Germania due studi prospettici che hanno valutato l’impressione e la soddisfazione dei consumatori circa l’efficacia e la tollerabilità di preparati a base di Altea nella tosse secca e nei fastidi a livello di cavo orale e faringe associati. Le due indagini, presentate all’ultimo Congresso della Society for Medicinal Plant and Natural Product Research-GA, hanno coinvolto 822 consumatori di preparati di altea (compresse o sciroppo dell’estratto di radice acquosa) per il trattamento della tosse secca, ai quali è stato chiesto di compilare un questionario per valutare l’andamento dei sintomi, l’efficacia, la tollerabilità e il livello di soddisfazione. Gli utilizzatori hanno dichiarato efficaci entrambi i preparati nel trattamento sintomatico dell’irritazione orale o faringea e della tosse secca con una rapida comparsa dell’effetto, nella maggior parte dei casi entro 10 minuti; anche la tollerabilità dei preparati è risultata molto buona confermando così l’uso di lunga data dell’altea nel trattamento sintomatico della tosse secca. 
Lo zafferano (Crocus sativus) è da qualche anno al centro di numerose ricerche che ne stanno testando le proprietà in diversi ambiti della salute e del benessere. La pianta contiene principi attivi ad ampia valenza antiossidante e in particolare alcuni suoi componenti attivi come le crocine e le crocetine hanno mostrato a livello sperimentale proprietà interessanti in materia di neuroprotezione. Lo zafferano in altri studi si è dimostrato efficace nel trattamento di tessuti neuronali degenerati come la retina, mentre crocine e crocetine hanno mostrato effetti antinfiammatori in cellule cerebrali in vitro. Una recente ricerca pubblicata sul Journal of the Neurological Science da un gruppo italiano ipotizza – con prove ancora del tutto preliminari – una sua azione protettiva in una malattia degenerativa importante come il morbo di Alzheimer. Secondo questo studio l’estratto sembra favorire la degradazione della proteina tossica beta-amiloide (ritenuta oggi fra le principali cause della malattia) in cellule di pazienti studiate in laboratorio. Inoltre, l’estratto di zafferano è risultato in grado di attivare l’enzima degradativo catepsina B rendendolo più efficiente. Questi i dettagli della ricerca: le cellule immunitarie di 22 pazienti con la forma più diffusa di Alzheimer e con un quadro di declino cognitivo ancora lieve sono state trattate in provetta con un componente attivo dello zafferano, una trans-crocetina. Si è visto che questa potenzia la degradazione della proteina tossica beta-amiloide, potenziando l’attività dell’enzima di degradazione cellulare catepsina B. Il prossimo step sarà allargare lo studio a livello cellulare per poi testare l’azione dello zafferano su persone che presentano la forma non ereditaria di Alzheimer (ossia più diffusa). Obiettivo verificare in vivo il potenziale di questa droga nel contrastare l’accumulo di beta-amiloide, che probabilmente è il risultato di uno squilibrio tra i processi di produzione e degradazione di questo peptide.
Le proprietà medicinali della radice della curcuma (Curcuma longa) sono note in Oriente da secoli. Contenuta in numerose preparazioni fitoterapiche sia cinesi sia ayurvediche, oltre a essere la spezia base per la composizione del curry, le virtù della Curcuma e il suo color giallo oro sono dovuti ai curcuminoidi e in particolare alla curcumina, una molecola altamente poliedrica. La curcumina è da anni oggetto di molte ricerche; un recente articolo della rivista Foods ha così sintetizzato i numerosi benefici per la salute della curcumina: “La maggior parte dei benefici terapeutici della curcumina è dovuta ai suoi effetti antiossidanti e antinfiammatori; per questo aiuta nella gestione degli stati ossidativi e infiammatori, nella sindrome metabolica, negli stati ansiosi e nell’iperlipidemia. È utile inoltre per gestire l’infiammazione indotta dall’esercizio fisico e i dolori muscolari, migliorando il recupero e le prestazioni dei soggetti che praticano esercizio fisico”. La pubblicazione ricorda che alcuni studi hanno anche evidenziato l’attività della curcumina negli stati infiammatori e degenerativi oculari. La ricerca ha dunque riscontrato effetti ad ampio raggio della curcumina, sia a livello cellulare sia generale, dove la curcumina influisce sui processi metabolici. Tra le ricerche più interessanti, gli autori segnalano quelle relative all’attività sul dolore muscolare post-esercizio che lascia ipotizzare un futuro posizionamento di questa sostanza nell’integrazione degli sportivi e nei preparati mirati per la salute articolare. L’articolo affronta anche la questione della biodisponibilità. Nonostante sia riconosciuta la sua sicurezza, l’utilizzo clinico della curcumina è stato limitato dalla sua bassa biodisponibilità. Le ragioni sono diverse e consistono principalmente nella sua esigua solubilità in acqua, bassa permeabilità intestinale e intenso metabolismo epatico. Per superare queste limitazioni sono state progettate diverse strategie farmacocinetiche e alcune di queste si sono rivelate promettenti. Sono state utilizzate anche le nanotecnologie al fine di aumentare la superficie e l’incapsulamento dei curcuminoidi con carrier lipidici che proteggono sia i polifenoli sia la velocità di assorbimento ed è stata prestata particolare attenzione anche ai sistemi che bloccano il metabolismo della curcumina. Uno dei bioenhancer (ossia le molecole di origine naturale che agiscono da promotori per l’assorbimento) più funzionali è la piperina, l’alcaloide estratto dal pepe nero, che aumenta la biodisponibilità e l’attività di diversi farmaci e composti nutraceutici, compresi i curcuminoidi, influenzando il metabolismo epatico.
Con l’età, ma non solo, si assiste frequentemente a una perdita della capacità di apprendimento e di memoria che può essere indicatore importante di una qualche forma e grado di demenza. La demenza colpisce milioni di individui in tutto il mondo ed è causata anche da malattie neurodegenerative o da lesioni cerebrali. Negli ultimi decenni la conoscenza di queste patologie è fortemente aumentata, ma si è ancora lontani da una completa comprensione e soprattutto dall’individuare terapie risolutive o certamente contenitive dei processi degenerativi individuati. Si utilizzano le migliori terapie disponibili, mentre si incrementa la ricerca per trovare le terapie realmente efficaci. Il seme di Nigella sativa è stato utilizzato per migliaia di anni allo scopo di prevenire e curare diversi tipi di malattie. Gli autori di questa revisione si sono posti l’obiettivo di esaminare quanto è stato documentato relativamente al ruolo potenziale di Nigella sativa nel facilitare l’apprendimento e la memoria. Una serie di evidenze documentano che l’estratto a base di semi o suoi composti isolati, come il timochinone, presentano delle potenzialità nel trattamento del tessuto neurale del cervello danneggiato. Si è sempre più consapevoli che i processi degenerativi a livello cognitivo sono multifattoriali, dipendono da diverse alterazioni e disfunzioni. Sono quindi necessarie risorse terapeutiche multi-target o una combinazione di risorse che agiscano, complessivamente, su più target. È stato rilevato che i preparati a base di nigella hanno attività sia neuroprotettiva che di modulazione colinergica e possono quindi rappresentare un buon esempio dell’approccio multi-target emergente, ad esempio nel trattamento di disturbi complessi come quelli tipici della malattia di Alzheimer. Non si è però riusciti ancora a comprendere esattamente quali siano i meccanismi coinvolti. Molti non sono ancora stati compiutamente indagati relativamente a Nigella; devono essere ancora approfonditi e valutati gli effetti a lungo termine, l’attività sul sistema glutammatergico, sulla neurotrasmissione GABAergica, sulla membrana mitocondriale e su una serie di enzimi che sono importanti modulatori dell’apprendimento e della memoria. Studi sull’uomo hanno rivelato che Nigella esercita attività mnemoniche/nootropiche, quindi che migliorano memoria e capacità cognitive. Negli anziani la somministrazione di Nigella in capsule (500 mg) per 9 settimane è stata in grado di migliorare le funzioni esecutive in varie prove correlate alla memoria, come la memoria logica, il test Digit Spam, il test di cancellazione di lettere (TCL) e il test della figura complessa di Rey-Osterrieth. Sono stati inoltre studiati gli effetti di Nigella sull’umore, sull’ansia e a livello cognitivo in volontari sottoposti a test sulla memoria verbale (California Verbal Learning Test; CVLT), sull’umore con la scala di Bond-Lader (misura i livelli di allerta, benessere e calma) e l’ansia attraverso STAI (State-Trait Anxiety Inventory). Dalla sperimentazione è emerso che il consumo giornaliero, per quattro settimane, di una capsula di Nigella (500mg) ha stabilizzato l’umore, diminuito l’ansia e migliorato la memoria. Secondo gli autori della revisione sono stati accumulati dati sufficienti per fare di Nigella sativa un candidato per la ricerca finalizzata alla messa a punto di risorse terapeutiche per malattie correlate alla neurodegenerazione e a lesioni cerebrali che influenzano l’apprendimento e la memoria. Le evidenze sembrano supportare l’ipotesi che questa pianta e/o i suoi costituenti bioattivi possono migliorare l’apprendimento e la memoria in animali e uomini in salute e con malattia. Revisione della letteratura da parte di associati a vari istituti, fra questi: 1Division of Biohealth Science, Institute of Biological Sciences, Faculty of Science,University ofMalaya, 50603 Kuala Lumpur, Malesia.
Diversi studi clinici hanno rilevato che l’estratto di semi d’uva può ridurre la pressione sanguigna ma, in alcuni casi, non è stato possibile riprodurre i medesimi risultati. Gli autori di questa meta-analisi si sono quindi posti l’obiettivo di valutare sistematicamente l’impatto del trattamento con estratti di semi d’uva sui cambiamenti della pressione sanguigna sistolica/diastolica (SBP/DBP). Sono stati individuati tramite ricerca su banche dati biomediche gli studi clinici controllati e randomizzati e i dati sono stati estratti indipendentemente da due ricercatori. Le dimensioni dell’effetto sono state stimate ed espresse come differenze medie ponderate (WMD) e intervallo di confidenza 95% (IC95%). Sono stati inclusi e analizzati 16 studi clinici che hanno coinvolto 810 persone. L’analisi ha rilevato, dopo trattamento con estratto di semi d’uva, una riduzione significativa della pressione sistolica (WMD -6,077; IC95% fra -10,736 e -1,419, p=0.011) e diastolica (WMD -2,803; IC95% fra -4,417 e -1,189; p=0.001). Nelle analisi per sottogruppi sono emerse riduzioni significative fra le persone più giovani (età media <50 anni; SBP: WMD -6,049, IC95% fra -10,223 e -1,875, p=0.005; DBP: WMD -3,116, IC95% fra -4.773 e -1.459; p<0.001), fra quelle obese (indice di massa corporeo ≥ 25 kg/m; SBP: WMD -4,469, IC95% fra -6,628 e -2,310, p<0.001) e fra i pazienti con sindrome metabolica (SBP: WMD -8,487, IC95 fra -11,869 e -5,106, p<0.001). Ulteriori valutazioni di meta-analisi di regressione hanno evidenziato che, in persone trattate con estratto di semi d’uva l’età, l’indice di massa corporea e la pressione sanguigna basale sono negativamente associate a riduzioni significative della pressione sistolica e diastolica. Non sono stati rilevati bias di pubblicazione. Per gli autori i risultati ottenuti dimostrano che l’estratto di semi d’uva ha esercitato un impatto benefico sulla pressione sanguigna; un impatto ancora più evidente nelle persone più giovani, obese o con disturbi metabolici. In considerazione della ridotta dimensione del campione, i risultati hanno la necessità di essere confermati da studi più ampi e con struttura sperimentale più articolata. Revisione e meta-analisi a cura di associati a: College of Pharmacy, Binzhou Medical University, Shandong, Cina.



