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L’effetto della cannella sul profilo glicemico e lipidico

Il diabete mellito di tipo 2 è una malattia metabolica caratterizzata da un difetto della secrezione insulinica che può peggiorare nel tempo fino a determinare una condizione di insulinoresistenza. Per secoli anche la medicina tradizionale è stata utilizzata come alternativa e/o come integrazione nel trattamento di questa malattia, indicando in qualche modo che alcuni dei composti bioattivi isolati dalle piante sono in grado di esplicare un’attività antidiabetica e in particolare di abbassare i livelli ematici di glucosio. Negli ultimi anni sono cresciute le evidenze scientifiche che la cannella possa esercitare degli effetti benefici sul diabete mellito di tipo 2 migliorando gli indici glicemici e lipidici.

La cannella (Cinnamomum verum Presl, Famiglia Lauraceae) è una pianta originaria dell’Asia meridionale e sudorientale, attualmente coltivata nello Sri Lanka, nelle Isole Seychelles, nell’India sudorientale, in Indonesia e in Sud America. I suoi principali componenti sono la cinnamaldeide, i polimeri della procianidina di tipo A, l’acido cinnamico e la cumarina. La droga è data dalla corteccia del fusto e dei rami privata delle parti più esterne ed essiccata. Per la presenza di polifenoli nel fitocomplesso la cannella costituisce una fonte potenziale di sostanze antiossidanti e antinfiammatorie naturali, esercita un’attività antiradicalica, regola i livelli di IL-1 e IL-6, della proteina C-reattiva e del fattore di necrosi tumorale alfa che possono contribuire a proteggere dallo stress ossidativo agendo in modo benefico sul diabete.

La recente revisione narrativa

Questa recente revisione narrativa ha sintetizzato gli effetti della cannella sul controllo della disglicemia e della dislipidemia nei soggetti con diabete di tipo 2, approfondendo contestualmente anche i relativi meccanismi d’azione. L’analisi è stata svolta su 23 articoli selezionati in letteratura internazionale nelle banche dati online PubMed, Medline e Cochrane Library, nel periodo dal 2020 al 2022. Sulla base di questi studi si rileva che la cannella può agire sulla regolazione del metabolismo del glucosio mediante un effetto insulino-simile e attraverso il miglioramento dell’attività enzimatica. Studi in vitro hanno dimostrato che contribuisce a ridurre la glicemia postprandiale, anche attraverso l’inibizione dell’enzima alfa-amilasi, e che agisce positivamente sul metabolismo dei lipidi attraverso la riduzione dell’assorbimento del colesterolo e degli acidi grassi nell’intestino. Le evidenze scientifiche disponibili hanno mostrato dunque che la cannella migliora gli indicatori glicemici e lipidici.

Diversi studi clinici hanno chiarito inoltre che la cannella possiede un effetto antinfiammatorio, che può influire in modo positivo nel diabete. Alcuni di questi trial presentano tuttavia alcune limitazioni, tra cui la variabilità delle dosi, degli estratti e delle specie di cannella testati, delle forme di somministrazione e della terapia antidiabetica assunta dai soggetti esaminati. Sono pertanto necessari ulteriori studi clinici randomizzati, controllati per comprendere gli effetti a lungo termine della cannella come supplementazione nel diabete mellito di tipo 2.

 

Fonte:

Silva ML et al. Cinnamon as a Complementary Therapeutic Approach for Dysglycemia and Dyslipidemia Control in Type 2 Diabetes Mellitus and Its Molecular Mechanism of Action: A Review. Nutrients 14(13) (2022) 2773.

Etnobotanica e attività biologiche dell’Agrimonia

Agrimonia eupatoria, agrimony, church steeples or sticklewort. Isolated on white background.

L’agrimonia (Agrimonia eupatoria L. famiglia Rosaceae) è una pianta originaria dell’Europa centrale e settentrionale, dell’Asia temperata e del Nord America, diffusa nelle regioni temperate dell’emisfero settentrionale e in Africa, conosciuta anche come eupatorio dei Greci o di Dioscoride ed Erba di S. Guglielmo. La droga è costituita dalle sommità fiorite essiccate ed è generalmente importata dai Paesi dell’Est europeo come Bulgaria, Ungheria e Croazia.

La recente review

Questa recente review pubblicata sul Journal of Ethnopharmacology espone una sintesi degli studi scientifici pubblicati su Agrimonia eupatoria e in particolare la composizione fitochimica, le attività biologiche e farmacologiche dei suoi componenti e gli utilizzi in etnobotanica. La caratterizzazione fitochimica di Agrimonia eupatoria , scrivono gli autori, ha rilevato la presenza al suo interno di composti polifenolici, in particolare acidi fenolici, flavonoidi, tannini, procianidine e cumarine; sono stati identificati anche terpenoidi, steroidi e saponine. I costituenti più comunemente riportati negli studi di letteratura internazionale sono astragalina, cinaroside, iperoside, isoquercetina, isovitexina, rutina, catechina, procianidina B3 e agrimoniina. Grazie alla sua composizione fitochimica, la pianta esplica diverse proprietà farmacologiche: gli estratti di Agrimonia eupatoria mostrano infatti attività antiossidanti, riducenti e inibenti della perossidazione lipidica, antimicrobiche, antibatteriche, antimicotiche, antivirali, antidiabetiche, antitumorali, anti-nocicettive, antinfiammatorie, epato- e neuroprotettive e citotossiche.

In medicina popolare l’agrimonia è stata utilizzata per le sue proprietà astringenti, antiossidanti, antinfiammatorie, ipotensivanti e diuretiche sotto forma di infuso, decotto o tintura delle parti aeree. Tra i vari impieghi tradizionali, si segnala anche il trattamento dei disturbi gastrointestinali: la pianta infatti entra come ingrediente di diverse miscele di erbe utilizzate per il trattamento dei calcoli biliari e di altri disturbi, tra cui un’aumentata produzione di bile e l’algia localizzata in fegato e cistifellea. Studi preclinici e clinici hanno dimostrato l’efficacia e la sicurezza di Agrimonia eupatoria come epatoprotettore e il suo ruolo protettivo anche nelle malattie cardiovascolari, metaboliche e nel diabete. Diversi aspetti dell’applicazione terapeutica e salutistica della pianta devono tuttavia essere approfonditi con ulteriori ricerche che siano in grado di dimostrare la relazione tra le proprietà biologiche e farmacologiche e il suo utilizzo in etnomedicina, concludono gli autori dell’articolo.


Fonte:

Malheiros J, Simões DM, Figueirinha A, Cotrim MD, Fonseca DA. Agrimonia eupatoria L.: An integrative perspective on ethnomedicinal use, phenolic composition and pharmacological activity. J Ethnopharmacol. 2022 Oct 5;296:115498.. Epub 2022 Jun 22.

Semi di lino e controllo glicemico

Il prediabete e il diabete di tipo 2 sono caratterizzati da un aumento della concentrazione di zuccheri nel sangue e da insulinoresistenza. Sebbene siano presenti diverse segnalazioni dei potenziali benefici del consumo di semi di lino su diversi parametri metabolici, non vi sono ancora evidenze confermate circa il loro effetto tra le persone affette da queste problematiche.

Le attività dei semi di lino

Il lino (Linum usitatissimum L.; famiglia delle Linacee) è una pianta erbacea annuale alta tra 30 e 60 cm dal fusto eretto, molto fragile, ramificato nella parte finale, con foglie tenere, lanceolate di color verde scuro. I fiori, raccolti in racemi terminali, sono grandi, di colore azzurro-cielo con 5 sepali, 5 petali, 5 stami gialli. I frutti sono capsule contenenti semi di piccole dimensioni, di forma ovale e di colore dal bruno scuro al giallo paglierino, a seconda delle varietà. La radice è un corto fittone. I semi contengono mucillagini (arabinosio, galattosio, ramnosio, xilosio, acido mannuronico e acido galatturonico), acidi grassi (linoleico, alfa-linoleico e oleico), fibre, proteine, minerali, steroli, lignani, triterpeni e sostanze glicosidiche.

Impiegato dalle epoche più antiche soprattutto per la produzione di tessuti e come alimento, le proprietà salutistiche del lino erano note a Dioscoride e Plinio che ne citavano le virtù lenitive e antinfiammatorie sia per uso esterno che interno. Tipici della tradizione sono i cataplasmi antitussivi preparati riscaldando i semi di lino (o la farina ottenuta da questi frantumandoli) applicati, avvolti in un panno, sul petto per qualche minuto. Gli impacchi con la farina di semi di lino venivano impiegati anche per lenire infiammazioni cutanee, foruncolosi, eczemi e acne.

Ai semi di lino, da cui si ricava uno degli oli più ricchi in acido linolenico e antiossidanti (omega 3, omega 6, vitamina F, vitamina E), sono attribuite proprietà blandamente lassative. Queste proprietà sono riconducibili alla presenza di mucillagini che richiamano acqua all’interno del lume intestinale e formano un gel voluminoso che stimola i movimenti peristaltici, per questo rappresentano un importante aiuto contro la stipsi cronica. I semi di lino possono essere di aiuto anche per altri problemi correlati alle infiammazioni del colon, dato che la loro azione emolliente e lenitiva contribuisce a sfiammare le mucose irritate. L’azione ipocolesterolemizzante attribuita ai semi di lino è correlata alla presenza degli acidi grassi polinsaturi omega 3 e di fibre. Alcuni studi hanno mostrato che i semi di lino contribuiscono a migliorare alcuni parametri relativi alla sindrome metabolica.

La revisione sistematica

Una recente revisione sistematica e metanalisi ha valutato nello specifico l’effetto dell’integrazione di semi di lino sulle variabili di controllo glicemico e sull’insulinoresistenza in soggetti con prediabete e diabete di tipo 2.

A fine è stata condotta una ricerca della letteratura scientifica su PubMed, Cochrane Central Register of Controlled Trials (CENTRAL) e Web of Science, per individuare gli studi randomizzati e controllati (RCT) che hanno preso in esame l’effetto della supplementazione di semi di lino sulla glicemia a digiuno, sull’emoglobina glicata, sulle concentrazioni di insulina o sull’HOMA-IR (Homeostatic Model Assessment of Insulin Resistance), un parametro che esprime quanta insulina serve per controllare la glicemia. Sono stati inclusi nella revisione sistematica e metanalisi sette studi. Dai risultati è emersa, dopo l’assunzione di semi di lino, una riduzione significativa della glicemia a digiuno, delle concentrazioni di insulina e dell’Homeostatic Model Assessment of Insulin Resistance.

I semi di lino pertanto contribuiscono a migliorare le variabili del controllo glicemico e l’insulinoresistenza nel prediabete e nel diabete di tipo 2. Sono tuttavia, sono necessari ulteriori studi randomizzati e controllati per confermare questi risultati e approfondire anche il possibile effetto della sinergia con il trattamento dietetico. I semi di lino sono considerati generalmente sicuri ma si sconsigliano in caso diverticoli intestinali o di sindromi occlusive gastrointestinali. Evitare l’assunzione in contemporanea con i farmaci in quanto, a causa dell’alto contenuto in mucillagini e fibre, potrebbero ridurne l’assorbimento.

 

Fonte:

Villarreal-Renteria AI, Herrera-Echauri DD, Rodríguez-Rocha NP, Zuñiga LY, Muñoz-Valle JF, García-Arellano S, Bernal-Orozco MF, Macedo-Ojeda G. Effect of flaxseed (Linum usitatissimum) supplementation on glycemic control and insulin resistance in prediabetes and type 2 diabetes: A systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. Complement Ther Med. 2022 Nov;70:102852.

Fatigue e ginseng rosso coreano

Durante il lavoro o l’attività fisica il corpo umano si trova in uno stato di stress ad alta intensità e tutte le sue parti e funzioni fisiologiche rispondono positivamente per mantenere o per bilanciare la necessità di movimento. Nel processo di movimento il corpo umano è soggetto a numerosi cambiamenti fisiologici e l’affaticamento, o fatigue, ne rappresenta la manifestazione esterna.

La fatigue costituisce anche un meccanismo fisiologico di autoprotezione quando il corpo ha raggiunto un certo livello di attività, che contribuisce a prevenire l’insorgenza di un’eccessiva e pericolosa insufficienza funzionale. Si tratta, ad ogni modo, di un processo complesso il cui meccanismo non è ancora stato del tutto chiarito. In questo ambito la ricerca sta vagliando l’efficacia dei fitocomplessi e di alcuni componenti fitochimici che abbiano un effetto nel contrastare l’affaticamento, esplorandone anche il meccanismo d’azione. Tra le piante oggetto di studio c’è il ginseng rosso coreano (Panax ginseng C.A. Meyer, Araliaceae), una pianta ad azione tonico-adattogena, i cui costituenti principali sono saponine triterpeniche e polisaccaridi estratti dalla radice. Gli estratti di radice di ginseng hanno infatti un’azione di supporto in situazioni di stanchezza fisica e mentale.

Lo studio

In particolare questo studio randomizzato in doppio cieco controllato con placebo ne ha testato l’azione sull’affaticamento di un campione di 110 soggetti per 8 settimane. I partecipanti al trial sono stati suddivisi in modo casuale in un gruppo trattamento, che ha ricevuto compresse di ginseng rosso coreano, e in un gruppo di controllo che ha ricevuto una sostanza placebo. Il calcolo è stato effettuato in base allo standard del test di esercizio a sub-alta intensità. Dopo il trattamento nel gruppo ginseng il grado di forza soggettiva è risultato significativamente inferiore rispetto al trattamento con placebo, come anche il contenuto di acido lattico nel sangue rispetto al gruppo placebo. Anche i valori ematici di creatinfosfochinasi (CK) è risultato più basso in modo statisticamente significativo dopo la sperimentazione nel gruppo ginseng rosso coreano rispetto al gruppo placebo. Il ginseng rosso coreano – concludono gli autori – si è dimostrato utile per alleviare la fatica/stanchezza fisica. L’assunzione di capsule di ginseng rosso non ha determinato effetti negativi sull’indice di sicurezza.

 

Fonte:

Yang Y, Wang H, Zhang M, Shi M, Yang C, Ni Q, Wang Q, Li J, Wang X, Zhang C, Li Z. Safety and antifatigue effect of Korean Red Ginseng capsule: A randomized, double-blind and placebo-controlled clinical trial. J Ginseng Res. 2022 Jul;46(4):543-549.

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Fornisce inoltre le informazioni utili e i consigli appropriati a quanti si curano con preparati fitoterapici, oltre alle indicazioni sui limiti di utilizzo delle piante medicinali e sulle possibili interferenze con altre terapie farmacologiche in corso.

 

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L’arnica, o tabacco di montagna

L’arnica (Arnica montana) è una pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Asteraceae, diffusa in Asia orientale, Europa, Stati Uniti settentrionali e Canada. Predilige i terreni più freddi e in Italia si trova nelle zone alpine e pre-alpine dell’area nord orientale. I fiori sono costituiti da capolini di colore giallo-arancio, mentre il frutto è un piccolo achenio di colore scuro provvisto di pappo per la dispersione dei semi a opera del vento. I suoi principali componenti sono lattoni sesquiterpenici, carotenoidi, olio essenziale, flavonoidi, cumarine, triterpeni, e fitosteroli. Citata per la prima volta da Ildegarda di Bingen per il trattamento di ecchimosi e contusioni, l’arnica compare nei testi medici a partire dal XV secolo. Nella tradizione popolare è conosciuta anche come ‘tabacco di montagna’, poiché le sue foglie essiccate venivano impiegate come tabacco da naso. Fiori e radici vengono utilizzati per trattare contusioni, distorsioni, dolori muscolo-scheletrici. L’arnica è disponibile sotto forma di gel, unguenti e creme e, in diluizione, viene utilizzata anche nella preparazione di medicinali omeopatici.

Studi in vitro hanno dimostrato che esplica attività antimicrobiche e antinfiammatorie, mentre alcuni studi clinici hanno indicato che in applicazione topica contribuisce ad alleviare i dolori dell’osteoartrite e riduce in modo significativo gli ematomi rispetto al placebo o a pomate a bassa concentrazione di vitamina K. Gli studi condotti sui benefici dell’arnica nella fase post-operatoria hanno mostrato una riduzione dell’edema dopo interventi sul ginocchio, di tonsillectomia e di rinoplastica. I lattoni sesquiterpenici, costituenti attivi della pianta, hanno proprietà antinfiammatorie e inibiscono il legame dei fattori di trascrizione AP-1 e NF-κB al DNA. Una tintura preparata dai fiori di arnica ha soppresso in vitro i livelli di mRNA della collagenasi-1 (MMP1) e della collagenasi-13 interstiziale (MMP13) nei condrociti articolari umani, che svolgono un ruolo significativo nella distruzione della cartilagine articolare e nell’infiammazione che caratterizza osteoartrite e artrite reumatoide.

L’uso interno dell’arnica è sconsigliato; la sua assunzione può provocare cefalea, dolori addominali e problemi vasomotori e respiratori. Evitare anche l’uso topico di estratti di Arnica in caso di ipersensibilità alla pianta o ad altre piante appartenenti alla stessa famiglia. L’arnica inibisce l’aggregazione piastrinica in vitro e può potenziare gli effetti del warfarin o altri anticoagulanti; tuttavia la rilevanza clinica di queste interazioni non è nota.

Fonte:

Herbs, Memorial Sloan Kettering Cancer Center

Tè nero e salute

Sono ormai numerose le evidenze scientifiche a supporto degli effetti positivi per la salute del consumo di tè (Camellia sinensis) e che vengono attribuiti principalmente alle elevate concentrazioni di specifici polifenoli (flavonoidi). Questi composti sono ampiamente presenti nelle foglie e nei germogli essiccati di Camellia sinensis, impiegati per la preparazione dell’infuso. Ad oggi la maggior parte dei dati di ricerca disponibili proviene dai Paesi nei quali si consuma prevalentemente tè verde

Questa recente ricerca, uno studio prospettico di coorte, fornisce nuove informazioni sull’associazione tra tè e salute, e si basa al contrario su un campione di circa mezzo milione di persone (498 043), di entrambi i sessi e di età compresa tra i 40 e i 69 anni, che per la maggior parte (90%) assumevano abitualmente tè nero. Analizzando le informazioni su alimentazione e stile di vita, i dati genetici e i fattori di rischio di malattia, i ricercatori hanno osservato che tra i partecipanti allo studio che consumavano abitualmente tè (più dell’80% del campione), il rischio di mortalità durante un follow-up medio di 11,2 anni era moderatamente inferiore rispetto a coloro che non lo consumavano. Il beneficio maggiore era associato al consumo di 2-3 tazze di tè al giorno, con una probabilità di morte per qualunque causa inferiore del 13% rispetto al non consumo della bevanda.

Risultati simili hanno anche riguardato consumi di tè più elevati (ad esempio il 3% della popolazione studiata assumeva 10 o più tazze al giorno). Il consumo di tè è risultato correlato anche alla riduzione del rischio di mortalità per malattie cardiovascolari, cardiopatia ischemica e ictus, ma non per tumori o patologie respiratorie. Su questi risultati non ha influito il fatto che le persone aggiungessero al tè zucchero o latte, la temperatura della bevanda consumata né la variazione genetica nel metabolismo della caffeina.

In conclusione, fanno rilevare i ricercatori, una maggiore assunzione di tè è stata associata a un minor rischio di mortalità tra coloro che bevevano 2 o più tazze al giorno, indipendentemente dalla variazione genetica nel metabolismo della caffeina. Questi risultati suggeriscono che il tè, anche a livelli più elevati di assunzione, può entrare a far parte di una dieta sana.

 

Fonte:

Inoue-Choi M, Ramirez Y, Cornelis MC, Berrington de González A, Freedman ND, Loftfield. Tea Consumption and All-Cause and Cause-Specific Mortality in the UK Biobank: A Prospective Cohort Study. E. Ann Intern Med. 2022 Aug 30. doi: 10.7326/M22-0041. Epub ahead of print.
 

Semi di sesamo come protezione cardiovascolare

Il sesamo (Sesamum indicum) è una pianta appartenente alla famiglia delle Pedaliaceae diffusa in Asia e Africa. I suoi semi, utilizzati come spezie, sono una fonte di beta-carotene e di numerosi antiossidanti e aiutano a garantire un apporto adeguato di vitamine e minerali, in particolare di vitamine del gruppo B, di potassio, di fosforo, calcio e magnesio, di ferro e rame e di vitamina E, selenio e manganese (antiossidanti). Inoltre i semi di sesamo sono una fonte di grassi alleati della salute cardiovascolare, che insieme alle fibre aiutano a tenere sotto controllo i livelli di colesterolo nel sangue. Infine, in questi semi sono presenti anche diversi composti polifenolici che aiutano a difendere l’organismo dallo stress ossidativo.

I risultati di una recente metanalisi

Questa recente metanalisi di studi controllati randomizzati (RCT) ha valutato gli effetti dell’integrazione di sesamo e dei suoi derivati sui fattori di rischio delle malattie cardiovascolari. Gli studi analizzati sono stati individuati tramite una ricerca sistematica nelle principali banche dati elettroniche e la qualità degli articoli inclusi è stata valutata con il Cochrane Risk of Bias, mentre la qualità delle prove è stata valutata con l’approccio GRADE. Complessivamente, sono stati inclusi nella metanalisi 16 studi che hanno coinvolto in totale 908 partecipanti. Rispetto al gruppo di controllo, l’assunzione di sesamo ha ridotto in modo statisticamente significativo i livelli di colesterolo totale e di trigliceridi, la pressione arteriosa sistolica e diastolica, il peso corporeo, l’indice di massa corporea, la circonferenza fianchi e vita (P < 0,05). Questi risultati sono rimasti stabili anche nell’analisi di sensibilità e non è stato rilevato alcun bias di pubblicazione significativo. L’analisi metanalitica ha pertanto dimostrato che il consumo di semi di sesamo contribuisce a ridurre il rischio di malattie cardiovascolari migliorando la gestione dei lipidi ematici, della pressione arteriosa e del peso corporeo. Per confermare questi risultati sono necessari ulteriori studi randomizzati e controllati su larga scala.

Fonte:

Huang H, Zhou G, Pu R, Cui Y, Liao D. Clinical evidence of dietary supplementation with sesame on cardiovascular risk factors: An updated meta-analysis of randomized controlled trials. Crit Rev Food Sci Nutr. 2022;62(20):5592-5602.

Il tonico dei Guaranì

Il mate (Ilex paraguariensis St. Hil.) è una pianta della famiglia delle Aquifoliaceae, originaria del Sud America (Brasile, Argentina, Paraguay, Cile), ampiamente consumata dalle popolazioni locali sotto forma di infuso e utilizzato anche come rimedio in medicina tradizionale. Ilex paraguariensis è una pianta dapprima in forma arbustiva e che poi diviene, a maturità, albero, con altezze fino a 15 metri e con chioma densa e oblunga e con un tronco corto di 30-40 cm di diametro. Le foglie – sempreverdi, lunghe 7–110 millimetri e larghe 30–55 millimetri, con margini seghettati – contengono caffeina e alcaloidi xantinici. I fiori sono piccoli e di colore bianco-verdastro con quattro petali. Il frutto è una drupa rossa di 4-6 millimetri di diametro. Il suo habitat è quello degli altopiani freschi, umidi e tropicali vicino a ruscelli e valli fluviali ad altitudini fino a 1.500 metri. Della pianta si apprezzano gli effetti stimolanti, dovuti alla presenza di caffeina, mentre in epoca più recente essa viene utilizzata per la preparazione di integratori alimentari per la sua azione tonico-stimolante nonché per coadiuvare il calo ponderale. Tra i suoi principali componenti si segnalano caffeina, teobromina, minime di teofillina, tannini, sostanze minerali, tracce di olio essenziale e vitamine: in particolare C, B1, B2.

Studi in vitro indicano che il mate ha proprietà antiossidanti e cardioprotettive. Modelli animali suggeriscono anche effetti anti-adipogenici e antilipemici, ma gli studi sull’uomo sono ancora limitati. Un preparato a base di mate ha ritardato lo svuotamento gastrico in soggetti in sovrappeso e altri dati in donne generalmente sane suggeriscono che il suo consumo può avere effetti a breve termine sull’assunzione di calorie e sulla regolazione dell’appetito. In alcuni modelli di cancro, i composti del mate hanno mostrato proprietà inibitorie del proteasoma e della topoisomerasi nonché effetti antinfiammatori e apoptotici, ma ad oggi non si segnalano studi clinici su larga scala che ne abbiano valutato efficacia e sicurezza nell’uomo. L’uso continuativo e in grande quantità di mate può provocare tachicardia per la presenza di caffeina. Da evitare l’associazione con caffè, tè, o altre bevande energizzanti.

Fonte:

Herbs, Memorial Sloan Kettering Cancer Center
 

L’Ashwagandha nel contrasto a stress e ansia

La withania (Withania somnifera (L.) Dunal) nota anche come Ashwagandha o ginseng indiano, è una pianta adattogena della medicina ayurvedica, dove viene utilizzata da tempo per contrastare e ridurre gli stati di stress e l’ansia e per migliorare il benessere generale, oltre che per sostenere la memoria e le performance cognitive. Gli studi clinici finora condotti circa l’effetto di questa pianta sull’ansia e sullo stress su hanno mostrato risultati contrastanti. Questa recente revisione sistematica con metanalisi ha ripreso il tema: per valutare l’effetto dell’integrazione di Ashwagandha su ansia e stress è stata eseguita una ricerca sistematica sulle banche dati elettroniche PubMed/Medline, Scopus e Google Scholar dall’inizio fino a dicembre 2021 per individuare gli studi clinici randomizzati e controllati (RCT) pubblicati in materia.

Sono stati inclusi nella revisione sistematica con metanalisi 12 articoli, con una dimensione totale del campione di 1.002 partecipanti, di età compresa tra 25 e 48 anni che hanno mostrato come la supplementazione con Ashwagandha abbia ridotto in modo statisticamente significativo l’ansia e il livello di stress rispetto al placebo. L’analisi dose-risposta non lineare ha indicato inoltre un effetto favorevole della supplementazione sull’ansia fino a 12.000 mg/die e sullo stress alla dose di 300-600 mg/die. L’analisi qualitativa e quantitativa dose-risposta degli RCT hanno dunque evidenziato un effetto benefico della withania sia sullo stress sia sull’ansia; sono tuttavia necessari ulteriori studi di alta qualità per stabilire con certezza l’efficacia clinica di questa pianta.

 

Fonte:

Akhgarjand C, Asoudeh F, Bagheri A, Kalantar Z, Vahabi Z, Shab-Bidar S, Rezvani H, Djafarian K. Does Ashwagandha supplementation have a beneficial effect on the management of anxiety and stress? A systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. Phytother Res. 2022 Aug 25.