Global warming e piante medicinali

 

È recentissima la pubblicazione sulla rivista Planta Medica di un documento firmato da eminenti botanici internazionali che fa il punto sull’impatto di emergenza climatica e riscaldamento globale – definiti il terzo principale fattore di ‘cambiamento nella natura’ – sulle piante medicinali.

Il documento fa seguito al ‘Warning to Humanity’ di World Scientists cui hanno aderito 15.000 esperti di 184 Paesi, un appello che sottolineava come, in assenza di un cambio di passo e di politiche adeguate, i cambiamenti climatici avranno profondi effetti negativi per l’uomo e per tutte le altre specie viventi. Le piante medicinali non saranno risparmiate e l’impatto sarà più drammatico per le comunità locali, dove la medicina occidentale non è ancora accessibile e le erbe sono la principale risorsa terapeutica per la maggioranza della popolazione.

Si stima che circa un milione di specie, animali e vegetali, siano minacciate di estinzione a fronte dei cambiamenti climatici. Se a questo dato si associa il fatto che, per soddisfare la crescente domanda del mercato globale, le specie medicinali sono spesso raccolte con modalità non sostenibili, allora l’estinzione di numerose popolazioni vegetali è più di un’ipotesi.

Sappiamo che al global warming le specie vegetali rispondono in vario modo, per esempio migrando verso aree più fredde quando il loro ambiente di nicchia si riscalda di qualche grado. Se tuttavia, a fronte di cambiamenti troppo pervasivi o rapidi, la dinamica si fa troppo veloce, allora l’intero processo adattativo rischia di saltare. Uno studio condotto sulle Ande ha rilevato ad esempio che, a causa del riscaldamento, alcune specie si stanno spostando verso quote più fresche, ma che il tasso di migrazione non è abbastanza veloce da evitare la perdita delle specie. In alcune zone artiche lo scioglimento dei ghiacciai potrebbe mettere a repentaglio specie vegetali quali la rodiola o il tè del Labrador, come ha ammonito il botanico canadese Alain Cuerrier. Problemi analoghi potrebbero esserci per le piante del páramo, l’ecosistema montano delle Ande, con la perdita di specie autoctone uniche.

Inoltre, poiché molti metaboliti secondari vegetali sono il risultato di stress ambientali, senza questi fattori di stress oppure con fattori diversi, la produzione di metaboliti potrebbe diminuire, influendo quindi sulla composizione fitochimica delle piante stesse. Oltre a ciò, l’aumento di temperatura e la siccità potrebbero far aumentare la concentrazione di metaboliti attivi. In diverse specie di eucalipto ad esempio, sebbene molte di esse siano resistenti alla siccità, sono stati osservati cambiamenti nei metaboliti delle foglie come risposta alla simulazione della siccità. In Cina è stato poi notato un cambiamento nel gusto del tè presumibilmente dovuto a variazioni nel profilo fitochimico della pianta, “un indicatore di cambiamento delle proprietà nutrizionali e dell’attività farmacologica”, ha scritto Mark Blumenthal dell’American Botanical Council.

E anche se alcune specie riescono a sopravvivere diffondendosi in habitat ad esse appropriati, ci sarebbe un danno importante per le popolazioni locali, che perderebbero una fonte di reddito e di rimedi curativi se le piante medicinali e di interesse economico scomparissero dai territori a loro accessibili. Emblematico è il caso della pianta Tylophora hirsuta (Wall.), impiegata per trattare l’asma e la ritenzione urinaria nel Punjab settentrionale e nel Pakistan del nord, per la quale è prevista una completa perdita dell’habitat.

Come ha osservato Brian Boom, curatore del giardino botanico di New York, l’impatto dei cambiamenti climatici sulle piante medicinali è aumentato esponenzialmente dal 2009, quando l’American Botanical Council pubblicò il primo dossier completo su questa materia ed è improrogabile adottare delle contromisure.

Urgono, dunque, atti concreti e programmi di risparmio energetico per ridurre le emissioni di carbonio, affiancando a ciò una produzione e un utilizzo sostenibili per le piante medicinali, la preservazione delle conoscenze etnobotaniche tradizionali e progetti di conservazione su larga scala.

È questo l’appello lanciato dagli esperti botanici che nell’anno internazionale dedicato alla salute delle piante, il 2020, non possiamo che condividere e sostenere.

 

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