I numerosi effetti collaterali degli antidepressivi e l’atteggiamento delle donne che allattano al seno, le quali preferiscono fare uso di preparati di origine naturale o a base di erbe invece dei medicinali di sintesi, hanno fornito lo spunto a un team di ricercatori iraniani per valutare l’azione dello zafferano (Crocus sativus L.) su donne che soffrono di depressione post-partum di grado lieve-moderato. Le proprietà antidepressive di questa droga erano già state oggetto di altre ricerche, come quella di Akhonzadeh e coll. pubblicata sulla rivista Phytotherapy Research nel 2005, che aveva dimostrato l’efficacia dello zafferano nel migliorare il tono dell’umore. In questo caso è stato condotto uno studio randomizzato in doppio cieco controllato con placebo al quale hanno partecipato 60 neomamme che avevano ottenuto un punteggio massimo di 29 su un questionario di autovalutazione della depressione, il Beck Depression Inventory-Second Edition (BDI-II). Le 60 donne sono state assegnate in modo casuale, ossia mediante randomizzazione, al gruppo sperimentale, che ha assunto zafferano (15 mg, due volte al giorno), oppure al gruppo di controllo placebo. L’outcome primario era il cambiamento nei punteggi sul questionario di valutazione dopo 8 settimane di trattamento rispetto all’inizio dello studio. Le percentuali di risposta e di remissione sono state considerate misure di outcome secondarie. Lo zafferano ha avuto un impatto più significativo sui punteggi di BDI-II rispetto al placebo: i punteggi medi sono diminuiti da 20,3 ± 5,7 a 8,4 ± 3,7 per il gruppo di zafferano, con significatività statistica (p <0,0001), e da 19,8 ± 3,2 a 15,1 ± 5,4 per il gruppo placebo (p <.01). Nella valutazione finale, il 96% delle donne del gruppo zafferano era in remissione rispetto al 43% del gruppo placebo (p <.01). La percentuale di risposta totale è stata del 6% per il gruppo placebo e del 66% per il gruppo sperimentale. Gli autori di questo trial clinico hanno concluso che nel controllo del disturbo depressivo post-partum di donne in fase di allattamento lo zafferano ha un impatto più significativo rispetto al placebo.
Fonte: Tabeshpour J, Sobhani F, Sadjadi SA, et al. A double-blind, randomized, placebo-controlled trial of saffron stigma (Crocus sativus L.) in mothers suffering from mild-to-moderate postpartum depression. Phytomedicine. 2017 Dec 1;36:145-152.

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La pelle umana è, anche a causa del passare del tempo, sempre meno in grado di sintetizzare vitamina D. L’integrazione di questa vitamina è dunque importante, e Bios Line ha introdotto, nella propria linea Principium, Principium D3 Vegan 2000 ui con vitamina D3 estratta da lichene islandico, di origine vegetale quindi adatta anche ai vegani. Principium D3 Vegan, che contiene anche olio di lino (fonte di omega-3, utile per favorire le funzioni neurologiche) è nel massimo dosaggio, 2000 UI, consentito dal ministero della Salute e può essere utilizzato a partire dai 3 anni. Non contiene glutine né lattosio. Confezione da 50 ml.
Ideale per aiutare i ragazzi a mantenere igiene e benessere del cavo orale, nella propria linea di prodotti alla propoli, Erbamea ha introdotto Propoli Junior Spray biologico senza alcol. È formulato con un estratto glicerico di propoli biologica (titolata al 10% in flavonoidi totali), e.s. di calendula fiori (titolato al 5% in luteina), e.s. di malva foglie e di tiglio fiori (titolato all’1% in flavonoidi). È inoltre arricchito con miele biologico e aroma bio gusto fragola. Flacone da 20 ml.
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Nel 2015 Scopus – la più grande banca dati di abstract e citazioni di letteratura peer-review e fonti web di qualità – aveva indicizzato un milione e 700mila articoli pubblicati soltanto nel corso di quell’anno. Il dato, nella sua semplicità, fornisce una nitida istantanea dello sviluppo esponenziale della ricerca scientifica internazionale, che si stima cresca a un tasso dell’8-9% all’anno. Questo dinamismo coinvolge anche il settore erbe e piante medicinali, dove ormai da diversi anni un numero sempre maggiore di lavori scientifici viene pubblicato non soltanto sulle riviste dedicate, ma anche su quelle riconosciute dalla comunità scientifica internazionale. Fare ricerca sulle erbe e riuscire a pubblicare gli studi non è una passeggiata. Si tratta in realtà di un processo complesso che deve fronteggiare lobby consolidate per far sentire la propria voce in un mondo altamente competitivo, ma che ciò nonostante procede e cerca la sua identità sul piano metodologico e sperimentale. Si pubblicano soprattutto indagini di tipo farmacologico inerenti i meccanismi d’azione di singole componenti della pianta e studi di laboratorio in vitro, mentre è ancora carente la ricerca sull’uomo finalizzata a testare l’azione di una pianta e del suo fitocomplesso, un filone che certamente vale la pena potenziare. È comunque un mondo affascinante, che si misura via via con nuove sfide e ci regala approfondimenti preziosi e ci stupisce con aggiornamenti imprevisti, ampliando lo spettro delle conoscenze consolidate oppure confermando ciò che era patrimonio del sapere tradizionale con gli strumenti della più moderna tecnologia. Anche il nostro Paese, nonostante alcune sue debolezze strutturali, si sta posizionando con originalità in questa sfida. Gli interessanti studi del ricercatore fiorentino Stefano Mancuso, ad esempio, aprono una finestra sull’intelligenza “silenziosa e sconosciuta” delle piante, altri lavori potrebbero schiudere nuovi campi di applicazione concreta. Fra questi, l’originale ricerca interdisciplinare da poco pubblicata sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature da un pool di ricercatori delle Università di Firenze e Pisa, dove si dimostra per la prima volta che il microbiota di una pianta medicinale, in questo caso Echinacea purpurea, agisce sulle vie metaboliche della pianta stessa, influenzando la produzione di importanti metaboliti secondari, e quindi anche le sue proprietà terapeutiche. Un altro gruppo di ricercatori universitari italiani ha analizzato l’attività e i meccanismi d’azione di sei oli essenziali – fra cui quelli di origano, timo e chiodi di garofano – contro Burkholderia cepacia complex, un gruppo di batteri Gram negativi altamente resistenti agli antibiotici, aggiungendo nuovi elementi sulla potenziale applicazione dei preparati vegetali nella lotta all’antibioticoresistenza. Un fenomeno che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inserito fra le priorità sanitarie globali, dato che nel mondo le infezioni resistenti agli antibiotici causano centinaia di migliaia di morti ogni anno. Si segnalano in quest’ambito anche le ricerche del biologo marocchino Adnane Remmal il quale, partendo dall’osservazione che le piante utilizzano gli oli essenziali per combattere i batteri, è riuscito a dimostrare che, associandoli con gli antibiotici, si potenzia l’effetto di questi farmaci. E gli oli essenziali sono al centro di un bell’articolo pubblicato su questo numero della rivista (pag. 30 e segg.) che ne approfondisce l’impiego in funzione antimicrobica su alcuni problemi della pelle, quelli per i quali i dati sperimentali in vitro possono tradursi più facilmente in suggerimenti concreti. Last but not least, in questo 2018 appena iniziato vi proponiamo un’iniziativa disegnata ad hoc per voi erboristi: il Premio Erboristeria dell’anno, concorso organizzato e promosso dalla nostra rivista e riservato ai titolari di erboristerie che premierà i punti vendita più innovativi. Sul nostro sito (www.lerborista.it) e sulla pagina Facebook troverete tutto ciò che è necessario sapere – per quali categorie concorrere, tempistica ecc. – e il modulo per proporre la vostra candidatura e partecipare.