Negli ultimi anni l’uso di prodotti a base di Cannabis per uso medicinale (Cannabis-Based Products for Medicinal use, CBPM) ha conosciuto una crescita costante anche in ambito veterinario. In particolare, cani e gatti sono diventati destinatari di terapie sperimentali a base di cannabidiolo (CBD), un composto non psicoattivo di Cannabis, in funzione dell’interesse di proprietari e clinici verso alternative terapeutiche più tollerabili rispetto ai farmaci convenzionali.
Una recente revisione sistematica ha analizzato 22 studi pubblicati tra il 2014 e il 2024, offrendo l’aggiornamento dello stato dell’arte su efficacia e sicurezza dei CBPM in medicina veterinaria. Il dato più evidente è la netta prevalenza del CBD come principio attivo impiegato, proprio grazie all’assenza di effetti psicotropi. Le formulazioni testate sono risultate estremamente eterogenee: isolati di CBD, prodotti ad ampio spettro (broad-spectrum) o spettro completo (full-spectrum), somministrati soprattutto per via orale, ma anche sotto forma di polveri o preparazioni liposomiali.
Benefici in sicurezza per il dolore e l’epilessia
L’ambito terapeutico più studiato è senza dubbio la gestione del dolore, in particolare quello associato all’osteoartrite canina. Diversi studi riportano una riduzione significativa dei punteggi del dolore e un miglioramento della mobilità e della qualità della vita con dosaggi di 2-2,5 mg/kg due volte/die. In alcuni protocolli per il dolore cronico è stato adottato un dosaggio graduale, partendo da 0,25 mg/kg fino a raggiungere 2 mg/kg due volte/die.
Tuttavia, non tutti i lavori hanno confermato risultati superiori al placebo, suggerendo che formulazione e dosaggio siano fattori critici.
Risultati promettenti emergono anche nel trattamento dell’epilessia canina. In questo contesto, dosi di CBD comprese tra 2,5 e 4,5 mg/kg due volte/die hanno contribuito a ridurre la frequenza delle crisi convulsive, posizionando il CBD come potenziale terapia di supporto nei casi farmacoresistenti.
Sul fronte dei disturbi comportamentali, come ansia da separazione e stress da viaggio, alcuni studi hanno osservato una diminuzione della vocalizzazione e dei livelli di cortisolo con somministrazioni di 4 mg/kg una volta al giorno. In dermatologia, l’impiego di CBD per la dermatite atopica ha mostrato una riduzione del prurito, ma senza effetti significativi sulla gravità delle lesioni cutanee.
Molto più incerto è il quadro nei gatti. Le evidenze disponibili sono scarse e frammentarie: uno studio sulla gengivostomatite cronica felina, con una dose di 4 mg per animale, non ha evidenziato benefici significativi nel controllo del dolore post-operatorio.
Dal punto di vista della sicurezza, i CBPM risultano generalmente ben tollerati. Gli effetti avversi più comuni sono lievi e transitori, principalmente gastrointestinali (vomito e diarrea) o comportamentali (sonnolenza, letargia). Nei cani, l’alterazione biochimica più consistente è l’aumento della fosfatasi alcalina (ALP), interpretato come segno di induzione enzimatica epatica, raramente associato a sintomi clinici.
In conclusione, il profilo del CBD in medicina veterinaria appare promettente ma ancora incompleto. L’evidenza di efficacia terapeutica, soprattutto nei cani, convive con importanti incertezze legate all’eterogeneità dei prodotti, ai possibili bias degli studi e alla mancanza di dati sulla sicurezza a lungo termine. La ricerca futura dovrà colmare queste lacune prima che il CBD possa essere considerato una terapia veterinaria pienamente standardizzata.
Studio
Moreno-López N, Moreno-López C, Amariles P. Cannabis-based products for medicinal use in dogs and cats: a systematic review. J Small Anim Pract. 2025 Jul 14. doi: 10.1111/jsap.13913.


