Una revisione sistematica con meta-analisi ha analizzato le proprietà terapeutiche del ginseng, rimedio impiegato da secoli nella medicina tradizionale asiatica, che si ottiene dalle radici di piante del genere Panax.

L’analisi ha esaminato 70 studi clinici controllati condotti tra il 1998 e il 2024, per un totale di 4.506 partecipanti, con l’obiettivo di quantificare l’impatto di questo prodotto naturale sui principali biomarcatori di rischio cardiovascolare.

I risultati delineano un profilo farmacologico complesso, in cui il ginseng emerge come potenziale agente modulatore tanto sul piano metabolico quanto su quello infiammatorio e ossidativo.

Le evidenze più solide riguardano la capacità del ginseng di attenuare l’infiammazione sistemica. La supplementazione con i suoi estratti ha prodotto una riduzione statisticamente significativa della proteina C-reattiva ad alta sensibilità, biomarcatore di riferimento nella stratificazione del rischio cardiometabolico.

Sul versante antiossidante, gli studi documentano una diminuzione delle specie reattive dell’ossigeno (ROS) accompagnata da un incremento dell’attività enzimatica di superossido dismutasi e glutatione reduttasi.

A livello molecolare, i ginsenosidi, principali composti bioattivi della pianta, eserciterebbero la propria azione inibendo vie di trasduzione del segnale pro-infiammatorie, in particolare NF-κB e le protein chinasi attivate da mitogeni (MAPK), con conseguente sottoregolazione di citochine quali TNF-α e interleuchina-6.

Profilo dose-risposta, eterogeneità fitochimica e limiti metodologici

La relazione dose-risposta costituisce uno degli aspetti più rilevanti della revisione, con implicazioni dirette per la pratica clinica. Dosaggi nell’ordine dei 300 mg giornalieri si sono dimostrati ottimali per la riduzione della glicemia a digiuno e dei marcatori infiammatori, mentre concentrazioni di circa 100 mg hanno evidenziato l’effetto più significativo sulla pressione arteriosa diastolica.

Di contro, trattamenti eccessivamente prolungati mostrano un’associazione positiva con i livelli di malondialdeide, marcatore di perossidazione lipidica, suggerendo l’esistenza di una finestra terapeutica ottimale oltre la quale il profilo rischio-beneficio potrebbe deteriorarsi.

Le sperimentazioni sono state condotte con un’ampia varietà di estratti – dal ginseng rosso coreano (Panax ginseng C.A. Meyer) al ginseng americano (Panax quinquefolius L.), fino a formulazioni standardizzate e singoli ginsenosidi come Rb1 – con dosaggi compresi tra 50 mg e 6.000 mg al giorno e durate di intervento da 2 a 35 settimane.

Tale eterogeneità riflette la diversità fitochimica nella composizione e nella concentrazione dei ginsenosidi presenti nelle diverse specie, con ricadute sulle risposte biologiche osservate.

Un limite metodologico critico è rappresentato dal fatto che circa la metà degli studi analizzati non specifica la specie botanica impiegata, rendendo di fatto impraticabile un’analisi di sottogruppo robusta per il confronto diretto tra i diversi prodotti e i loro effetti.

Il livello di certezza delle prove oscilla da moderato a molto basso, e gli autori sottolineano la necessità di studi futuri con protocolli standardizzati, profilazione sistematica dei ginsenosidi e follow-up a lungo termine prima di poter attribuire al ginseng un ruolo terapeutico definito nella gestione del rischio cardiovascolare.

Jafari A, Mardani H, Abbastabar M, Mehdipoor F, Parsi Nezhad B, Kordkatuli K, Bakhtiari Jami P, Faghfouri AH, Musazadeh V, Alaghi A. The effect of ginseng supplementation on CVD risk factors: a comprehensive systematic review and dose-response meta-analysis. Br J Nutr. 2025 Oct 14;134(7):529-577. doi: 10.1017/S0007114525103607.

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